7.5 Una pedagogia totalitaria. Giovani e donne, cultura popolare e arte

Il regime cercò di affermare un modello di “italiano” che corrispondesse ai principi del fascismo: l’“uomo nuovo” fu oggetto di una continua attività pedagogica e propagandistica, attraverso i diversi linguaggi e un effluvio di parole d’ordine e immagini seduttive. Il “buon fascista” ideale si doveva ispirare ai tipi del contadino e del soldato; a modelli tradizionali si attribuivano caratteri invece moderni, come il dinamismo e lo sguardo verso il futuro. L’“Italiano ideale” doveva essere pronto a mobilitarsi e a sentirsi parte di un sistema gerarchizzato. Si fece ricorso alle strutture preesistenti (la scuola in primo luogo) e si crearono nuove istituzioni (sportive e assistenziali, tecniche e professionali, artistiche e culturali ecc.). Se il fascismo cercò in modo sempre contraddittorio di far corrispondere le realizzazioni ai propositi ideologici, diversi gruppi professionali coniugarono i fini del regime con proprie aspirazioni di ascendente status sociale (esperti della propaganda e tecnici agrari, medici e scienziati ecc.). Il regime mise in campo istituzioni con lo scopo di organizzare e mobilitare la società, in primo luogo i giovani e le donne. In entrambi i casi, esso si scontrò con la presenza dell’Azione Cattolica nel campo educativo, un terreno che la Chiesa non avrebbe accettato di abbandonare; ne derivò una competizione continua, simulata e sotterranea ma in alcuni momenti emersa pienamente alla luce.

Nel caso delle donne lo scopo principale del fascismo fu di ricondurle alle tradizionali funzioni materne e familiari; in tal senso si mosse la politica assistenziale e demografica del regime, come venne esemplificato anche dalla creazione, nel 1925, dell’Opera nazionale per la maternità e l’infanzia. L’apprendistato associativo condotto nelle organizzazioni di massa era funzionale soprattutto a promuovere una presenza femminile nelle liturgie di regime. Ciò indusse però a forme inconsuete di protagonismo nella vita pubblica e di vera e propria militanza politica, introducendo fattori di corrosione della mentalità tradizionale. Il privilegio accordato dal Pnf alle organizzazioni di massa esterne ai luoghi di lavoro comportò dunque una particolare attenzione verso le donne, così come nei confronti dei giovani e degli studenti universitari. Il personaggio chiave di questo processo fu Renato Ricci, presidente dell’Opera nazionale balilla e fondatore nel 1932, a Orvieto, dell’Accademia femminile, cui fu assegnato il compito di produrre un modello “fascista” di vita per le giovani donne, prima che in età adulta rientrassero nella sfera familiare con le abituali vesti di sposa e di madre. Era comunque un protagonismo, quello delle donne, non in sintonia con il carattere maschilista delle organizzazioni di partito. Nella condizione delle donne lungo gli anni Trenta era dunque presente una contraddizione intrinseca, rimasta irrisolta; vale a dire, fra la rappresentazione tradizionale, prevalente nella propaganda di regime, paternalistica e legata all’immagine della donna come portatrice di un equilibrio morale nell’ambito familiare, e la traduzione in qualche misura di modelli di presenza nella vita pubblica propri delle società di massa europee.

Nel caso dei giovani, quello del regime fu un investimento strategico, in primo luogo come mito fondante l’identità fascista e nella pratica volto a forgiare un fattore strategico nell’educazione dell’“uomo nuovo”: un obiettivo perseguito con una rete verticale di organizzazioni di Stato che accompagnava l’apprendistato per passaggi d’età – tra prima infanzia e adolescenza – fino all’iscrizione al partito, rito di passaggio nell’accesso alla vita adulta.

Muovendosi su un terreno prefigurato dalla guerra e rilanciato dal primo fascismo, i giovani furono inseriti in un progetto di educazione e di apprendistato paramilitare che doveva garantire la realizzazione dei propositi della rivoluzione fascista. Di essi si occupavano fumetti e riviste illustrate, cartoline e quaderni di scuola. Ricorrente fu la figura di Balilla, giovane eroe dell’insurrezione anti-austriaca di Genova nel 1746, già immessa del resto nell’inno patriottico di Mameli e reinventata negli anni dello squadrismo come incarnazione – in camicia e fez neri, foulard azzurro –22 del modello giovanile paramilitare fascista; la canonizzazione postuma di Balilla fu emblematica circa la pervasiva fascistizzazione della storia risorgimentale. Fino alla metà degli anni Trenta il fumetto principale fu il «Giornale del balilla», creato nel febbraio 1923 per soppiantare la concorrenza del «Corriere dei Piccoli» (sorto nel 1908). «Non si conquista l’anima della Nazione, se non si cura l’educazione intellettuale e morale dei fanciulli e dei giovinetti, non si coltivano i vincoli sacri che uniscono l’una generazione all’altra»,23 aveva scritto Dino Grandi presentando l’iniziativa editoriale, allo scopo di fare dei bambini dei futuri soldati, insegnando loro nozioni di guerra e pratiche di cameratismo. Nel 1927 arrivò il fumetto «La Piccola italiana», con carattere diverso. L’ambientazione delle storie era familiare, intesa ad ammonire la “piccola italiana” circa le buone maniere di condurre la vita quotidiana.24 Nelle lettere inviate alla rivista si narravano piccoli episodi di vita scolastica e familiare, così come la partecipazione ai riti di regime (il giuramento di fedeltà, le attività sportive).

