7.8 L’antifascismo nella clandestinità, nel confino e nell’esilio

La guerra civile che vide contrapporsi fascisti e antifascisti fu impari e costellata di violenze continue, con uccisioni di oppositori e avversari che assunsero un valore simbolico, già allora ed ancora fino ai giorni nostri, nella trasmissione di una memoria divisa tra le successive generazioni.

Era stato dapprima la vicenda di don Giovanni Minzoni (nato nel 1885) a suscitare scalpore e indignazione. Già cappellano militare, era arciprete nella chiesa di S. Nicolò ad Argenta (un borgo rurale delle campagne ferraresi, collocato però nella diocesi ravennate). Negli anni del dopoguerra, aderendo al Partito popolare, egli si rese interprete di un’azione sociale e religiosa che lo portò a promuovere la locale associazione degli scout cattolici, un terreno sul quale forti erano le pressioni a far aderire i giovani alle sezione dei Balilla e che divenne il motivo principale dello scontro. In discussione non erano solo le attività sociali e politiche ma la stessa libertà religiosa. Nella notte del 23 agosto 1923 don Minzoni venne malmenato e ferito mortalmente da un gruppo di squadristi inviati da Ferrara, il cui ras locale era Italo Balbo; se anche si vollero negare responsabilità, le motivazioni furono quindi di natura sia politica sia religiosa. Don Minzoni era del resto consapevole del “passaggio al Rubicone” che per i cattolici popolari impegnati nella vita pubblica si prospettava. Come confidò a un amico pochi giorni prima dell’assassinio.

Come un giorno per la salvezza della Patria offersi tutta la mia giovane vita, felice se a qualche cosa potesse giovare, oggi mi accorgo che battaglia ben più aspra mi attende. Ci prepariamo alla lotta tenacemente e con un’arma che per noi è sacra e divina, quella dei primi cristiani: preghiera e bontà. Ritirarmi sarebbe rinunciare ad una missione troppo sacra. A cuore aperto, con preghiera che spero mai si spegnerà sul mio labbro per i miei persecutori, attendo la bufera, la persecuzione, forse la morte per il trionfo della causa di Cristo.34

×

Lettera a don Getulio Senzalacqua, agosto 1923, in Il diario di don Mnzoni, a cura di L. Bedeschi, Morcelliana, Brescia 1965, p. 266. Quindi Don G. Minzoni, Memorie. 1909-1919, a cura di R. Cerrato e G. L. Melandri, Diabasis, Reggio Emilia 2011, p. 18.

Se l’evento delittuoso e il suo significato collocarono il martirio di don Minzoni nella storia dell’antifascismo cattolico popolare, in realtà ben altro indirizzo presero le linee d’azione promosse dal nuovo Papa Pio XI, il quale avrebbe prefigurato l’incontro e la collaborazione tra le gerarchie ecclesiastiche e il potere fascista, in nome di un “interesse superiore”: ovvero la preservazione di prerogative e guarentigie d’azione.

Di fronte al regime mussoliniano in gestazione, fu soprattutto in seguito all’assassinio di Giacomo Matteotti che l’antifascismo andò definendo i propri caratteri. Fu in relazione al significato da attribuire alla sua morte che maturarono i tratti delle distinte culture politiche. In una memoria patriottica che risaliva al martirologio risorgimentale, era stato Piero Gobetti, nel delineare il ritratto di Matteotti, a indicare le virtù del “nuovo” martire politico, eletto a esemplare simbolo antifascista. Sottolineando l’«incompatibilità etica» e l’«antitesi istintiva» rispetto al fascismo, derivategli dalla sua «iniziazione infallibile» alla militanza socialista, Gobetti rimarcava l’immagine del «volontario della morte», dell’«uomo che sapeva dare l’esempio», facendone l’icona della nascente memoria antifascista: «Perché la generazione che noi dobbiamo creare è proprio questa, dei volontari della morte per ridare al proletariato la libertà perduta».35 Per i comunisti era stato Antonio Gramsci a delineare il contesto nel quale collocare Matteotti, additato come tra i più «animosi pionieri» del movimento socialista e interprete della «contraddizione» tra il necessario risveglio della vita politica e la mancanza di una guida rivoluzionaria. In questo senso, anche la morte eroica veniva vista più come il tragico riflesso del passato che come un’effettiva rigenerazione politica e morale dell’opposizione al fascismo:

