7.4 La “società unificata”: il regime corporativo
Nonostante la conquista del potere, da parte del fascismo non fu agevole la costruzione di una rete organizzativa capace di surrogare le depotenziate e svilite forme associative attive nel dopoguerra sul piano sociale, economico, ricreativo e culturale. La conquista della società civile e la sua violenta omologazione nella sfera esclusiva delle istituzioni statali comportarono spesso un complesso rapporto di ereditarietà con il passato. Sul piano territoriale, nella misura in cui si guardi al complesso delle forme di organizzazione degli interessi, si potranno meglio verificare dapprima l’utopia fascista di una “società unificata” oltre le differenze classiste e quindi la “qualità” del consenso acquisito al regime nella promozione dei contraddittori tentativi di modernizzazione. Dietro la veste burocratica e propagandistica del partito e delle sue organizzazioni collaterali si evidenziò una persistente fragilità organizzativa delle strutture di potere fascista, nonostante l’accorta ricezione di spezzoni delle tradizioni socio-culturali comunitarie.
Grazie a una legge del novembre 1925 fu fatto obbligo alle associazioni di comunicare ogni informazione della loro vita interna ai prefetti, dotati di ampi poteri di intervento, fino allo scioglimento degli stessi sodalizi, alla confisca dei beni, alla determinazione di sanzioni sia pecuniarie sia detentive a carico dei dirigenti. Mentre la legge prese di mira esplicitamente le associazioni segrete – fino a comprendere le logge massoniche – e quelle politicamente avverse al potere, nella sua applicazione venne la direttiva di non toccare «le associazioni, enti e istituti, che esplichino palesemente attività e perseguano fini puramente religiosi ed economici». Si invitò invece a colpire «le associazioni pseudo-culturali e pseudo-sportive che, sotto la veste apparente della cura dello sport e della cultura, nascondono spesso interessi di parte e coltivano finalità politiche in opposizione al regime».17
Con il regime fascista la riorganizzazione delle relazioni economiche e produttive fu incanalata entro una cornice burocratica, basata sulla collaborazione per via amministrativa fra capitale, tecnici e lavoro. Rientrato l’orientamento di Edmondo Rossoni, già sindacalista rivoluzionario e fautore nel Pnf di una linea che ricongiungesse le controparti (lavoratori e datori di lavoro) in un sindacato “integrale” (con estese funzioni politiche), il progetto fascista di ricomposizione autoritaria degli interessi sociali e della loro rappresentanza corporativa, comportò l’attribuzione di compiti pubblici obbligatori agli organismi nazionali di categoria.
l Fascismo essendo un’idea unitaria della Nazione, non poteva in nessun momento assumere un carattere classista, cioè rappresentare soltanto una parte dell’attività produttiva del nostro Paese. Naturalmente non volendo essere nemmeno un Partito nel tradizionale senso della parola, doveva svolgere la propria attività non solamente in senso politico generico, ma doveva affrontare il problema, anzi i problemi del lavoro e della produzione. [...] Ma i vecchi partiti non sono andati al popolo. [...] Quando noi abbiamo detto che siamo un Sindacalismo politico fascista, legavamo indissolubilmente le nostre sorti alla forza stessa e alla coscienza del movimento politico del Partito fascista.18
Mentre già nel dicembre del 1923 si era definito un primo accordo, nell’ottobre del 1925, con il patto di palazzo Vidoni stipulato tra la Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali fasciste e la Confederazione generale dell’industria, le due organizzazioni si legittimarono reciprocamente come rappresentanze esclusive del mondo del lavoro e cogestori della contrattazione collettiva. Fu sancita altresì l’abolizione delle commissioni elettive interne, la forma storica della presenza operaia all’interno delle fabbriche. Come risultato di quel patto, seguì la legge del 3 aprile 1926 sulla disciplina dei rapporti di lavoro, la quale sanciva il riconoscimento giuridico e il controllo statale di una sola organizzazione sindacale (quella fascista) per ogni impresa o categoria professionale e vietava sia il diritto di sciopero sia la serrata. Già il 25 aprile del 1925, prendendo posizione a favore della collaborazione tra le classi, il Gran Consiglio del fascismo aveva indicato «lo sciopero effettuato dalle Corporazioni come un atto di guerra», stabilendo in modo netto « la differenza fra lo sciopero fascista, che è una eccezione ed ha in se stesso i suoi obiettivi definiti, e lo sciopero socialista, che fu una regola ed è sempre considerato e praticato come un atto di ginnastica rivoluzionaria a fine remoto e irraggiungibile ».19
Sulla base del principio che ogni interesse doveva essere ricomposto in quelli della produzione nazionale, la legge del 1926 si proponeva di eliminare i conflitti sociali tra maestranze e imprenditori, attraverso l’istituzione di un arbitrato statale affidato a un’apposita magistratura del lavoro. Questa fu la prima di una serie di misure prese e destinate a dare veste istituzionale alla costruzione di un regime corporativo; anche se, in realtà, sotto il velo di questo che fu uno dei miti più propagandati del regime, la principale preoccupazione fu di garantire gli imprenditori e i proprietari agrari da ogni possibile opposizione sia nell’organizzazione della produzione sia nella gestione della manodopera. Nonostante la creazione, avvenuta nel 1926, del ministero delle Corporazioni, la perseguita costruzione di organismi nazionali corporativi richiese tempo, tanto che la legge costitutiva si ebbe solo nel febbraio del 1934.
