CAPITOLO 9 Repubblica italiana e democrazia europea

Gli anni della Repubblica hanno rappresentato mutamenti profondi rispetto al passato nella collocazione internazionale dell’Italia, comportando le adesioni dei partiti all’uno o all’altro fronte del mondo bipolare e la graduale immissione delle loro culture in un circuito transnazionale, nel quadro di “famiglie politiche” europee che andarono sempre più definendosi nella rifusione di tradizioni otto-novecentesche ed emergenti correnti ideali (ambientaliste, nazional-populiste, ecc.). Su un versante, i partiti continuarono il processo di ideologizzazione dell’idea di nazione e di politicizzazione delle associazioni socio-economiche avviato dal regime fascista; incise la natura pervasiva delle distinte culture politiche e la invece debole proiezione delle istituzioni nel trasmettere il senso di una comune cittadinanza repubblicana. Su un altro piano, la democrazia pluralistica e competitiva, attraverso il voto e il confronto delle idee, comportò uno spazio d’azione del tutto diverso rispetto al sistema burocratico e amministrativo proprio di un regime a partito unico come era stato il fascismo.

Collocare la storia dell’Italia repubblicana e della politica in particolare nell’orizzonte lungo della storia italiana ed euro-mediterranea aiuta a comprendere i fattori di continuità e di innovazione. È un’identità repubblicana, quella dell’Italia democratica, tutt’altro che omogenea, sospesa tra la fragilità dello Stato e la grande forza espansiva dei partiti. Fu una condizione che permise alla Chiesa di esercitare un ruolo di collante socioculturale; per alcuni, condizionando la costruzione dello Stato laico e di un’effettiva cittadinanza repubblicana, per altri invece assicurando la presenza politica dei cattolici come una delle maggiori novità della Repubblica rispetto alla passata storia italiana.

La parabola delle culture politiche otto-novecentesche – attraverso i loro movimenti e partiti – si può leggere attraverso una periodizzazione che individui fasi diverse, nella stretta correlazione tra storia nazionale e storie transnazionali, euro-mediterranea e atlantica in particolare: i “trenta anni gloriosi” 1945-1973 dello sviluppo economico e del consolidamento dello Stato sociale, la discontinuità degli anni Settanta nella crisi geopolitica degli equilibri postbellici, il processo di costruzione dell’Unione europea con la fine della Guerra fredda all’indomani del 1989 e alla caduta dei regimi comunisti legati all’Urss, la “nuova” globalizzazione e l’emergere di un nuovo bipolarismo tra Stati Uniti e Cina nel primo scorcio del XXI secolo.

Si privilegiano periodi scanditi per decenni, per ognuno dei quali la storia politica e culturale dell’Italia repubblicana evidenzia alcune problematiche di fondo: i caratteri genetici del sistema politico e il consolidamento della “repubblica dei partiti” tra gli anni quaranta e cinquanta, le trasformazioni della politica nella società dei consumi e l’emergere dei movimenti sociali lungo gli anni sessanta, le sfide della violenza terroristica e la prima crisi repubblicana nel corso degli anni settanta, la corruzione e la delegittimazione della classe dirigente nel decennio successivo, l’incompiuta transizione politico-istituzionale tra una prima e una seconda fase della democrazia repubblicana nei decenni tanto di fine che di avvio secolo; l’emergere di una “Repubblica dei cittadini” legittimata da una partecipazione retta più sui principi del volontariato civile e della “cittadinanza attiva” che sulle forme dell’obbligazione politica propria delle tradizionali formazioni partitiche.

Occorre misurare le modalità e i tempi della funzione svolta dalle culture politiche in quanto narrazioni volte a tenere insieme storie e tradizioni comunitarie, istanze della società civile, rappresentanza politica e selezione della classe dirigente. Fu nel divario creatosi tra lo sviluppo economico e l’immobilismo del sistema politico che si sarebbe evidenziata la trasformazione della democrazia repubblicana in una “partitocrazia”, responsabile di corruzione e di inefficienza, i fattori che avrebbero comportato una crescente delegittimazione delle istituzioni pubbliche. Il sistema politico viveva sul consenso democratico ma mancò un’alternanza al potere, che invece si resse sulla capacità di assorbire in forme consociative le istanze delle forze collocate al di fuori della riconosciuta sfera della legittimità a governare il Paese (la sinistra sociale e politica rappresentata dai comunisti), anche in ragione della geopolitica disegnata dalle potenze che avevano vinto la seconda guerra mondiale.

Se la vita politica nell’Italia democratica si alimentò di radicali contrapposizioni ideologiche, enfatizzate dalle tensioni internazionali nella Guerra Fredda, sarebbe però improprio confondere il piano della propaganda e della ricorrente demonizzazione dell’avversario con quello dell’apprendistato politico e dell’esercizio della cittadinanza repubblicana; essi convissero e gli imperativi geopolitici internazionali influenzarono ma non eclissarono le peculiarità della democrazia italiana. Sussistevano spazi di convivenza prepolitici se non di condivisione morale che coinvolgevano i comportamenti collettivi, le tradizioni civiche alimentate proprio dalle culture politiche territoriali, declinando i principi costituzionali e repubblicani e concorrendo alla costruzione di costumi politici democratici, capaci di contenere e in qualche misura di compensare i momenti di più acceso scontro ideologico e conflitto sociale.