7.2 Il Partito nazionale fascista
La chiamata al governo di Mussolini da parte del re Vittorio Emanuele III nell’ottobre 1922 corrispose al proposito, auspicato dal mondo economico e dalla stessa classe dirigente liberale, di “normalizzare” la condizione del paese e di stabilizzare la vita politica dopo anni di guerra civile. La conversione dall’originario filo-repubblicanesimo all’accettazione della monarchia era venuta da Mussolini poche settimane prima, in un discorso a Udine:
Ora io penso che si possa rinnovare profondamente il regime, lasciando da parte la istituzione monarchica. [...] In fondo io penso che la monarchia non ha alcun interesse ad osteggiare quella che ormai bisogna chiamare la rivoluzione fascista. [...] Perché noi siamo repubblicani? In certo senso perché vediamo un monarca non sufficientemente monarca. La monarchia rappresenterebbe, dunque, la continuità storica della nazione.1
Necessitando il governo di Mussolini di una coalizione di partiti e data l’ancora scarsa forza parlamentare dei fascisti, il vecchio ceto politico pensò di poter tenere sotto controllo lo sviluppo della crisi. In realtà, con Mussolini presidente del consiglio si andò verso una progressiva trasformazione di tutto l’assetto del sistema politico, che fin dalla metà degli anni Venti assunse le sembianze di un vero e proprio regime dittatoriale. Dopo le iniziali cautele, di fronte alla crisi costituzionale scoppiata in seguito all’assassinio di Giacomo Matteotti, Mussolini mutò decisamente la sua azione di governo, mirando a eliminare ogni forma di opposizione organizzata. Tra il 1925 e il 1926, la fascistizzazione della società italiana prese forma appieno: dapprima con il disciplinamento autoritario delle associazioni irriducibili al governo (compresa la Massoneria), quindi con l’espulsione dal parlamento dei deputati antifascisti, di seguito con il disconoscimento del ruolo giuridico dei sindacati non fascisti, infine con lo scioglimento dei partiti e la soppressione della stampa non assoggettata (5 novembre 1926).
L’epicentro organizzativo del regime, quale si andava costruendo, era il partito. Affermatosi sulla base di un nuovo modello organizzativo, esso impose dapprima l’uso della violenza come strumento di lotta e alimentò poi un proselitismo di natura fideistica. Nel febbraio del 1923 si ebbe anche la fusione con l’Associazione nazionalista, che portò non solo il largo consenso elettorale acquisito dopo la guerra nel Meridione, ma anche una dottrina sul primato etico dello Stato nel governo della società di massa, secondo i principi che orientarono la forma del regime; vale a dire uno Stato alquanto diverso da quello liberale sul piano costituzionale, nonostante la formale conservazione dello Statuto Albertino. Enrico Corradini, fondatore del movimento, interpretò quell’incontro come lo sbocco di un processo ultraventennale svoltosi nel segno dell’ostilità verso «il socialismo e il parlamentarismo liberale e democratico della vecchia casta borghese»:
L’Associazione Nazionalista e il Partito Nazionale Fascista altro non sono se non due diverse realizzazioni e manifestazioni, distinte nel tempo, diverse di forze e di potenza pratica, d’un unico moto politico. Il quale si chiama, appunto, nazionalismo. [...] È moto politico di vasta e potente creazione, esso va creando una nuova civiltà.2
