8.4 Le foibe e l’esodo giuliano-dalmata

Sul finire e all’indomani della seconda guerra mondiale, il confine orientale tra Italia e Jugoslavia fu lo scenario di una tragedia umana e sociale: dapprima l’uccisione di tanti italiani, spesso gettati in fosse comuni (chiamate foibe nella regione giuliana), quindi il forzato esodo delle comunità residenti tra Istria e Dalmazia. Guardando a quegli eventi attraverso una lettura di storia transnazionale (tra Italia e Slovenia), essi vanno collocati lungo l’arco di quasi un trentennio: il contenzioso di confine tra Italia e Iugoslavia (1920-1945), la guerra d’aggressione mussoliniana (aprile 1941) e la guerra partigiana (1941-1945), il trattato di pace (10 febbraio 1947).10

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Relazioni italo-slovene 1880-1956, Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena, Koper-Capodistria, 25 luglio 2000, a cura di K. Premik, Nova Revija, Trieste 2004.

Occorre partire dall’eredità dell’impero austro-ungarico, in cui quelle terre furono inserite fino al 1918. C’erano profonde differenze sociali tra la popolazione di lingua italiana, prevalentemente urbana e più sviluppata economicamente e culturalmente, e quella di lingua slovena o croata, formata da contadini e meno solida sul piano socio-culturale. Le tensioni esplosero dal momento in cui, dopo il 1848, “nazioni senza storia” dell’Impero austro-ungarico come gli sloveni o gli slovacchi ambirono a conquistare una loro autonomia, entrando in conflitto d’interessi per il dominio del territorio con le comunità italiane. Le diverse realtà avevano una situazione peculiare. Se in Istria e a Trieste vigeva il dominio degli italiani, diversa era la condizione in Dalmazia; mentre Zara era città di popolazione italiana, nella regione gli italiani erano invece una piccola minoranza (circa il 10%), disponendo però della proprietà delle terre e delle piccole industrie.

Fin dal 1920 – abbiamo visto la vicenda di Fiume e le ripercussioni del mito della “vittoria mutilata” - Mussolini aveva prospettato l’annessione dello spazio alto Adriatico nel sogno di conquista mediterranea (il mare nostrum), poi divenuto l’asse strategico della politica imperialistica promossa dal regime fascista. Le popolazioni slave furono oggetto di politiche discriminatorie; circa 80.000 furono gli esuli croati e sloveni tra gli anni venti e trenta. L’italianizzazione forzata riguardò la lingua sulla stampa e a scuola, la libertà religiosa, le iscrizioni dei toponomi come delle lapidi mortuarie nei cimiteri. Le città e i villaggi cambiarono nome; così come i cittadini e le famiglie. Le minoranze persero i loro diritti o furono obbligate ad andare via. La minaccia delle foibe sul piano del linguaggio emerse del resto una prima volta nelle parole del ministro fascista dei lavori pubblici Giuseppe Caboldi Gigli: “La musa istriana ha chiamato con il nome di foibe quel luogo degno per la sepoltura di quelli che nella provincia dell’Istria danneggiano le caratteristiche nazionali [italiane] dell’Istria”.11

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P M. Matvejevic, Alle origini della tragedia. I fascisti inventarono le fosse poi le vittime furono italiane, in «Corriere della Sera», 27 aprile 2008, p. 35, dove si richiama un articolo di Giuseppe Caboldi Gigli in “Gerarchia”, IX, 1927.

L’occupazione fascista e le politiche di forzata italianizzazione lasciarono dunque un’eredità di violenze e odio, che sfociarono in sanguinose vendette nello scontro tra nazionalità. Nell’aprile 1941 l’attacco dell’Italia fascista al Regno di Jugoslavia ne frantumò la coesione e acutizzò l’odio nazionale. La Croazia divenne uno Stato collaborazionista al servizio degli occupanti. Il dittatore Ante Pavelic, alla testa del movimento nazionalista degli Ustascia – emuli del fascismo –, si macchiò di crimini efferati nei confronti degli oppositori. Il governo di Mussolini aveva intanto annesso la maggior parte della Slovenia insieme con Lubiana, la Dalmazia, il Montenegro, una parte della Bosnia Erzegovina, l’intera Bocca di Cattaro. Tra il 1941 e il 1943 furono espulsi dall’Istria circa 30.000 tra Slavi, Croati e Sloveni. Verso la fine del conflitto e nell’immediato dopoguerra lo scoppio della violenza fu senza freni. Gli eccidi colpirono militari e civili, in larga prevalenza italiani della Venezia Giulia nonché del Quarnaro e della Dalmazia. Agirono le formazioni partigiane jugoslave che avevano occupato quei territori, ma non solo; l’“infoibamento” riguardò anche persone innocenti, la gran parte italiani. Si stima che le vittime siano state tra le 3000 e le 5000, comprese le salme recuperate, poiché la maggioranza delle persone morì nei campi di prigionia jugoslavi o durante la deportazione.

Le “camicie nere” fasciste portarono a termine fucilazioni individuali e di massa; erano attivi diversi campi di concentramento italiani, utilizzati come stazioni di transito “senza ritorno”, per la risiera di San Sabba di Trieste (unico campo di sterminio con forno crematorio in territorio italiano), in alcuni casi verso i lager di Auschwitz e Dachau. Tra l’8 settembre e l’ottobre 1943, quando i tedeschi occuparono la penisola, in Istria si ebbe una resa dei conti che si diresse contro gli esponenti più in vista degli ex fascisti e della comunità italiana. Fu la prima fase delle foibe, cui ne seguì una seconda due anni dopo, nel territorio giuliano; le truppe jugoslave che occuparono Trieste e Gorizia perseguirono in modo indiscriminato gli oppositori del nuovo potere comunista che stava consolidandosi, individuati negli ex fascisti e nei collaborazionisti, ma anche tra gli italiani con ruoli pubblici e gli stessi antifascisti comunque contrari all’annessione alla Jugoslavia.

Quel che occorre rimarcare è l’analogia di quanto successe tra Italia e Jugoslavia (tra Friuli e Croazia) e le altre realtà in Europa laddove si erano avuti regimi di occupazione e governi collaborazionisti con gli eserciti fascista e nazista. Fu la “resa dei conti” che attraversò tutto il continente: dall’Italia alla Francia, dalla Norvegia all’Ungheria. La comparazione e la conoscenza delle altre realtà europee aiuta a capire anche le peculiarità delle “foibe”. Agli eccidi seguì l’esodo dalle terre giuliane e dalmate (nel frattempo annesse alla Jugoslavia) della maggioranza dei cittadini di etnia e lingua italiana; si stima che, tra 1943 e 1956, si ebbe la forzata emigrazione di un numero compreso tra le 250 e le 350 mila persone. L’esodo fu drammatico poiché la comunità italiana di dissolse (il 90% se ne andò), perdendo tutto, beni materiali e radici culturali: era la comunità nazionale più influente, la lingua prevalente nella vita pubblica e religiosa.

Con gli esiti della guerra e la firma del trattato di pace a Parigi il 10 febbraio 1947, i 21 paesi della vittoriosa alleanza antifascista riconobbero l’Italia come paese cobelligerante e quindi parte della comunità dei paesi democratici, mentre la Germania e l’Austria vennero divise in zone di occupazione militare. L’Italia dovette affrontare il trauma della perdita di un ruolo internazionale e con esso la ricomposizione di una identità nazionale: alla transizione post-coloniale corrispose la dismissione dei territori acquisiti dopo la Grande guerra. Nel quadro di una Guerra Fredda che vide ergersi una cortina tra i due blocchi che passava dal confine nord-orientale, tanto la Jugoslavia comunista (nel frattempo resasi autonoma dall’Urss) che l’Italia repubblicana (avamposto dell’alleanza atlantica alle porte del mondo comunista) vollero non dare troppo rilievo pubblico a quelle violenze e al dramma dell’esodo di massa, a lungo rimasti nell’oblio della vita nazionale ed espunte pure dai libri di storia. Con la diffusa dissimulazione del dramma, rivissuto nei campi profughi e ridestato soprattutto dalle associazioni degli esuli, rimase al centro dei riflettori la sola “questione di Trieste”, divenuta italiana il 5 ottobre 1954. Solo più tardi la storia di quelle vicende drammatiche sarebbe entrata nella memoria pubblica.