×

P. Gobetti, Per Matteotti. Un ritratto (1924), Il melangolo, Genova 1994, pp. 37 e 41-43 per le citazioni.

Il sacrificio eroico di Giacomo Matteotti è per noi l’ultima espressione, la più evidente, la più tragica ed elevata, di questa contraddizione interna di cui tutto il movimento operaio italiano per anni ed anni ha sofferto. [...] non deve, non può rimanere vano questo sacrificio supremo, in cui tutto l’insegnamento di un passato di dolori e di errori si riassume.36

×

A. Gramsci, Il destino di Matteotti, in “Lo Stato Operaio”, 28 agosto 1924.

Mentre si condividevano la denuncia dell’assassinio e il richiamo al rispetto della vita umana, era in discussione quali dovessero essere le forme attraverso le quali contrastare il fascismo; fu una discussione sulle modalità dell’azione antifascista e sui modelli cospirativi all’interno del paese che sarebbe risultata fonte di ricorrenti polemiche. Accanto a don Giovanni Minzoni e Giacomo Matteotti il pantheon antifascista degli oppositori caduti sotto i colpi delle violenze fasciste si sarebbe tragicamente arricchito: basti ricordare Gobetti e Amendola (nel 1926) in seguito alle violenze subite; Gastone Sozzi (nel 1928)37 e lo stesso Gramsci (nel 1937),38 deceduti nelle carceri fasciste; i fratelli Nello e Carlo Rosselli (nel 1937), fatti assassinare dal regime nell’emigrazione in Francia. Al di là delle diverse identità politiche, tutti avrebbero condiviso una circostanza: la mancanza di un momento comunitario e solenne di cordoglio. Fu un destino che sarebbe toccato a tanti oppositori del fascismo, in carcere, al confino o nell’esilio lontano dal paese. Ecco allora, come fonti del ricordo e della memoria collettiva, la custodia di lettere e carteggi,39 quando non di immagini e reliquie, presto oggetto di un diffuso culto popolare; straordinario e persistente nel caso di Matteotti.40

×

[A. Leonetti], I delitti dell’inquisizione fascista. Gastone Sozzi, a c. della sezione italiana del Soccorso Rosso Internazionale, Parigi 1928.

×

Sulla morte in carcere di Gramsci il 27 aprile 1937, dopo dieci anni di privazione della libertà, cfr. P. Togliatti, Gramsci, capo della classe operaia italiana, in “Lo Stato Operaio”, n. 5-6, maggio-giugno 1937, in Id., Antonio Gramsci, a c. di E. Ragionieri, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 9.

×

A proposito della memoria di Piero Gobetti, si veda il carteggio della moglie: Nella tua breve esistenza: lettere di Ada Prospero Gobetti, a c. di E. Alessandrone Perona, Einaudi, Torino 1991.

×

Cfr. Matteotti. Il mito, a c. di S. Caretti, Nistri-Lischi, Pisa 1994; si tratta di una raccolta di testimonianze e fonti.

