9.4 La costellazione politica

Sia nel ritorno delle logiche politiche tradizionali che si erano avute nel Regno del Sud, costituito nelle regioni meridionali all’indomani dell’armistizio, sia nella Resistenza all’occupazione tedesca che si sviluppò nelle regioni settentrionali, i partiti svolsero un ruolo primario nella transizione post-fascista. Con l’eccezione del Partito d’azione (Pd’a), una formazione nuova, espressione della sinistra democratico-socialista, si trattò di soggetti che provenivano dal retroterra di preesistenti culture politiche. Nel più ampio schieramento della sinistra classista erano ascrivibili il Partito socialista italiano di unità proletaria (Psiup) e il Partito comunista italiano (Pci). Mentre dal mondo cattolico e dalle fila del disciolto Partito popolare germinò la Democrazia cristiana (Dc), dall’alveo della cultura democratico-liberale provenivano invece il Partito repubblicano italiano (Pri), il Partito liberale italiano (Pli) e una formazione di estrazione notabilare come il Partito democratico del lavoro (Pdl), guidato da Meuccio Ruini. Furono le forze che composero il Comitato di liberazione nazionale, a cui rimase estraneo il Pri, causa la risorgente pregiudiziale istituzionale anti-monarchica. Le novità emersero sul versante destro dello schieramento, dapprima con diverse formazioni di ispirazione monarchica, la più importante delle quali fu il Partito democratico italiano (Pdi), quindi con l’apparizione breve ma dirompente di una formazione assai critica verso il ruolo pubblico dei partiti come l’Uomo qualunque (Uq) e infine con la nascita del Movimento sociale italiano (Msi), espressione di quanti volevano perpetuare le eredità del fascismo e della Repubblica sociale di Salò.

Un fattore costitutivo della democrazia repubblicana e della sua legittimazione consensuale furono inoltre le organizzazioni sindacali, che pure nell’Italia liberale (tramite le camere del lavoro territoriali) avevano spesso sopravanzato la penetrazione dei partiti, anticipando la conquista di prime forme di cittadinanza sociale (le condizioni di lavoro, l’assistenza, le tutele, ecc.). La ricostituzione del sindacato avvenne in forma unitaria, attraverso la Confederazione generale italiana del lavoro (Cgil). Quando, nel giugno del 1944, con il Patto di Roma, si posero le premesse di un organismo sindacale nazionale, a fissarne i criteri furono i portavoce di quelli che sarebbero divenuti i maggiori partiti della Repubblica (democristiani, comunisti e socialisti). Fu anzi il sindacato unitario della Cgil a ricreare un collante tra i partiti che rinascevano dopo la dittatura e le masse popolari, proletarie e contadine. Tra quanti erano stati già attivi negli anni prefascisti era viva la preoccupazione di non rivivere le condizioni di antica debolezza: l’azione a rimorchio e non tanto a guida degli scioperi, lo scarso sviluppo della contrattazione collettiva, un tasso di sindacalizzazione mediamente inferiore al 10%. Tra le eredità del fascismo (la forma organizzativa totalizzante, i percorsi individuali e di gruppo che riemergevano) e le diverse generazioni chiamate a fondere le loro storie, fu la necessità di una legittimazione unitaria del mondo del lavoro a prefigurare un’organizzazione nazionale che fosse espressione della coalizione resistenziale e antifascista vigente nel Cln, fattore ulteriore di sostegno alle istituzioni democratiche e di coesione repubblicana.

Nel corso del 1946 gli italiani svolsero un “apprendistato democratico”, politico ed elettorale, quasi continuo: in primavera e in autunno nelle elezioni amministrative per ridare ai comuni una guida legittimata dal voto popolare, il 2-3 giugno sia per sciogliere il nodo istituzionale sia per eleggere l’Assemblea costituente, cui fu riservato il compito di approntare la Costituzione. Merita ritornare a frammenti di quel sentimento di riscatto umano e civile che per più di una generazione di italiani significò la possibilità di esercitare liberamente il diritto di voto. Ne ha reso testimonianza ancora Bobbio:

Quando votai per la prima volta alle elezioni amministrative dell’aprile 1946 avevo quasi 37 anni. L’atto di gettare liberamente una scheda nell’urna, senza sguardi indiscreti, un atto che ora è diventato un’abitudine [...] apparve quella prima volta una grande conquista civile, che ci rendeva finalmente cittadini adulti. Rappresentava non solo per noi ma anche per il nostro paese l’inizio di una nuova storia.9

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N. Bobbio, Autogoverno e libertà politica, cit. pp. 105-106.