Nella costruzione del regime, in una prima fase al partito venne assegnato il ruolo di strumento di irreggimentazione della società. Occorreva però legittimarne la funzione e sottrarlo alle origini squadristiche. Fu quanto venne avviato dopo l’ascesa di Mussolini al governo. Le squadre furono sciolte e confluirono nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (Mvsn), mentre, con la creazione del Gran Consiglio del fascismo, già nel dicembre del 1922 si diede vita a un’istituzione in cui trovavano rappresentanza le diverse componenti del movimento fascista. Entrambi gli organismi erano presieduti da Mussolini, il quale, nella sua duplice funzione di capo del partito e del governo (una carica formalizzata con la legge del 24 dicembre 1925), veniva ad assolvere un’indispensabile funzione di cerniera tra lo Stato e il partito, pur senza che la qualifica di “Duce” attribuitagli assumesse una valenza giuridica. Fu sempre Mussolini a ergersi garante del primato dello Stato rispetto al partito, il cui retaggio movimentista e squadrista gli appariva un ingombro ormai inutile. Non a caso, sul piano amministrativo e istituzionale il primato gerarchico venne assegnato ai prefetti. Nel 1926, dopo che i comuni erano stati affidati alla guida di podestà di nomina governativa su cui sovrintendeva il prefetto, anche il segretario federale del Pnf gli risultò subordinato. Nella vita comunitaria il «prefetto fascista» era insomma chiamato a trasformarsi dall’«agente elettorale» degli anni liberali nel tutore dell’«ordine morale», ancor prima di quello pubblico.3 Infine, nel dicembre del 1928, la trasformazione del Gran Consiglio del fascismo in supremo organo costituzionale dello Stato minò alla radice le prerogative dello Statuto Albertino e della monarchia. Nonostante il riemergere di tensioni che potevano far pensare a una sorta di “diarchia” di poteri con il regime, di fatto l’organo supremo del fascismo si arrogava il diritto di nominare i ministri, intervenire sulle attribuzioni della corona e soprattutto mutare l’ordine di successione al trono, riducendo la figura del re al semplice «rango di Gran Cerimoniere».4 Fu quanto osservò dall’esilio in Francia un antifascista come Silvio Trentin, giurista attento alle trasformazioni costituzionali del sistema politico liberale introdotte dal regime.
Con il ruolo assegnato al Pnf e la costruzione del potere fascista, le culture associative furono sottoposte a un capillare progetto di irreggimentazione, nell’ambito di un disegno di società unificata in cui ogni forma di aggregazione, depurata di contenuti politici e classisti, venne ricondotta alla sfera istituzionale dello Stato. In forza di un’apposita legge del novembre 1925, fu avviato un sistematico processo di disciplinamento autoritario. Di fatto, con la successiva istituzione di un Tribunale speciale per giudicare gli oppositori politici e quindi in ragione degli articoli sulle associazioni inseriti cinque anni dopo nel codice penale definito da Alfredo Rocco – la mente giuridica e politica dei nazionalisti, cui toccò un ruolo prioritario nella costruzione dello “Stato nuovo” –, non sarebbe rimasto alcuno spazio di azione per quelle organizzazioni che non risultavano assoggettate al regime.
Con l’istituzionalizzazione del movimento fascista al fine di assicurare il controllo politico delle squadre armate, non solo la borghesia parve trovare quel partito che in Italia non aveva mai avuto, ma si ebbe una effettiva organizzazione di massa, con la definizione di un inedito e originale “partito-milizia”. Ciò in relazione non solo (e non tanto) al carattere militare e all’esercizio sistematico della violenza da parte delle squadre fasciste nella fase genetica del movimento. Se la militarizzazione della politica fu un fenomeno diffuso nell’Europa tra le due guerre, l’originalità del fascismo italiano nel quadro dei partiti di massa europei fu un’altra: una forma di organizzazione politica che fondeva lo spirito militaresco e il sentimento fideistico-religioso lasciati in eredità dalla mobilitazione “totale” bellica, trasferendo nella vita pubblica l’antitesi “amico-nemico” e la demonizzazione degli oppositori.
