9.3 L’immagine e la personificazione della Repubblica

L’esito referendario del voto e la proclamazione della Repubblica esorcizzarono il pericolo di una nuova guerra civile; anche perché alla denuncia di brogli, dagli sconfitti di parte monarchica, dopo il volontario esilio di Umberto II, seguì una sostanziale lealtà verso le nuove istituzioni. «Noi abbiamo raccolto una grande quantità di indizi a favore della teoria del broglio, ma non la prova del broglio»,2 avrebbe affermato lo stesso Falcone Lucifero, portavoce di Casa Savoia, ricordando il «libro azzurro» con il dossier delle denunce.3 Va altresì rimarcato che la Repubblica nacque senza alcuna ipoteca da parte della destra neofascista e già saloina, fortemente antimonarchica e ostile alla figura dell’ex sovrano ma non repubblicana, se non nelle componenti più radicali.

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Testimonianza di Falcone Lucifero, in P. Monelli, Il giorno del referendum, Le Lettere, Firenze 2007, p. 101. Trattasi di una inchiesta giornalistica già pubblicata dal settimanale «L’Espresso» nel dicembre 1955.

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Cfr. Libro azzurro sul referendum 1946 (documenti e notizie), a cura di N. Rodolico e V. Prunas-Tola, Ed. Superga, Torino 1953.

Il voto referendario evidenziò una forte disomogeneità territoriale lungo la penisola. La territorializzazione del voto non solo espresse il riflesso di culture politiche già radicate nell’Italia del primo dopoguerra ma prefigurò le “Italie politiche” del secondo dopoguerra.4 «Accanto ai contadini trentini cattolici, che hanno seguito De Gasperi, sono stati – ricordò un conoscitore del sud come Manlio Rossi Doria – i “cafoni” di Basilicata e di Calabria a darci quei pochi milioni di voti in più per i quali siamo oggi retti a repubblica anziché a monarchia».5 Le elezioni del 1946 evidenziarono una pluralistica costellazione di culture politiche territoriali – « rosse » e « bianche », ma non solo –,6 rimaste sostanzialmente inalterate nella mappa geo-politica della Repubblica lungo la seconda metà del Novecento.

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Repubblica. Percentuale voti su voti validi e Monarchia. Percentuale voti su voti validi, carte entrambe in Istituto Carlo Cattaneo, Atlante storico-elettorale d’Italia 1861-2008, a cura di P. Corbetta e M. S. Piretti, Zanichelli, Bologna 2009, pp. 102-103.

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Citato in P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988, Einaudi, Torino 1989, p. 129.

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Cfr. Carta della Costituente, Istituto Geografico Visceglia, Roma 1946: a colori in M. Ridolfi e N. Tranfaglia, 1946. La nascita della Repubblica, Laterza, Roma-Bari 1996, p. 247.

Se invece una possibile religione civile repubblicana poté emergere, essa passò attraverso le ridestate virtù civiche intorno ai comuni e la ritualizzazione della memoria antifascista dei morti per la patria; lo snodo decisivo per una effettiva “repubblicanizzazione” di culture politiche territoriali emerse negli spazi che già erano stati della Monarchia e dello Stato liberale. Eppure l’Italia democratica non mancò di produrre un immaginario repubblicano, con figure retoriche e pratiche discorsive proprie.

Se a un volto della Repubblica i suoi fautori pensarono, esso aveva chiare sembianze femminili. Si discusse ampiamente circa il simbolo repubblicano da mettere sulla scheda referendaria, laddove figurò la storica immagine allegorica dell’Italia, rappresentata dall’immagine di una donna turrita; in ogni caso, quel profilo femminile fu più seducente dello scudo sabaudo, simbolo scelto per la monarchia. L’immagine dell’Italia turrita divenne oggetto tanto della competizione politica che dello scontro ideologico, nelle sue declinazioni dapprima propagandistiche e quindi della satira come della polemica spicciola. Non mancarono immagini più popolari. Spesso si trattò di un adattamento della Marianne transalpina, il volto femminile della Repubblica “alla francese”. Si colsero i prodromi di una personalizzazione della Repubblica. L’immagine che più si ricorda è quella raffigurante il volto di una bella e sorridente ragazza, con dietro la testata del “Corriere della Sera” che titola È nata la Repubblica. Aveva 24 anni e si chiamava Anna Iberti,7 colta in uno scatto dal fotografo Federico Patellani sulla terrazza milanese del quotidiano socialista “l’Avanti!”, mentre si festeggiava la vittoria referendaria.

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G. Lonardi e M. Tedeschini Lalli, Storia di Anna, la ragazza simbolo della Repubblica Italiana, http://www.repubblica.it/cultura/2016/04/24/news/storia_di_anna_che_fece_l_italia-138343580/.

Una ben diversa personificazione della nascente Repubblica sarebbe stata quella del suo Presidente eletto. Emblematico fu l’esordio pubblico di Luigi Einaudi nella cerimonia che il 2 giugno 1948 festeggiò l’anniversario della nascita della Repubblica. Einaudi prefigurò lo stile sobrio che avrebbe contraddistinto l’esercizio della sua funzione presidenziale; un’immagine austera e di basso profilo, ancor più rimarcabile rispetto alla esibita corporeità e alla magniloquenza di chi, per un ventennio, lo aveva preceduto sulle scalinate del Vittoriano nelle cerimonie del regime fascista.

Einaudi stava salendo per la prima volta sull’Altare della Patria come Presidente della Repubblica. Migliaia di occhi fissavano quell’uomo piccolo e magro, in un abito nero di borghese, che faceva un gradino per volta, appoggiandosi al bastone, piegandosi a ogni passo da una parte, e il confronto con gli altri uomini che nel passato avevano fatto lo stesso itinerario, vestiti di vistose monture, impennacchiati, pettoruti, costellati di decorazioni e di ordini cavallereschi, con sciarpe ed emblemi, non gli era affatto sfavorevole. C’era una grandiosità, nella sua modestia, nella sua semplicità, perfino nell’andatura dimessa, una grandiosità patetica e gentile, che lo avvicinava tanto al sentimento dei presenti, ne provocava l’affettuosa simpatia, quanto una figura diversa, con un diverso abito, ne avrebbe in quel momento forse suscitato la freddezza.8

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La Repubblica degli Italiani simbolo dell’unità nazionale, “Il Nuovo Corriere della Sera”, 3 giugno 1948.