L’apprendistato al voto coinvolse differenti generazioni di italiani, da quanti accedevano allora alla maggiore età a coloro i quali invece, dopo un ventennio di mancato svolgimento di libere elezioni, si accingevano ad andare alle urne in un’età ormai matura. Istituzioni e Chiesa, partiti e associazioni, attraverso iniziative a stampa ed editoriali, concorsero a promuovere un diffusa azione pedagogica, informativa e propagandistica allo stesso tempo. Sul “dovere” del voto convenivano tutti. Bisognava imparare a votare o riacquisire una capacità perduta. Ci si rivolse direttamente alle donne per motivarle a partecipare: occorreva informare e mobilitare, a volte celebrare e ricordare, comunque indurre a votare.10 C’erano regolamenti da assimilare e da far capire. Tornavano alcuni personaggi dei catechismi di propaganda del primo Novecento, noti ai più anziani militanti socialisti e repubblicani, il duo Beppe e Tonio; il primo era più giovane e il secondo attempato, essendo già stato tra i protagonisti dei dialoghi popolari intesi a volgarizzare le più importanti questioni sociali e politiche nell’azione di proselitismo propria della propaganda prefascista. Ora personificavano due elettori comunisti che si recavano a votare e che facevano tutto quanto per bene: dovevano essere un esempio da seguire, in quanto interpreti coscienti della democrazia nascente.11 Sul fronte cattolico della propaganda, un opuscolo didascalico e pedagogico si chiudeva con l’invito a votare per la Dc, esplicitando i criteri di cui tener conto: «Si deve votare: a) per chi rispetta la religione cattolica; b) per chi rispetta il trattato e il concordato lateranensi che regolano le relazioni tra Chiesa e Stato; c) per chi rispetta il sacramento del matrimonio [...]», sottolineando che «i candidati della Democrazia Cristiana rispond[evano] ai suddetti requisiti».12

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Per un riscontro sul lungo periodo attraverso le fonti, cfr. Donne manifeste. L’Udi attraverso i suoi manifesti 1944-2004, a c. di M. Ombra, il Saggiatore, Milano 2005.

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Partito comunista italiano, Beppe e Tonio vanno a votare (come si vota), ATEM, Roma 1946.

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U. Valle, Elezioni per l’Assemblea Costituente: come si vota e perché, Tip. Tiber, Roma 1946, pp. 7-8.

Le elezioni del 2 giugno 1946 fotografarono una realtà assai disomogenea tra le prevalenti propensioni progressiste e repubblicane delle regioni centrosettentrionali e l’ancora maggioritaria inclinazione verso le posizioni moderate e filomonarchiche del Mezzogiorno, dovute anche alla diversa intensità e alle forme altrettanto diseguali del coinvolgimento nella lotta di Liberazione. In un quadro assai variegato di sigle e piccole formazioni, emerse il rilievo dei partiti di massa. Accanto al primato della Dc (207 deputati, pari al 35,2% dei voti) e all’inaspettato successo dei socialisti (115 seggi, pari al 20,7%), i comunisti raccoglievano un risultato significativo anche se inferiore alle attese (104 seggi, vale a dire il 18,9% dei suffragi). Tra le formazioni minori, invece, se nel giorno dell’apoteosi repubblicana il Pri beneficiava di un risultato altrettanto storico (23 deputati e il 4,4% dei voti), alla pur strenua difesa delle congiunte forze liberali nell’Unione democratica nazionale (41 seggi e il 6,8% delle preferenze) si univa il sorprendente successo dell’Uomo qualunque (30 rappresentanti e il 5,3% dei suffragi), espressione degli italiani “irriducibili” ai tempi lenti, alle contraddizioni e alla faticosa costruzione della democrazia. Sconfitti invece risultarono sia gli azionisti (7 deputati e l’1,5% dei voti), fautori inascoltati di una “rivoluzione democratica”, sia i più accesi sostenitori del legittimismo monarchico, riuniti nel Blocco nazionale della libertà (16 seggi e il 2,8% dei suffragi). Erano questi i rapporti di forza tra i nuovi attori partitici nell’esordio elettorale dell’Italia postfascista e repubblicana.

La rinascita delle culture politiche territoriali evidenziò un forte nesso tra primo e secondo dopoguerra nella correlazione tra “spazio geografico” e “spazio politico”. Molteplici fattori di continuità emersero in relazione tanto al mondo cattolico (tra popolari del 1919 e democristiani del 1946-48, in regioni come la Lombardia orientale e il Veneto) che all’universo della sinistra (tra socialisti del 1919 e social-comunisti del secondo dopoguerra, in aree bracciantili e mezzadrili come l’Emilia-Romagna e la Toscana). La rappresentazione della politica attraverso i contrapposti colori (rosso e bianco) non mancò di sedurre lo scrittore e giornalista Guido Piovene nel corso di un suo viaggio lungo la penisola nei primi anni cinquanta. Si osservò il fattore costitutivo di un’“Italia mediana” in cui «la campagna trascina la città»,13 risultato decisivo nella “grande trasformazione” del Paese e nella sua modernizzazione; così come il complesso mosaico geo-politico delle “Italie” in via di definizione. Quelle fotografie storico-letterarie e quei cromatismi territoriali avrebbero condensato l’opposizione distintiva tra i due principali universi politico-culturali dell’Italia repubblicana.

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G. Piovene, Viaggio in Italia (1957), Baldini & Castoldi, Milano 2003, pp. 509, 513 e 515.