Una spia illuminante si ritrovò nei richiami al dovere della “milizia” presenti negli statuti del Pnf, i quali assunsero il valore di una norma prescrittiva per la vita dei militanti fascisti e degli italiani tutti, dalla metà degli anni Trenta costretti nelle amministrazioni pubbliche a prendere obbligatoriamente la tessera di adesione. Mentre lo statuto costitutivo del 1921 aveva definito che il «Partito nazionale fascista è una milizia posta al servizio della nazione» e che «esso svolge la sua attività poggiando su questi tre ordini: ordine, disciplina, gerarchia»,5 nella carta del 1926 la concezione del partito-milizia fu espressa in termini articolati:
Il fascismo è una Milizia a servizio della Nazione. Suo obiettivo: realizzare la grandezza del popolo italiano. Dalle sue origini, che si confondono con la rinascita della coscienza italica e con la volontà della Vittoria, sino ad oggi, il fascismo si è sempre considerato in istato di guerra: prima per abbattere coloro che soffocavano la volontà della Nazione, oggi e sempre per difendere e sviluppare la potenza del popolo italiano. Il fascismo non è soltanto un raggruppamento di italiani intorno ad un determinato programma realizzato e da realizzare, ma è soprattutto una fede che ha avuto i suoi confessori e nei cui ordinamenti operano, come militanti, gli Italiani nuovi, espressi dallo sforzo della guerra vittoriosa e dalla successiva lotta fra la Nazione e l’antinazione.6
La volontà della leadership fascista fu quella di costruire una mitologia della fondazione e dell’identità politica, con il proposito di promuovere una condizione di continua mobilitazione e di immedesimazione emotiva. Negli anni 1925-1926 la segreteria di Roberto Farinacci tese a estendere il ruolo del partito, dando voce ai gerarchi di provincia che avevano fatto la fortuna del movimento fascista e che spesso manifestarono la loro dissidenza rispetto alla via governativa troppo presto intrapresa. Fu però una tendenza messa ai margini, con i nuovi segretari del partito – Augusto Turati e Giovanni Giuriati – impegnati nella seconda metà degli anni Venti in un’epurazione tesa a smantellare le residue componenti movimentiste. Per il Pnf si aprì una seconda fase. Acquisita da parte di Mussolini la piena centralizzazione della guida del regime, nello statuto del 1932 si richiamava l’idea che il Pnf «è una milizia civile agli ordini del Duce» e «al servizio dello Stato fascista», mentre l’apertura delle iscrizioni al partito e l’enorme espansione del suo ruolo nella vita delle amministrazioni pubbliche lo trasformarono in un organismo elefantiaco, privo di autonomia e influenza politica effettive. In questo senso l’apogeo del processo di accelerazione totalitaria fu segnato da due eventi: da una parte, dal giugno del 1938, la tessera di iscrizione al partito divenne l’indispensabile viatico per l’accesso alle amministrazioni pubbliche e per lo sviluppo delle carriere; dall’altra, dal gennaio del 1937, l’estensione al segretario del diritto a far parte del governo, piuttosto che legittimarne il potere, ne avrebbe neutralizzato la spinta politica e ne sancì il ruolo burocratico-amministrativo. Lo statuto del partito del 1938 era l’espressione di questa accelerazione in senso totalitario del regime. Nel lungo preambolo storico e dottrinario di Mussolini, rievocata con enfasi l’epopea delle origini, si riconduceva al motto squadrista “Me ne frego” il nucleo di «un nuovo stile di vita italiano», da intendere come «l’educazione al combattimento, l’accettazione dei rischi che esso comporta». Nello statuto vero e proprio, inoltre, riconfermata l’investitura del Pnf come «milizia civile volontaria agli ordini del Duce, al servizio dello Stato fascista» e sottolineato il compito di «educazione politica degli Italiani», il carattere militante era suffragato dalla formalizzazione di un altro celebre motto mussoliniano – “Credere, Obbedire, Combattere” – e dall’introduzione di un’eloquente formula di giuramento: «Nel nome di Dio e dell’Italia, giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servire con le mie forze e, se necessario, col mio sangue, la causa della Rivoluzione fascista».7 L’enfasi retorica e fideistica sembrò intensificarsi proprio per dissimulare lo scadimento del progetto totalitario in un regime burocratico di massa, con la trasformazione del partito in un organismo con funzioni non tanto di formazione della classe dirigente ma di prevalente controllo amministrativo e intimidatorio della società italiana. Il ventennio fascista ormai declinante sembrò allora riproporre una forma di “cesarismo” totalitario, vale a dire un regime in cui il potere si manifestava attraverso l’onnipotenza dello Stato, di cui il partito era il principale strumento di articolazione, ma con il Duce che assumeva la decisiva funzione di moderno dittatore sul piano sia fisico sia simbolico. Nell’interrogarsi sulla natura del regime fascista, fu allora Gramsci, nei quaderni di appunti stesi in carcere, a intravedervi un’aggiornata forma di “cesarismo”8 ovvero di un nuovo potere autoritario, rilevandone la peculiare natura poliziesca e repressiva.