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IX Leva fascista, «Il Balilla», 23 maggio 1935: si riprende da Fondazione F. Fossati, Il fumetto di propaganda in Italia dalle origini al 1945, Forlì-Predappio 2008, p. 32.

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«Il giornale dei Balilla», n. 1, 18 febbraio 1923.

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[Tempi di autarchia], «La Piccola Italiana», 1936/ 33: da Il fumetto di propaganda .., cit., p. 56.

Nel 1922, come organizzazione collaterale del partito era stata creata l’Opera nazionale balilla (Onb), resa autonoma nel novembre del 1926 e, l’anno seguente, riconosciuta come l’organismo deputato al controllo delle attività ginniche nelle scuole. L’intento era quello di fare della struttura scolastica un luogo di apprendistato premilitare di educazione fascista, di cui l’attività fisica e la cura del corpo dovevano essere un tratto distintivo. Un’apposita Carta dello Sport, sotto forma di decalogo, fu emanata nel dicembre 1928. L’educazione fisica dei giovani tra i 6 e i 14 anni spettava all’Onb, mentre alla Milizia volontaria di sicurezza nazionale (Mvsn) era «affidata l’educazione fisica delle Camicie Nere, nelle forme a carattere esclusivamente militare e di competizione collettiva (gare di reparto e di squadra)»; l’Ond doveva invece «curare l’educazione sportiva delle grandi masse» a proposito delle attività «di carattere popolare».25 Insomma, tutte le attività sportive ricadevano sotto il pieno controllo del regime.

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Carta dello Sport, 30 dicembre 1928, che si cita da S. Pivato, L’era dello sport, Giunti, Firenze 1994, p. 107.

Il carattere formativo ed educativo, ricreativo e assistenziale dell’Onb lasciava intendere l’ampiezza del progetto pedagogico di massa posto in essere dal regime fascista: un programma che non solo comprendeva attività di supporto alla scuola e sconfinava nell’organizzazione delle attività del tempo libero, ma che, con la presidenza di Renato Ricci, si sviluppò in uno spazio di autonomia dal Pnf nella formazione politica dei quadri. Anche in questo caso si delineò una prassi di burocratizzazione che comportò dapprima l’inquadramento dell’Onb negli apparati del ministero dell’Educazione nazionale e successivamente, nell’ottobre del 1937, nella fase di accelerazione del carattere totalitario del regime, il suo assorbimento nella Gioventù italiana del littorio (Gil). Posta alle dirette dipendenze del segretario del partito, la sua struttura esprimeva lo spirito totalitario dell’educazione statale, secondo un rigido modulo organizzativo per fasce di età femminili e maschili, tra i 6 e i 21 anni, nelle quali trovavano posto i figli della lupa, i “balilla”, gli avanguardisti, i giovani fascisti, così come le piccole italiane, le giovani italiane e le giovani fasciste.26

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Istituzione della Gioventù Italiana del Littorio (1937), in A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario, cit., pp. 561-562.

Se il fascismo si presentava come una società di massa laddove la cultura popolare era posta al servizio dell’organizzazione del consenso, sul piano artistico-culturale l’Italia degli anni Venti e prima della radicale fascistizzazione della seconda metà degli anni Trenta risultò invece irriducibile a un rigido schema di modello totalitario, come si ebbe nella Germania nazista e nell’Unione sovietica stalinista. Si consentivano diversi stili estetici, che comportarono non tanto forme di dissenso quanto una propaganda ancor più pervasiva, intesa a meglio coniugare l’arte con la vita quotidiana dell’Italia al tempo del regime fascista, i linguaggi artistici con la rappresentazione della propaganda e della comunicazione fasciste. Nel 1937, con la nascita del Ministero della cultura popolare, il regime cominciò invece a intervenire in forma cogente anche in ambito artistico e culturale. Proprio allora si ebbe lo sviluppo anche in Italia di forme culturali moderne, quali i settimanali illustrati (anche per ragazzi), i film sonori, l’ascolto della radio; emergevano industrie culturali che favorirono un largo consumo popolare, i cui riflessi nella vita quotidiana anche le testimonianze orali avrebbero in seguito avvalorato.