8.2 La deportazione di ebrei e oppositori: la Shoah italiana
Se le politiche di discriminazione razziale erano già state avviate nei territori coloniali, la politica antiebraica dello Stato fascista si sviluppò tra 1937 e 1943; una decisa accelerazione si ebbe con la caduta del regime mussoliniano. Nei giorni successivi alla caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, il nuovo governo guidato da Pietro Badoglio non abrogò le leggi razziali, ma dispose tuttavia la liberazione degli ebrei internati, a eccezione dei sospetti di attività politica. Il corso e gli esiti della guerra segneranno una escalation nella persecuzione antiebraica: passando, con la Repubblica sociale italiana, attraverso il «Manifesto» di Verona e l’ordine di internamento del novembre 1943 al decreto di confisca dei beni degli ebrei del 4 gennaio 1944.
Con l’occupazione militare tedesca della penisola invece, furono le autorità naziste ad occuparsi della deportazione degli ebrei presenti nel territorio italiano. L’antisemitismo fu presente fin dall’inizio nei programmi politici dello stato “collaborazionista” della Rsi. Cominciarono anche le prime deportazioni dalle principali città: Milano, Verona, Bologna, Firenze. La più imponente si ebbe a Roma il 16 ottobre 1943, con la razzia del ghetto nel centro urbano, dove furono prelevati dai nazisti più di mille ebrei, trasferiti nei campi di sterminio dell’Europa dell’est. Gli arrestati vennero rinchiusi nelle locali carceri e poi raccolti nei campi di concentramento provinciali aperti su tutto il territorio della RSI (in 21 province), in attesa di essere trasferiti in un unico campo nazionale a Fossoli di Carpi, vicino Modena. Tra settembre 1943 e dicembre 1944 furono deportate dall’Italia oltre 8 mila persone d’origine ebraica. A esse si aggiunsero 23.826 italiani (22.204 uomini e 1.514 donne) che furono deportati nei lager nazisti per motivi politici; di questi 10.129 non tornarono. C’erano anche i giovani di una “generazione ribelle” di oppositori antifascisti di cui abbiamo preziose quanto coinvolgenti testimonianze.5 Nessuna regione italiana fu risparmiata; le città più colpite furono quelle del Nord. Vennero deportati antifascisti della prima ora, partigiani, prigionieri di guerra ma anche detenuti nelle carceri italiane consegnati dalla Repubblica di Salò ai tedeschi: figure asociali, politici ebrei, lavoratori civili emigrati in Germania, cattolici. Dal 6 dicembre 1941 l’obbligo di portare la Stella di Davide con la scritta jude venne esteso a tutti gli ebrei al di sopra dei 6 anni nelle zone occupate dalla Germania. Nei campi di concentramento nazisti ogni gruppo di internati portava un segno identificativo. Ogni comunità aveva cucito sulla divisa un triangolo colorato: giallo per gli ebrei, marrone per gli zingari, rosa per gli omosessuali, viola per i Testimoni di Geova, nero per gli asociali, rosso per i prigionieri politici.
Se verso le leggi razziali gli italiani erano stati indifferenti, l’atteggiamento cambiò dopo il 1943 di fronte alle massicce deportazioni di ebrei e oppositori. La minaccia esplicita che colpiva famiglie intere, donne, bambini, anziani, indusse molti italiani a passare dall’indifferenza all’aiuto. Se la deportazione coinvolse migliaia di persone, delle quali solo 837 riuscirono a tornare,6 furono ben 31.822 gli ebrei che riuscirono a salvarsi. Essi facevano parte di una “Italia sommersa”, costituita da migliaia d’individui che poterono trovare aiuto: con gli ebrei ci furono anche militari italiani che rifiutarono di combattere coi tedeschi, militari alleati fuggiti dai luoghi della prigionia, antifascisti e oppositori politici di vario colore. L’aiuto non venne solo dalle organizzazioni della Resistenza armata, ma da una molecolare “resistenza civile” e non politicizzata (individuale e familiare, religiosa e non); essa sorgeva dalla stanchezza della guerra, verso la retorica del regime, la violenza nazista e l’alleanza con la Germania, le difficili condizioni di vita, gli effetti materiali e psicologici dei bombardamenti degli alleati sulle città. Fu insomma una sorta di antifascismo esistenziale, spesso spontaneo e non politicizzato, ma pervasivo e fortemente intriso di un sentimento di solidarietà comunitaria.