Quando si affievolirono gli entusiasmi seguiti alla conquista dell’Etiopia e si aprirono prime, significative crepe nell’impalcatura del consenso al regime che il partito avrebbe dovuto garantire, l’accelerazione totalitaria impressa mise ancor più a nudo le trasformazioni intervenute nel ruolo occupato dal Pnf. Schiacciata nella sua funzione burocratica e amministrativa, la classe politica interna al partito si sentiva relegata in una posizione marginale rispetto a quella occupata dal personale impegnato sia al vertice dello Stato sia negli organismi economico-corporativi. Le direttive inviate ai segretari federali da Ettore Muti, la nuova guida del Pnf, nella primavera del 1940, esplicitarono le contraddizioni di un partito che tentava di frenare il distacco crescente dal paese, trasmettendo le direttive e le ingiunzioni coattive tipiche di uno stato di polizia.
Lo stile autoritario e totalitario del Fascismo verrà [...] accentuato nella sostanza e nella forma per quanto riguarda le direttive maestre sull’Impero, la Razza e l’Autarchia. Stile «anti-lei», antiretorico, rude, sobrio. Niente strombazzature. La stampa riferirà con assoluta concisione soltanto i fatti e le realizzazioni del Partito al centro e alla periferia. Saranno tenuti con frequenza i rapporti alle gerarchie provinciali, e nella provincia i rapporti ai segretari dei fasci i quali dovranno provvedere poi alle periodiche adunate nelle pubbliche piazze degli iscritti alle varie organizzazioni.9
Fu espressione di latenti insoddisfazioni la spinta proveniente dagli ambienti vicini all’ex segretario del partito Farinacci per un’aperta critica ai valori e alla mentalità borghesi, così come fu nell’ambito del partito e delle organizzazioni giovanili ad esso legate dove maturò prima che altrove uno scollamento rispetto al regime. Formatasi coltivando le speranze alimentate dalla retorica di regime, la più giovane generazione si trovò a fare i conti con l’inaridirsi del progetto fascista dell’“uomo nuovo” e con una realtà ben diversa da quella declamata dalla propaganda. Si cominciò a parlare di un “secondo fascismo” capace di rigenerarsi in un rapporto più stretto con la società e di rinnovare una classe dirigente composta sempre più di professionisti della politica con compiti burocratici e amministrativi, il cui scadente prestigio aveva reso ancora più evidente il carattere cesaristico della leadership di Mussolini. A dispetto della militarizzazione della scuola, laddove l’anno educativo risultava scandito dalla fitta sequenza di eventi “sacri” da ricordare e da celebrare,10 quella della “rigenerazione” fu un’esigenza sentita soprattutto negli ambienti intellettuali e universitari, i quali si incontravano attorno alle riviste e nei littoriali culturali, le manifestazioni annuali in cui i giovani potevano misurarsi e mettersi in evidenza. Era in atto un “lungo viaggio” generazionale attraverso la parabola discendente del fascismo, che per molti giovani pur addestrati alla militanza partitica, con il sopravvenire della guerra e della definitiva caduta delle residue illusioni,11 avrebbe significato il passaggio nelle file dell’antifascismo e della Resistenza.