La stampa antifascista clandestina segnalò sempre con dovizia di particolari, enfatizzando la reale portata dell’evento, la presenza di qualche segno di opposizione rispetto ai simboli e ai colori del regime; del resto rimossi quanto prima dalle autorità. Ecco dunque, in occasione del Primo Maggio, le note concernenti la piccola bandiera o il garofano rossi messi in mostra in qualche luogo pubblico. «Al nuovo Macello – riportò il giornale comunista «l’Unità» nel 1927 per Milano – restò issato, fino a pomeriggio inoltrato, una grande bandiera rossa. Altre bandiere rosse vennero issate in corso Lodi, in Via Solari, alla Cagnola e a Musocco». «A Torino una bandiera è stata lanciata per mezzo di palloncini. A Grugliasco una bandiera rossa è stata issata sul campanile. A Cossato (Biella) la bandiera rossa è comparsa su un albero altissimo».41 Il funerale “rosso” di origine tardo ottocentesca lasciò un retaggio nei funerali dei “sovversivi” in età fascista. Furono ben 86 i confinati politici per aver partecipato a funerali “rossi”, quasi tutti di estrazione popolare o proletaria. Si trattava di rivalse simboliche che dissimulavano una sconfitta epocale, sul piano tanto sociale che politico. Fu però attraverso quei simboli – la bandiera rossa in primo luogo – che si sarebbe stabilito un rapporto di complicità e di coesione tra le diverse generazioni dell’antifascismo: quella degli sconfitti e quelle di figli e nipoti che avrebbero animato prima le reti clandestine e quindi la lotta partigiana.

×

Manifestazioni ovunque per il I Maggio, «l’Unità», 14 maggio 1927.

Fin dal 1929, giunti a Parigi dopo l’avventurosa fuga dal confino nell’isola di Lipari, Carlo Rosselli ed Emilio Lussu, già animatori dell’interventismo democratico, avevano costituito il movimento di Giustizia e Libertà (Gl) sulla base di una forte opposizione morale al fascismo, unita alla volontà di una riflessione critica sulle novità del regime e all’impeto di una rivendicata azione rivoluzionaria. L’orizzonte di un socialismo liberale, prospettato da Carlo Rosselli nel 1930,42 compendiò in modo emblematico la carica idealistica che connotò le fasi originarie del movimento di Gl rispetto alla crisi ideologica del marxismo e alla sconfitta politica subita dal Psi nel primo dopoguerra. Si puntava alla coniugazione delle tradizioni liberale, democratica e socialista, nella valorizzazione sia delle libertà collettive sia dell’autonomia individuale. Nel 1932 uno “schema di programma” tratteggiò il passaggio di Gl da movimento d’azione rivoluzionario a gruppo politico autonomo, secondo un orientamento comunque molto critico verso la forma partito stalinista e le organizzazioni politiche totalizzanti. Ai principi originari si accomunava un forte carattere volontaristico, individualistico ed elitario, unito alla carica contestativa del determinismo positivistico proprio della tradizione socialista riformista. Furono quindi la conquista fascista dell’Etiopia e la guerra civile in Spagna a radicalizzare il movimento, accentuandone il carattere rivoluzionario e classista (Rosselli, Lussu e Trentin rispetto al gruppo di Andrea Caffi e Nicola Chiaromonte). Dall’alveo di Giustizia e Libertà fino all’approdo al Partito d’azione (Pd’a) nel 1942 provenivano alcuni dei principali filoni politico-culturali dell’antifascismo non comunista: i liberaldemocratici di Ugo La Malfa e Ferruccio Parri, i gobettiano-giellisti di Vittorio Foa ed Emilio Lussu, i liberal-socialisti di Aldo Capitini e Guido Calogero. Accanto a questi tre principali nuclei, parteciperanno al Pd’a anche liberali con simpatie comuniste come Silvio Trentin, meridionalisti rivoluzionari come Guido Dorso, “pragmatici” come Tristano Codignola.

