9.1 Il processo costituente della democrazia: Italia vs Francia e Germania

La democrazia sorse in Italia tra 1943 e 1948, con la caduta del regime fascista il 25 luglio 1943 e la legittimazione popolare della Repubblica appena nata con le prime elezioni politiche del 18 aprile 1948. Fu un processo fondativo costellato da “passaggi” istituzionali e costituzionali, con in primo piano i partiti popolari di massa ed altrettanti momenti elettorali che rappresentarono il grado di “intensità” delle culture politiche territoriali. Eppure non comprenderemmo le peculiarità della nascente democrazia italiana senza riprendere almeno alcuni frammenti del “vissuto” di Italiani e Italiane, gente comune e anche intellettuali e figure esemplari di un universo umano costretto a fare i conti – tra vita privata e vita pubblica – con i dilemmi di “tempi di guerra” e di violenza diffusa. Si susseguirono piccoli eventi esistenziali e fratture politiche collettive, “passaggi” d’epoca contrassegnati soprattutto dal desiderio di “uscire dalla guerra” e resi drammatici da sensibilità diverse nel misurare il peso del passato e progettare la società futura; in primo luogo, tra l’adattamento a una monarchia delegittimata ma che offriva a tanti certezze e compensazioni e invece le suggestioni di una repubblica tanto rivendicata quanto indistinta nelle sue forme possibili. Fuoriuscendo dalla guerra e prospettando la “nuova Italia” influivano le contrapposte visioni del mondo che gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica proponevano, anticipando i linguaggi e le rappresentazioni transnazionali del confronto tra comunismo e anticomunismo, nell’orizzonte di una Guerra Fredda che si stava delineando e che avrebbe dunque influenzato in modo significativo i caratteri genetici della nostra Repubblica.

Francia, Italia e Germania condivisero un analogo processo costituente; la transizione democratica italiana ebbe però caratteri peculiari. A differenza di quanto avvenne nei paesi europei che avevano mantenuto una continuità istituzionale in senso liberal-democratico, occorreva non solo fare i conti con le eredità del regime totalitario, come in Germania. Mentre in Francia con la IV Repubblica si ritesseva il filo della tradizione, in Italia si aggiunse la necessità di sciogliere la questione istituzionale, risolta con la scelta della repubblica emersa nel referendum svolto nei giorni 2-3 giugno 1946, con la partecipazione massiccia di italiani e italiane (cui veniva riconosciuto finalmente il diritto di cittadinanza politica). Solo la comprensione del duplice effetto della “lunga” guerra civile (come abbiamo visto, apertasi alla fine del 1920) e delle eredità del regime fascista, da una parte, e dall’altra del “nuovo inizio” che la Resistenza antifascista e la Costituzione repubblicana significarono per la storia nazionale, permette di cogliere i caratteri genetici della nuova Italia e il ruolo assunto da movimenti e partiti popolari. Vecchie tradizioni e nuove culture politiche dovettero fare i conti con le sfide della democrazia.

Nonostante i problemi di ingovernabilità emersi nel primo dopoguerra, la classe politica promosse la ripresa del modello parlamentare con la rappresentanza proporzionale, anche per il timore che un sistema maggioritario potesse favorire uno o l’altro schieramento nel preparare la strada verso la riedizione di nuovi regimi autoritari. Mettendo in secondo piano la costruzione di un rapporto più diretto tra cittadini e repubblica, il sistema elettorale garantiva ai partiti di massa la prerogativa di riflettere il loro effettivo peso politico-elettorale nelle sedi istituzionali. Per gli anni della transizione dal regime fascista alla repubblica occorre privilegiare uno snodo: i fattori tanto di continuità, in particolare sul piano politico-istituzionale (in primo luogo il modello di partito di massa lasciato in eredità dal Pnf), che di innovazione, con riguardo soprattutto alla conquistata democrazia. La formazione del sistema politico italiano e la sua originaria legittimazione avvennero nel segno del ruolo assunto dai partiti e dalle organizzazioni ad essi legate (il sindacato unitario in primo luogo).

In una società imbarbarita dalla guerra e nel discredito delle tradizionali istituzioni (monarchia ed esercito), fuoriuscendo dal clima di violenza che aveva contrassegnato la guerra civile e le sue propaggini dopo il 25 aprile 1945, nella transizione democratica i partiti antifascisti assunsero un compito di mediazione sociale e simbolica nonché di apprendistato civile e politico. La nuova legge elettorale del marzo 1946, con il voto alle donne, basandosi sulla rappresentanza proporzionale sancì la centralità dei partiti nella democrazia repubblicana e permise di saggiare la loro capacità di mobilitazione. Furono essi a costituire lo spazio pubblico della partecipazione democratica; in questo senso, ponendosi come un fattore di aperta discontinuità rispetto al passato (sia liberale sia fascista) e quindi di forte rappresentazione della nuova identità repubblicana. È comunque indubbio che allora si aprì una complessa transizione di sovranità politica, da cui emersero la funzione prevalente dei partiti gratificati da grandi numeri (iscritti, militanti, elettori), adattando in un regime competitivo la centralità acquisita dal Partito nazionale fascista durante il ventennio.

Occorreva ricostruire anche quel dialogo tra le generazioni che il fascismo e il trauma della guerra avevano spezzato. Si esplicitò il risentimento dei figli nei confronti dei padri e degli educatori di un tempo, accusati di non aver saputo impedire lo spegnimento delle libertà per circa vent’anni. Interprete dei dilemmi di una irrisolta e riemergente storia inter-generazionale fu allora il filosofo della politica Norberto Bobbio:

Ai nostri genitori e a nostri maestri rimproveravamo con insolente asprezza che avessero capito troppo tardi a quale tragica fine avrebbe condotto l’Italia la rivoluzione delle camicie nere; rimproveravamo loro di non avere difeso il diritto del cittadino a partecipare in prima persona alla vita pubblica e di essersi lasciati a poco a poco ridurre, spesso di malavoglia, anche durante i decantati “anni del consenso”, a una folla acclamante.1

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N. Bobbio, Autogoverno e libertà politica (1946), in Id., Tra due repubbliche. Alle origini della democrazia italiana, Donzelli, Roma 1996, p. 106. Si ripubblicano testi degli anni 1945-1946.