9.2 Il “momento repubblicano” nella transizione italiana
Fu con il referendum popolare del 1946 che gli Italiani e le Italiane “inventarono” la democrazia, in un Paese che, a differenza di altre realtà europee, non aveva modelli democratici del passato a cui rifarsi (come in Francia, con cui si condivise un analogo processo di rilegittimazione dello Stato). Conflittuale e vilipesa, minoritaria senz’altro, era la tradizione repubblicana risorgimentale. Fu un “passaggio” da collocare in una dimensione transnazionale, nel senso che l’evento influenzò l’immagine e le relazioni del Paese laddove erano presenti (tra Europa e Americhe) le comunità italiane di emigrati. Quel “momento repubblicano” marcò un passaggio epocale nella storia d’Italia; la transizione si allargò dal 1946 al 1948, con l’“età costituente” e lo sviluppo del processo fondativo della nostra Repubblica. Se il timore per forme plebiscitarie di potere (come era avvenuto negli anni fascisti) contribuì a definire lo spazio costituzionalmente legittimo della consultazione popolare, diversi furono i linguaggi e i comportamenti (soprattutto tra chi sostenne la continuità monarchica) che rinviavano alle pratiche plebiscitarie della storia europea (non solo italiana).
Occorre coniugare il “fronte interno” (il ruolo influente del Vaticano a favore della monarchia e le attività territoriali di diocesi e Azione cattolica) con il “fronte internazionale” (gli alleati si distinsero, tra gli Stati Uniti più inclini alla forma di governo repubblicana e gli Inglesi invece custodi di una delle tradizioni dinastiche più longeve). La Repubblica emerse come risultato di un evento che avrebbe dato forza alle nuove istituzioni, anche sul piano simbolico. In quelle settimane, storie del passato (nazionale e locali) e memorie culturali (collettive e individuali) animarono il “discorso pubblico”; le ideologie diffuse e la tradizione storico-culturale disegnarono una territorialità civica a larghe maglie lungo la penisola, contrassegnando fin dalla fondazione della Repubblica le diverse “Italie politiche” del secondo dopoguerra.Occorre collocare quei “giorni memorabili” nel “vissuto” degli Italiani e delle Italiane, tra speranze e illusioni, bisogni materiali e ansie di riscatto, voglia di protagonismo e di novità. Occorre comprendere come avvenne l’apprendistato repubblicano ovvero come maturarono dapprima una lealtà istituzionale in chi aveva votato per la permanenza della Monarchia e quindi una “simpatia” verso la Repubblica, le pratiche della vita pubblica come i suoi simboli materiali e sentimentali.
Come sarebbe accaduto in altre “transizioni” da regimi dittatoriali a forme statuali democratiche – la Germania dopo il 1945, il Portogallo con la “rivoluzione dei garofani” del 1974, la Spagna dopo il 1975 – diversi fattori di continuità permasero. Nella transizione dal regime fascista alle istituzione repubblicane, la permanenza al loro posto di numerosi esponenti delle amministrazioni pubbliche e parastatali (prefetti, magistrati, forze armate, quadri della sicurezza pubblica, dirigenti bancari, professori universitari e medi, maestri elementari ecc.) concorse indubbiamente a creare contraddizioni e contro-circuiti in quel fondativo “passaggio”. Fu il riflesso di eredità e scorie che dal regime fascista transitarono nel sistema politico repubblicano, attraverso una sorta di osmosi di uomini, apparati e mentalità. Se una tale continuità presenta analogie con altre transizioni post-dittatoriali, essa però evidenziò le peculiarità del caso italiano: il disastro materiale e morale del Paese alla fine della guerra, la dissoluzione dello Stato e con esso della Monarchia come tentativo di assicurare una continuità allo Stato liberale prefascista, il fallimento di ogni seria epurazione intesa a defascistizzare gli apparati statali, l’eredità di mentalità e prassi legate al regime mussoliniano, la decisa svolta del 1947 con la fine dei governi di unità nazionale e antifascista nell’ormai conclamata Guerra Fredda tra le due super-potenze mondiali, l’affievolirsi dello spirito resistenziale all’indomani della fine dei lavori dell’Assemblea Costituente (dicembre 1947). Se allora risultò fisiologico avvalersi di competenze e uomini che dovevano assicurare il funzionamento dell’organizzazione statale, fu soprattutto la legittimazione popolare della nuova forma di governo repubblicana e con essa tanto dello Stato laico che della legalità costituzionale, a sancire la discontinuità della transizione italiana. Se in quel “passaggio” di crisi furono le ambiguità e le corresponsabilità della Monarchia a coagulare e rappresentare i principali fattori di continuità con la dittatura fascista, si comprende quali fossero – insieme – le speranze e le paure che accompagnarono l’insediamento della “nuova Italia”. Rimase presente un intreccio di contraddizioni e cortocircuiti burocratico-amministrativi con cui la democrazia repubblicana dovette fare i conti; per contrastare la “neutralizzazione” della carica innovatrice promossa dalle nuove istituzioni, la “Repubblica dei partiti” trascese in una sorta di “partitocrazia” laddove sistemica divenne la pressione della politica sui poteri nei gangli decisionali della pubblica amministrazione. Fu un processo di legittimazione e di consenso democratico che avrebbe registrato risvolti drammatici e tutt’altro che limpidi in diversi passaggi della storia della Repubblica.