×

C. Rosselli, Socialismo liberale (1930), a c. di J. Rosselli, Einaudi, Torino 1997.

Le diverse culture antifasciste erano chiamate a tenere insieme più generazioni, nonché a ricongiungere le diverse esperienze maturate nel ventennio fascista: chi nell’esilio e nell’emigrazione, chi nel carcere e nella clandestinità in Italia, con percorsi di antifascismo che incrociavano il vissuto individuale e generazionale con quello familiare e amicale, in uno spazio spesso indistinto tra dimensione privata e sfera pubblica. Le memorie familiari e le testimonianze orali permettono di interrogarci sulle diverse forme della resistenza culturale di fronte al fascismo.43 Essa che oscillava comunque tra compromessi pragmatici con il regime e preservazioni di piccoli spazi di libertà; vale a dire tra l’adattamento all’ordine imposto e la difesa di una pur minima autonomia nella vita quotidiana. Nel manifestare voci e segni di opposizione, si ricorreva anche alle espressioni più consuete della tradizione popolare: il canto, lo sberleffo, il gioco, la dissimulazione dell’adesione al regime. Era una memoria inoltre che privilegiava i fattori di identità legati allo spazio e ai luoghi del lavoro, mentre meno frequente fu il recupero alla memoria del discorso politico, durante il regime occultato e affidato ai ristretti circuiti delle confidenze, se non della clandestinità. Quello della famiglia e della parentela, così come dei circuiti amicali e della sociabilità comunitaria, fu insomma uno spazio privilegiato per le manifestazioni di quell’“antifascismo esistenziale” – anche femminile – che si poteva celare dietro i diversi, piccoli, segni di non adeguamento agli imperativi dell’ordine fascista.

×

Come esempi possibili: Politica e affetti familiari. Lettere di Amelia, Carlo e Nello Rosselli a Guglielmo, Leo e Nina Ferrero e Gina Lombroso Ferrero (1917-1943), a c. di M. Calloni e L. Cedroni, Feltrinelli, Milano 1997; V. Foa, Lettere della giovinezza. Dal carcere 1935-1943, a c. di F. Montevecchi, Einaudi, Torino 1998; M. Mila, Argomenti strettamente famigliari. Lettere dal carcere 1935-1940, a c. di P. Soddu, introduzione di C. Pavone, Einaudi, Torino 1999.

Se nell’Italia liberale l’assegnazione al domicilio coatto fu la misura adottata per reprimere il dissenso politico, fu il confino di polizia lo strumento cui il fascismo ricorse per fronteggiare l’aperta opposizione antifascista. Furono le “leggi fascistissime” del 3 novembre 1926, data di fondazione del regime mussoliniano, a istituire il confino di polizia, che si accompagnò alla reintroduzione della pena di morte e alla creazione del Tribunale speciale. Tra 1926 e 1943 furono circa 15 mila gli italiani inviati in piccoli e isolati paesi delle regioni centro-meridionali; i più pericolosi antifascisti avevano un trattamento particolare, con destinazione le isole più remote del Mediterraneo. Su un piano, il confino comminato ai “nemici interni” implicò continue privazioni alle famiglie; sono storie che videro in primo piano giovani donne e un universo femminile coinvolto nel “vissuto antifascista” dei “sovversivi” presi di mira dal regime. Sull’altro versante, il paradosso fu che, nonostante la privazione delle libertà e le violenze subite, rifiutando la possibilità di essere rilasciati a fronte di un’adesione al regime, per tanti antifascisti quelle isole di confino divennero delle “scuole di dissenso” ovvero dei veri e propri laboratori politici. Germinarono allora i progetti per l’“altra Italia” e per la nuova Europa.

Una di quelle “scuole di dissenso” si ebbe all’isola di Ventotene, laddove erano confinati gli antifascisti giellisti Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, antesignani del federalismo europeo. Insieme a Eugenio Colorni e a Ursula Hirschmann, tra 1941 e 1943, essi stesero e divulgarono il manifesto programmatico Per un’Europa libera e unita, 44 considerato ancora oggi uno dei testi fondamentali nel processo di costruzione della identità europea. Riflettendo sull’esperienza dei regimi totalitari e prefigurando l’orizzonte internazionale di un mondo libero e in pace, per l’Europa si prospettava il superamento di politiche nazionali in una chiave federalistica; muovendo dalla trasformazione dei partiti tradizionali e dalla necessità di un loro carattere transnazionale, come espresse fin dall’agosto 1943 il Movimento federalista europeo. Si leggeva nel Manifesto:

×

A. Spinelli e E. Rossi, Per un’Europa libera e unita (1941), che si riprende dall’edizione a cura del Senato della Repubblica, Roma 2017.

la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale […] e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale.