8.1 Il conflitto bellico e la corrosione del regime fascista

Nella prima fase del conflitto, sulla scorta della precedente esperienza coloniale etiopica e del riuso della produzione propagandistica degli ultimi mesi della Grande Guerra, ci fu il recupero di temi e iconografie che avevano concorso a costruire l’ideologia fascista. Soprattutto dopo l’apertura del fronte orientale in Unione Sovietica, divenne prevalente il tema dello scontro ideologico e della lotta a ebrei e comunisti bolscevichi, come proiezione esterna di un linguaggio ben noto. I costi della guerra emergono nei frammenti molteplici del “vissuto” e della sensibilità di Italiane e Italiani, attraverso gli avvenimenti che si susseguirono dall’autunno del 1942, quando iniziò a diffondersi la sensazione di una sconfitta inevitabile, ai primi mesi dell’immediato dopoguerra nella primavera del 1945.

Le testimonianze del tempo di guerra riescono a squarciare il velo del conformismo propagandistico di regime. Come nel caso dell’allora giovane ragazza Maria Talluri, studentessa senese, nel cui diario si colgono le fasi successive del ripudio del fascismo: in seguito dapprima alla delusione di fronte all’annuncio dell’entrata in guerra e quindi, soprattutto, al succedersi degli eventi bellici e delle privazioni che ne conseguirono (la fame in primo luogo). Alle «origini di quel processo mentale che mi portò al rifiuto del fascismo» – osservò Maria Talluri – ci fu una vicenda familiare, verificatasi nella primavera del 1941, in seguito all’arresto e quindi al confino del padre, accusato di antifascismo. Quel che accadde, continua Maria, «mi indusse a scegliere, prima nascostamente, poi palesemente, da che parte stare».1 La testimonianza è significativa poiché riflette la condizione non di un percorso di militanza, quanto di una opzione antifascista – divenne staffetta partigiana in seguito – nel nome tanto di un istinto di libertà individuale che di un sentimento di coesione familiare. La sorella maggiore Bruna (che già “militava nella clandestinità”), avrebbe testimoniato invece di un momento di dissociazione corale all’indomani della caduta del regime fascista il 25 luglio 1943, a quel punto non solo individuale e familiare ma comunitario e territoriale. Quando anche a Siena simboli e colori della nazione furono reinvestiti di nuovi valori.

×

Emme Ti [Maria Talluri], 1941: ripudio del fascismo, in P. Gabrielli, Scenari di guerra, parole di donne. Diari e memorie nell’Italia della seconda guerra mondiale, il Mulino, Bologna, 2007, pp. 159-160.

Non mi aspettavo tanto e neppure che potesse finire così. […] La dimostrazione popolare è stata entusiastica e spontanea da sorprendere anche gli osservatori più ottimisti. I distintivi del fascio sono finiti nei tombini delle fogne. […] Il popolo si è riversato esultante per le strade del centro, mentre ad ogni balcone e ad ogni finestra sventolava il tricolore… Sembrava giorno di Palio. I camerieri dei Bar duravano a fatica a servire gli aperitivi. Ho visto gruppi di giovani con i fiaschi in mano che offrivano da bere ai passanti. I detenuti politici liberati da stasera, hanno avuto calde accoglienze di simpatia. Mussolini è finito. Ma siamo coscienti delle gravi ore che ci attendono.2

×

B. Talluri, Cronaca di una passione, ivi, p. 162.

Ben altro era lo spirito che si coglieva nelle cronache e nei commenti della stampa libera all’indomani dell’8 settembre 1943, quando l’armistizio con le forze anglo-americane e soprattutto l’ansia per quello che sarebbe accaduto fece vacillare l’appena ridestato sentimento nazionale. Nelle città, ascoltata la comunicazione data dal generale Pietro Badoglio alla radio verso le 8 di sera, furono lo sconcerto e l’incertezza gli stati d’animo prevalenti tra i cittadini. A Milano, per esempio, raccontano le cronache, «non v’è stata, né al centro né alla periferia, una manifestazione vera e propria, un addensarsi considerevole di masse. Le grida erano poche e senza eco, non si udivano né evviva né abbasso. Dovunque […] erano folle commosse, non liete».3 Il commento del quotidiano restituiva il senso del dramma vissuto dal paese.

×

Folle commosse a Milano, «Corriere della Sera», 9 settembre 1943.

Giorno di profonda tristezza per il popolo italiano, se anche nel primo momento la fine d’una guerra impopolare, che ha sparso di lutti e di rovine tutto il Paese, abbia potuto dare un senso d’istintivo sollievo. Tre anni di sacrifici non hanno portato che a questo risultato. […] Due date sorgono alla mente: il 4 novembre nel 1918, l’8 settembre del 1943. Due guerre: col popolo, senza il popolo. E nel confronto è tutta la storia da cui bisogna risalire.4

×

Risalire, ivi.

Il tema della patria e del patriottismo ebbe diverse e contrapposte declinazioni, presto risultate inconciliabili tra l’universo antifascista e il riproposto fascismo dei fautori della Repubblica sociale italiana, nel cui conflitto si produsse nel nord del Paese una dolorosa guerra civile lunga quasi due anni. La liberazione di Roma da parte delle forze alleate ai primi del giugno 1944 e la sua trasformazione in “città aperta”, grazie alla intercessione di papa Pio XII, avvenne senza una battaglia tra gli eserciti contrapposti. Fu il momento in cui il pontefice prefigurò la funzione di collante morale e spirituale svolta dalla chiesa nella difficile transizione postbellica.

I comitati di liberazione nazionale che via via si insediarono nelle città liberate, furono in grado di occupare il vuoto di potere istituzionale creatosi all’indomani dell’8 settembre, volendo anche corrispondere alle più impellenti aspettative (di natura sia sociale sia simbolica) degli italiani. Tanto sul piano nazionale che in ambito locale, nella misura in cui la vita pubblica veniva influenzata dal patrimonio identitario dei risorgenti partiti politici, anche i nuovi dispositivi simbolico-rituali divennero un terreno di competizione nella costruzione del consenso. Nella transizione post-fascista e democratica i partiti riemergenti concorsero a un diffuso “ritorno” dei simboli e dei miti del Risorgimento nel discorso pubblico, politico e culturale, secondo la duplice tendenza volta a riaffermare un filo unitario nella storia nazionale e a ribadire il valore morale della rinascita dopo il ventennio totalitario e la fascistizzazione dei simboli nazionali.