7.1 Dittature mediterranee ed Europa corporativa
La prospettiva comparativa e transnazionale permette di meglio comprendere la crisi dello stato liberale e l’avvento della dittatura fascista, che apparve come un possibile modello, tra Europa e America Latina, sul piano tanto delle tecniche di conquista del potere quanto del progetto ideologico di stato corporativo. In Italia la crisi delle istituzioni e l’anti-parlamentarismo furono tali, come accadde in Spagna e in Portogallo nel corso degli anni Venti, da produrre l’affermazione di regimi dittatoriali a seguito di colpi di stato politico-militari. Fatte salve alcune diversità dei casi nazionali – la Spagna non aveva partecipato alla Guerra, in Portogallo vigeva dal 1910 una forma di governo repubblicana, le élites di potere avevano dunque percorsi differenziati –, decisivo fu in ogni caso il progetto di restaurare il primato della nazione. Il peso della violenza organizzata e la brutalizzazione della politica che ne conseguì, furono i fattori essenziali nella trasformazione istituzionale che allora si ebbe nei tre paesi dell’Europa meridionale; laddove la rifondazione borghese nel continente europeo del primo dopoguerra assunse pertanto una forma di stabilizzazione autoritaria. La precorritrice soluzione fascista della crisi italiana (ottobre 1922) ebbe una larga eco e processi di imitazione, in primo luogo in Spagna (settembre 1923, con la dittatura militare di Primo de Rivera) e Portogallo (maggio 1926, con la successiva fondazione dell’Estado Novo, guidato da Antonio Salazar). Analoghi progetti eversivi di colpo di stato guardarono al modello fascista italiano, sia nell’Europa centro-orientale sia in America Latina.
La contrapposizione frontale e lo spregio degli avversari assunsero forme di rappresentazione che si avvalevano di metafore basate sui colori, fosse il rosso rivoluzionario nei confronti del bianco controrivoluzionario in Urss, il nero fascista in Italia o il bruno delle SA – Sturmabteilung – nelle formazioni nazional-socialiste in Germania. La simbologia cromatica era fortemente legata alle storie nazionali e al gioco delle milizie armate proprio di ogni scenario politico. Furono pertanto anche altri i colori identitari dei movimenti e dei regimi autoritari fascisti. Azzurro fu, per esempio, il colore dei fascismi in Spagna (la Falange spagnola) e Portogallo (l’Unione Nazionale), Grecia e Irlanda (Army Comrades Association). Verde fu il colore identitario dei fascismi in paesi dell’est europeo come l’Ungheria e la Romania.
Nella sua prospettiva transnazionale, il fascismo poté apparire come il progetto di una “società unificata”, che si rappresentava come una comunità in continua mobilitazione, organizzata attorno al primato del comando di un capo riconosciuto e incardinata sul principio dell’antagonismo tra amici e nemici della “patria fascista” e degli interessi corporativi. Tra le due guerre mondiali, come risposta alla crisi dei regimi liberali, il corporativismo fu infatti un fattore politicamente determinante nel segnare l’esperienza storica di fascismi e dittature euro-mediterranee e oltre Atlantico. Raccogliendo l’eredità della guerra nei termini di una centralità della produzione industriale ed economica, il corporativismo fascista scioglieva il dilemma di una diversa rappresentanza degli interessi (rispetto al parlamento) attraverso un modello di società regolamentata, oggetto di una pervasiva propaganda a opera dei mezzi di comunicazione di massa.
Nel quadro di un originario fascismo autoritario che ambiva ad assumere una veste totalitaria, l’orizzonte delineato dal mito dello Stato “etico” precluse ogni spazio di autonomia alla società civile. Individui e gruppi erano annessi alla sfera delle istituzioni attraverso il riconoscimento al partito di un triplice ruolo di organizzazione, educazione e integrazione degli italiani nello Stato nazionale. Se la conquista fisica degli spazi sociali e politici risultò forse più facile del previsto, nonostante la messa in campo di una rete sempre più capillare di organizzazioni di massa, volte a ricomporre gli interessi sociali in forme non conflittuali e corporative, la fascistizzazione delle culture associative e lo sradicamento delle tradizioni di sociabilità popolare sedimentatesi nel corso di più decenni si sarebbero rivelati propositi non facili da realizzare. Emergeva però la natura identitaria del regime fascista: espressione di un radicalismo nazionale che, muovendo da un’idea originaria di forte critica ai partiti elitari e invertebrati dell’Italia liberale, nella prassi dell’ordinamento dittatoriale esso si trovò ad assolutizzare la necessità della politica attraverso la forma del partito unico; in questo senso riuscendo più che in altri campi a dar seguito al progetto di nazionalizzazione delle masse.