7.7 Impero coloniale, italianità e razzismo
Il regime era impegnato nella promozione di una sorta di «universalismo fascista», con echi e traduzioni al di fuori del paese, di cui erano propagatori sia i fasci nella comunità italiane all’estero (patrocinati con largo impegno di consolati e ambasciate) sia i comitati d’azione per l’universalità di Roma. Nella progettazione di una società totalitaria l’ideale di “uomo nuovo” identificava un tipo ideale di italiano: doveva essere un maschio bianco, in salute ed eterosessuale. Si definirono quindi modalità di un riconoscimento e, al contrario, di una sua separazione, cui corrispondevano pratiche di marginalizzazione e di discriminazione sociale, sessuale ed etnica, fino a produrre politiche razziali.
Le forme e i linguaggi della propaganda furono molteplici. Spesso le riviste illustrate e il cinema offrirono rappresentazioni emblematiche; fu il caso della “Domenica del Corriere”, che dal primo Novecento, con le sue copertine colorate, compendiava i “momenti” di passaggio. Nella mobilitazione in vista dell’impresa coloniale campeggiò la rivendicata missione civilizzatrice della «razza latina e mediterranea».29 Nell’avvio della campagna militare d’Etiopia, nell’ottobre 1935, Mussolini fece un discorso a Piazza Venezia, poi rimbalzato in tutto il paese attraverso gli apparecchi radiofonici. La «Domenica del Corriere» dedicò all’evento una copertina che compendiava la fascistizzazione di simboli e colori nazionali. Attraverso un fotomontaggio il corpo di Mussolini si staccava quasi dalla folla acclamante, dalla cui marea nera s’innalzavano macchie tricolori; sullo sfondo si stagliava il volto dell’Italia turrita, nelle stesse proporzioni di un grande fascio littorio.30
L’anima militare e la retorica del regime fascista emersero pienamente in occasione della guerra d’Etiopia, che tra 1935 e 1936 avrebbe portato alla proclamazione dell’Impero, dopo una guerra di conquista che vide anche l’uso di gas chimici asfissianti e l’esercito italiano – guidato dal generale Pietro Badoglio – a macchiarsi di crimini di guerra. Sia nella propaganda colonial-imperialista sia nelle memorie dei legionari, i volontari in camicia nera della MVSN assunsero un ruolo preminente; era il fascismo squadrista di nuovo in armi che tornava al centro della rappresentazione di regime. Nell’impresa coloniale risaltò il prioritario punto di vista razziale: l’impero fascista voleva essere un dominio sugli africani da parte degli italiani in quanto “razza” bianca. In tal senso, tramite un tipo ideale di mascolinità fascista, la costruzione di un “uomo nuovo” assunse una precisa valenza razziale; sebbene, essa emergesse dalla definizione dell’“altro” come “non bianco”, più che dalla esplicita definizione dei colonizzatori italiani per il loro colore di pelle.
L’amministrazione coloniale del viceré Rodolfo Graziani, violenta e cruenta, con stragi di civili e deportazioni forzate, promosse una forma peculiare di razzismo italiano; di essa si ebbero riflessi anche laddove le comunità di emigrati all’estero – per esempio, negli Stati Uniti e in Brasile – entrarono in polemica con i neri afro-americani. Quella dei miliziani inviati dal regime fascista in Etiopia era infatti un’autorappresentazione che esprimeva uno spirito non solo nazionalista e imperialistico.
Giriamo, guardiamo, interroghiamo: è un quadro che sorprende ma non affascina. Alla vista di questi indigeni nasce in noi un orgoglio che prima non conoscevamo: quello di essere bianchi. Sentiamo infatti che siamo diversi, che nulla ad essi ci può unire, che essi sono ancora all’abc della civiltà, che hanno bisogno di imparare a lavorare, a sudare, a faticare, a rendere. Che tra noi e loro c’è veramente un abisso, profondo, incolmabile. Potremo elevarli, potremo avvicinarli a noi, ma rimarranno sempre al di là di una invisibile barriera che è vano e può essere pericoloso superare. E guardandoli, guardandoli bene, ci pare che solo partendo da questa base, solo mantenendo ferme queste distanze gioveremo ad essi e a noi: potremo farne qualcosa. […] per tutti questi musi neri noi sentiamo di poter essere solo i fascisti, i capi, le guide, i maestri: mai i commilitoni, mai gli amici, mai i fratelli maggiori!31
La dimensione di genere è una delle direttrici che permette di indagare lo stretto nesso tra razzismo e sessismo che contraddistinse lo sfondo ideologico sulla cui base fu costruito il discorso sul primato dell’“esser bianchi”. Che di discriminazione a sfondo razziale si trattasse e non tanto di una autorappresentazione etno-culturale, emerse a proposito del problema dei nascituri meticci, frutto dell’unione interrazziale. Nel governo dei possedimenti d’oltremare nell’Africa orientale il controllo sessuale fu il dispositivo grazie al quale regolamentare i costumi e la moralità, allo scopo di preservare la “bianchezza” e scongiurare il meticciato. Confrontando le politiche fasciste con quelle degli imperi coloniali di altri paesi europei, emerge come il disciplinamento della sessualità fosse una delle attività su cui i governi metropolitani concentrarono i loro sforzi nella costruzione di una società che rispondesse al primato della razza bianca. Sono temi che continuano a tenere vivo il rapporto tra breve storia dell’impero coloniale (tra 1936 e 1941) e memoria post-coloniale, grazie anche a romanzi storici che intrecciano ricostruzione, testimonianza e finzione narrativa.32
Se nel caso delle politiche coloniali valse un razzismo su basi gerarchiche (tra colonizzatori e colonizzati), esplicito fu il passaggio a una dichiarata ideologia di persecuzione razziale con le leggi promosse nei confronti della comunità ebraica. Dopo che da tempo la stampa di regime aveva avviato una campagna propagandistica, il 14 luglio 1938 fu pubblicato il “Manifesto della razza”, sottoscritto da un gruppo di noti scienziati. Il 6 agosto cominciarono le pubblicazioni de «La difesa della razza», diretta da Telesio Interlandi e avente in copertina un inequivocabile fotomontaggio tendente a separare (tramite un braccio che protende un gladio romano) la bianca razza ariana e mediterranea dalle altre di colore. Il 5 settembre 1938 furono introdotte leggi razziali, con pesanti discriminazioni nei confronti dei diritti di cittadinanza goduti dagli ebrei,33 espulsi da ogni incarico nella pubblica amministrazione, comprese scuole e università, e impossibilitati ad accedere ad alcune professioni; prima che si decretasse l’espulsione dal paese degli ebrei stranieri (con cittadinanza italiana avuta dopo il 1919). Ai provvedimenti discriminatori corrisposero linguaggi e misure intesi a demonizzare gli ebrei, estendendo il clima di sospetto e di pregiudizio antisemitico. La stretta alleanza con la Germania nazista, l’entrata in guerra al suo fianco e la vicenda della Repubblica sociale italiana (Rsi) segnarono una drammatica escalation nella persecuzione antiebraica.