8.3 La Resistenza militare e civile
Nel campo antifascista e resistenziale – un movimento che accomunò i paesi europei nella transizione postbellica –, la parabola e la rinascita del sentimento patriottico coinvolsero l’esercito e la sua rappresentazione. L’andamento delle “guerre fasciste” comportò un forte discredito per la divisa militare. Nelle guerre coloniali e nell’aggressione alle popolazioni indigene il fascismo si era macchiato di veri e propri crimini di guerra; nella conquista della Libia e dell’Africa orientale, passando attraverso i bombardamenti aerei nel corso della guerra civile spagnola, per giungere alla “guerra contro i civili” nelle campagne belliche in Grecia, Russia e Jugoslavia. L’esercito italiano di occupazione si rese responsabile di eccidi e atrocità, non dissimili da quelli di altre potenze imperiali europee.
Con l’armistizio dell’8 settembre 1943 entrarono in crisi l’immagine dell’esercito e della divisa militare in grigio verde, contribuendo a legittimare – tra fascisti e partigiani – una politicizzazione delle formazioni militari, nelle loro varianti colorate di reparto e di partito. Nella smobilitazione dell’esercito e nella mancanza di direttive che si ebbero all’indomani dell’armistizio con gli anglo-americani, si consumarono immani tragedie umane e militari. Nell’isola greca di Cefalonia, nel Mar Ionio, i nazisti intimarono agli italiani di arrendersi e di consegnare le armi. Si decise di trattare la resa confidando sugli aiuti dagli angloamericani; alcuni soldati contestarono la tattica temporeggiatrice e una parte degli ufficiali propose di indire un referendum, che comportò la scelta di ribellarsi. La divisione Acqui ebbe un numero ingente di caduti, tra i 1.600 e i 2.500, secondo gli studi più recenti. La tragedia di Cefalonia è da alcuni considerata la prima manifestazione della Resistenza, come sacrificio di quanti morirono combattendo o fucilati dai tedeschi dopo la resa. Negli anni di guerra rimase il più grande massacro commesso dai militari tedeschi nei confronti di militari italiani; un eccidio il cui ricordo è entrato nella memoria pubblica degli italiani, non senza conflitti sempre riemergenti. Espressione di un sentimento di Resistenza e di patriottismo fu senza dubbio la scelta di circa 650 mila soldati, i quali, dopo l’8 settembre 1943, rifiutarono di aderire alla Rsi e furono quindi fatti prigionieri, condotti nei lager tedeschi come Internati militari (Imi).
In Italia come all’estero (tra il mar Egeo e il nord Africa), la Resistenza visse di un rapporto osmotico tra i combattenti patrioti e i territori, laddove preesistevano vincoli comunitari consolidati. Ne ha lasciato traccia anche lo scrittore Luigi Meneghello nel suo romanzo ambientato sull’altopiano veneto di Asiago; un racconto autobiografico e corale, I Piccoli Maestri, dove si narra della vicenda resistenziale di un gruppo di studenti, guidati da un professore antifascista. Era la rappresentazione di una di quelle «varietà di Italie sconosciute» di cui avrebbe scritto Italo Calvino nel presentare in anni successivi il romanzo resistenziale degli esordi Il sentiero dei nidi di ragno, pubblicato alla fine del 1947. Senza quella varietà, «senza la varietà dei dialetti e dei gerghi da far lievitare e imparare nella lingua letteraria, non ci sarebbe stato “neorealismo”».7 E ancora: «La Resistenza rappresenta la fusione tra paesaggio e persone. Il romanzo che altrimenti mai sarei riuscito a scrivere, è qui».
Il recupero del tricolore, promosso dalle forze della Resistenza, assumeva il significato di un richiamo a un’altra Italia diversa dal fascismo, un rifiuto non certo del sentimento patriottico ma dell’appartenenza escludente alla nazione che il regime fascista aveva imposto. Abituale era la consuetudine a rappresentare le diverse formazioni partigiane secondo un attributo che corrispondeva all’autorappresentazione simbolico-cromatica: i “rossi” comunisti delle Brigate Garibaldi, i verdi azionisti di Giustizia e Libertà, i gialli (rossi) delle formazioni socialiste Matteotti, i rosso-verdi repubblicani delle Brigate Mazzini, le Brigate Fiamme verdi riconducibili alla Dc e ai gruppi autonomi ad essa vicini, i neri delle brigate anarchiche Bruzzi-Malatesta, gli “azzurri” dei gruppi liberali e badogliani.
Nella conquista di una influenza nel territorio d’azione non mancarono rivalità e contrasti tra le diverse formazioni, così come sugli obiettivi strategici (il rapporto tra Resistenza e Alleati, la violenza partigiana e tra partigiani, il confine orientale). Eppure il sentimento antifascista e resistenziale, almeno nella scelta partigiana, era più forte della pulsione identitaria politico-ideologica. Come lasciò testimonianza lo scrittore Beppe Fenoglio nel suo romanzo storico-esistenziale Il partigiano Johnny, raccontando di come era avvenuto il suo incontro con la formazione guidata dai comunisti.
Tu sei comunista, Tito? Io no, sbottò lui: io sono niente e sono tutto. Io sono soltanto contro i fascisti. Sono nella Stella Rossa perché la formazione che ho incocciato era rossa, il merito è loro d’averla organizzata e d’avermela presentata a me che tanto la cercavo, come finora non ho cercato niente altrettanto intensamente.8
Non si possono equiparare le due parti in lotta nella guerra civile del biennio 1943-45; mentre l’azione dei partigiani era proiettata verso l’obiettivo di una nuova convivenza civile e pluralistica, i fascisti della Rsi erano collaborazionisti dei nazisti e con la certezza della incipiente catastrofe, nella illusione di perpetuare un regime dittatoriale ormai sconfitto. Tra i partigiani delle diverse formazioni sussisteva una unità di fondo allo scopo di raggiungere l’indipendenza nazionale, oltre le differenze di genere e di orientamento politico: la comune volontà di combattere i fascisti e liberare il paese dall’occupazione nazista. Identità e distinzioni politiche rinviavano la competizione al “dopo”, quando inevitabilmente dovevano emergere le distinzioni tra i progetti di trasformazione profonda della società. A quel differente orizzonte politico-ideologico, che compendiava la declinazione delle “tre guerre” (insieme nazionale, sociale e di classe) che si rifusero nella guerra civile, si dovettero le violenze del “dopo 25 aprile 1945” in alcuni territori (nelle province dell’Emilia) dove più profonde erano le ferite originate dalla trentennale conflittualità civile insorta nel 1920 e più complesso fu il ripristino di una legalità democratica.
Con la Liberazione, alla disordinata uscita di scena dei gruppi fascisti corrispose l’entrata nelle città delle formazioni partigiane con colorate parate. Lo raccontava ancora Fenoglio, questa volta nel romanzo Ventitré giorni, descrivendo l’ingresso dei partigiani nella città cuneese di Alba.
Fu la più selvaggia parata della storia moderna: solamente di divise ce n’era per cento carnevali. Fece un’impressione senza pari quel partigiano semplice che passò rivestito dell’uniforme di gala di colonnello d’artiglieria cogli alamari neri e le bande gialle e intorno alla vita il cinturone rossonero dei pompieri col rosso gancio. Sfilarono i badogliani con sulle spalle il fazzoletto azzurro e i garibaldini col fazzoletto rosso e tutti, o quasi, portavano ricamato sul fazzoletto il nome di battaglia. La gente li leggeva come si leggono i numeri sulla schiena dei corridori ciclisti, lesse nomi romantici e formidabili, che andavano da Rolando a Dinamite.9
Riesce difficile esplicitare cosa fosse invece la pur pervasiva “zona grigia” ovvero la sfera dell’attendismo e del disimpegno civile. Essa rappresentò uno stato d’animo e comportamenti di molti italiani nella fase della transizione postfascista, ben presenti anche nel dopoguerra; prevalsero rappresentazioni degli italiani come vittime ingannate dal fascismo e quindi non responsabili di quanto accaduto (l’occupazione e le violenze coloniali, le deportazioni di ebrei e oppositori ecc.). Invalse la rappresentazione del “buon italiano”, ignaro e inconsapevole, solidale e compassionevole verso i malcapitati e le vittime. La memoria dei conflitti resistenziali e della guerra civile fu allora anche “grigia” e incolore, dissimulandone la presunta apoliticità rispetto alle contrapposte rappresentazioni antifasciste e neofasciste, nel largo raggio di un’opinione pubblica cui si rivolgeva con successo – come si dirà – una stampa quotidiana e illustrata di orientamento moderato e conservatore, pronta a vellicarne gli umori e le paure.
Nella radicale contrapposizione tra i fautori di una disperata reviviscenza del fascismo originario a Salò e gli interpreti di una Resistenza avente in alcune realtà anche connotati popolari e di massa, la guerra di Liberazione evidenziò il retaggio di un trentennio di guerra civile, emersa nel primo dopoguerra e tornata a dispiegarsi nelle sue diverse declinazioni territoriali. La fuoriuscita dal fascismo di tanti giovani formatisi nei Guf e l’approdo nelle file del nemico di un tempo – dal nero al rosso – avrebbero evidenziato la fascinazione che gli opposti, nel segno della radicalità del progetto e della militanza, potevano esercitare, soprattutto sui giovani; come pure era già avvenuto, lungo l’asse sinistra/destra, negli anni immediatamente prebellici e successivi al primo conflitto mondiale.