Se nel corso dei primi anni Trenta il regime si stabilizzò, esso dovette fare i conti con la dimensione globale e la complessità della società capitalistica dopo la crisi del 1929; la società italiana registrava i primi effetti della produzione e di un consumo di massa. Acceso fu il dibattito sul corporativismo e sulla sua declinazione in più settori, in primo luogo nell’organizzazione del lavoro. Il ruolo del sindacato, dal novembre del 1928 non più rappresentato da una sola istituzione ma distinto in diverse confederazioni nazionali per settori professionali, risultò subalterno rispetto alle associazioni nazionali degli imprenditori industriali e agricoli, riducendosi soprattutto a svolgere un compito di controllo sociale e potendo dare voce solo in parte alle istanze dei lavoratori. I sindacati divennero uno degli strumenti principali dello Stato burocratico e autoritario fascista nell’organizzazione del consenso e nel disciplinare le tensioni sociali. Basti un esemplare riscontro. Nella primavera del 1932, in un periodo di grave disagio economico come effetto della crisi economica dei primi anni Trenta, a Carrara il locale sindacato dell’industria accettò una consistente riduzione dei salari, provocando una diffusa protesta e un conseguente sciopero, sedato dalla repressione congiunta della polizia e delle squadre d’azione del partito, guidate dai capi degli industriali. Erano i giorni a ridosso del Primo Maggio e così si annotava in un carteggio tra i funzionari fascisti:
Sabato e domenica scorsa hanno circolato per Carrara squadre di fascisti capitanate dagli industriali [...]. Tutti gli operai – fascisti e non fascisti – che la sera dell’assemblea da me presieduta presero la parola per protestare contro le riduzioni salariali sono stati bastonati di santa ragione come dei volgari malfattori dalle squadre suddette. [...] L’impressione generale quindi è questa: che andare a reclamare ai Sindacati vuol dire correre il rischio di prendere legnate.20
In virtù della legge sulle associazioni del 1925, se un circolo popolare sfuggiva alla messa al bando o alla confisca dei beni sociali, quando non si giungeva a un autoscioglimento l’approdo era la forzata adesione all’Opera nazionale del dopolavoro (Ond). Eretta su un modello statunitense, e presa per esempio dall’analoga istituzione creata in Germania dal nazismo una volta giunto al potere nel 1933, l’Opera fu anticipata dall’Ufficio centrale del lavoro, costituito alla fine del 1923 nell’ambito della Confederazione dei sindacati fascisti. Essa venne ufficialmente creata nel maggio del 1925 con il compito di gestire la promozione del tempo libero e di attività ricreativo-culturali. Posta dapprima alle dipendenze del ministero dell’Economia nazionale, già nel 1927 l’Opera venne affidata alla direzione del segretario del partito. Inserita quindi in un quadro burocratico e gerarchizzato, l’Ond svolse un’importante funzione di controllo e di disciplinamento sociale, ma poté incentivare una certa promozione sociale, anche perché le pratiche del tempo libero furono sottratte alla giurisdizione del sindacato e acquisirono una dimensione prioritaria nelle politiche pubbliche del regime. L’Ond comportò infatti una possibilità inedita di accesso alla fruizione di occasioni di svago per quanti ne erano rimasti fino ad allora estranei. Basti pensare al favore con cui i giovani guardarono alle sezioni sportive e culturali dell’Ond. Ciò considerando anche che l’adesione non era obbligatoria e che a livello locale non mancavano margini di autonomia nelle pratiche ricreative, rispetto a un’organizzazione burocratica che si dimostrava incapace di assimilare tutte le espressioni della cultura popolare alle istituzioni e all’ideologia di regime.
Resistenze all’adesione si ebbero tra i lavoratori delle città più legati alle pratiche solidaristiche e di classe delle associazioni popolari, come ebbe modo di osservare il leader comunista Palmiro Togliatti nelle sue Lezioni sul fascismo: «A Torino non trovate il dopolavoro negli antichi circoli rionali. A Novara sì. E li trovate anche nell’Emilia, nel Veneto, in Lombardia fino ai dintorni di Milano».21 Fu comunque nella costruzione di una rete capillare di istanze associative sottratte alla politica e agli indirizzi classisti (fattori peculiari dei circoli popolari socialisti) che l’Ond si rivelò uno strumento essenziale nella costruzione del consenso al regime fascista. Mentre l’universo associativo socialista, con un carattere misto, sociale e politico allo stesso tempo, pur senza una centralizzazione organizzativa aveva contribuito a diffondere una cultura solidaristica in molte aree italiane, con l’Ond la nazionalizzazione delle masse si incentrò su un ventaglio di istituzioni sportive, ricreative e culturali capaci di assorbire larga parte delle forme di sociabilità proletaria e popolare già politicizzate. Alla fine degli anni Venti risultavano circa 2700 i circoli popolari ed ex socialisti incorporati nelle 6863 sezioni dell’Opera, ampliatasi nel corso degli anni Trenta fino ad annoverare circa 21.700 sezioni di dopolavoro (rionali, comunali, aziendali, rurali e generiche). Fu un fenomeno con una significativa densità associativa soprattutto in Piemonte, ma anche in Toscana, Lombardia ed Emilia, nonché in Sicilia tra le aree del Mezzogiorno; un radicamento che ebbe il suo apice nella fase acuta della crisi economica, quando l’Ond poté svolgere una funzione importante come ammortizzatore e valvola di sfogo delle tensioni sociali. Si rendevano disponibili spazi sia per la fruizione delle moderne forme di comunicazione (il cinema e la radio) sia per generi di intrattenimento e di impiego del tempo libero (il teatro, l’escursionismo e lo sport popolari), attraverso i quali elementi di modernizzazione si incuneavano nelle tradizionali pratiche sociali della vita di relazione.