8 Cittadinanza politica per gli Italiani nel mondo

Come risultato di una istanza che da tempo attraversava il mondo politico italiano (su principale spinta di Mirko Tremaglia, esponente della destra già missina e nazionale), rispetto alla formulazione originaria della Costituzione repubblicana, l’articolo 48 fu integrato nel 2001 con l’introduzione del voto degli Italiani all’estero: “La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività. A tale fine è istituita una circoscrizione Estero per l’elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge” (legge del 27 dicembre 2001, n. 459). Le riforme introdotte dal legislatore sul voto all’estero segnarono un punto di svolta, inducendo le comunità degli italiani a verificare la natura del loro carattere transnazionale; ovvero la capacità dei cittadini italiani residenti all’estero di partecipare attivamente alle dinamiche politiche ed elettorali sia nel Paese d’adozione sia in quello d’origine. Le elezioni del 2018 hanno, per esempio, evidenziato non solo un tasso crescente di astensionismo, ma anche il primeggiare di formazioni politiche europeiste più di quanto non sia avvenuto nel collegio politico peninsulare.

Emerge l’inadeguatezza della legge elettorale, evidenziata dalla ripresa con grandi numeri dell’emigrazione in uscita. Nell’offrire alcune chiavi di lettura dei mutamenti in corso nel primo ventennio del XXI secolo, un accreditato istituto ricerca come il Centro “Altre Italie” ha osservato come la stratificazione migratoria eserciti un ruolo importante nel determinare i risultati elettorali. In presenza ormai di più “generazioni migratorie”, sussistono differenze di fondo tra le aree di insediamento “storico” e quelle dove la nuova emigrazione sta mutando i tradizionali equilibri.

Lo scollamento tra vecchie e nuove migrazioni lo si rileva dai programmi portati avanti nelle campagne elettorali dei diversi Paesi: pensioni, e ottenimento della cittadinanza, insegnamento e conservazione della lingua, potenziamento della stampa e della TV in lingua italiana, sono state le parole d’ordine della campagna elettorale nei Paesi di vecchia immigrazione, mentre il riconoscimento dei titoli di studio e professionali e l’assistenza sanitaria (quella italiana si perde con l’iscrizione all’AIRE) sono tra i bisogni delle nuove mobilità per quanto riguarda sia giovani sia pensionati. Una esigenza trasversale che accomuna vecchie e nuove migrazioni è quella dell’ampliamento della rete consolare e in generale uno scarso interesse per le questioni politiche italiane.

E ancora:

[le indagini, nda] mostrano con chiarezza la divergenza di interessi, tra le varie generazioni migratorie, ma anche l’importante variabile costituita dai Paesi di insediamento, con l’America Latina meta di migrazioni storiche e un’Europa, e in parte gli Stati Uniti, che hanno visto rinnovarsi la presenza italiana in quanto meta della maggioranza degli arrivi contemporanei. «Le attuali condizioni di mobilità spaccano inesorabilmente l’elettorato in esame fra i real Italians, gli «italiani italiani», per usare alcune delle definizioni più provocatorie dei protagonisti delle nuove mobilità, e la vecchia emigrazione, confondendo il significato del relativo voto politico» (Piero Bassetti).

Nelle elezioni del 2018, in sostanza, rispetto al successo delle forze sovraniste e populiste in Italia, nella circoscrizione estera si è osservato il venir meno della disponibilità dei cittadini italiani a partecipare al voto. I cosiddetti real Italians non si riconoscono nelle istanze della «vecchia emigrazione», la quale presenta un prevalente carattere locale e che poco conosce della politica italiana. Essi pongono invece nuove sfide alla politica in un’ottica conseguentemente transnazionale. All’estero la coalizione di centro-destra ha ricevuto nel complesso meno della metà dei voti ottenuti in Italia. Il caso della Germania presenta un risultato emblematico per comprendere l’orientamento degli elettorati che rispecchiano le due emigrazioni (“vecchia” e “nuova”). A Berlino, una delle mete delle nuove mobilità, non solo la partecipazione al voto è aumentata, ma essa ha premiato in modo eclatante la formazione della sinistra radicale (Liberi e Uguali, col 15%). A Wolfsburg invece, sede della principale comunità italiana nel secondo dopoguerra e che ancora è meta della recente emigrazione (video 9), il numero dei votanti è diminuito del 6,5%, con successo del Partito democratico (il 43% dei consensi). Per contrappasso, mentre anche nel Regno Unito (la prima meta delle migrazioni italiane nei giorni nostri) prevale il Partito democratico, in Argentina, paese di storica e “vecchia” immigrazione, si affermano liste estranee al sistema dei partiti italiani. Il crescente astensionismo è ancor più rimarchevole in relazione alle più estese adesioni all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero). Se in dieci anni (tra 2006 e 2017) gli iscritti passarono da 3.106.251 a 4.973.942, il numero dei votanti è invece diminuito in modo progressivo: tra il 2006 e il 2018, dal 38,9% al 29,8% nello scrutinio per la Camera dei Deputati.

Ci si interroga sulla natura della nuova emigrazione italiana. Nel Rapporto della Fondazione Migrantes, che dal 2005 raccoglie e aggiorna i numeri dell’emigrazione all’estero, i dati evidenziano che lascia l’Italia chi ha un livello di istruzione medio alta e cambia più volte destinazione.25 Se solitamente si insiste sulla partenza dei giovani più brillanti (“cervelli in fuga”) e preparati a un competitivo mercato internazionale del lavoro e delle professioni, in realtà fuoriescono non solo lavoratori altamente specializzati, ma addetti all’industria e all’edilizia, insieme a studenti, professionisti, tecnici, imprenditori, ricercatori, pensionati in cerca di mete con minore costo della vita. Trattasi di una nuova emigrazione che alle tradizionali “guide dell’emigrante” ha sostituito blog e social media, nonché l’uso di skype per i colloqui di selezione. Negli ultimi 13 anni, dal 2006 al 2019, il numero degli emigranti è cresciuto del 70,2 per cento e l’Aire è arrivato a contare quasi 5,3 milioni di iscritti, quasi la metà (48,9 per cento) partiti dalle regioni del Sud. Nello specifico, sono l’Unione Europea (41,6 per cento) e l’America Centro-Meridionale (32,4 per cento), le due aree continentali che presentano le quote maggiori di residenti italiani. Le comunità più consistenti si trovano in Argentina (quasi 843 mila), Germania (poco più di 764 mila), Svizzera (623 mila), Brasile (447 mila), Francia (422 mila), Regno Unito (327 mila) e Stati Uniti d’America (272 mila). Circa le motivazioni a partire, secondo la Fondazione Migrantes,

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C. Nadotti, Italiani nel mondo: in 13 anni oltre 2 milioni in più si sono spostati all’estero, “la Repubblica”, 25 ottobre 2019: https://www.repubblica.it/cronaca/2019/10/25/news/italiani_nel_mondo_sono_i_piu_giovani_a_scegliere_di_andare_all_estero-239433727/.. Il Rapporto 2019 è a cura di Delfina Licata.

non vale più la strategia del ‘per sempre’ come quando si sfidava l’oceano e dopo infiniti giorni di navigazione si giungeva dall’altra parte del mondo e ci si rimaneva per lunghissimi anni (se non definitivamente) prima di ripercorrere faticosamente e rischiosamente la strada del ritorno in patria. Oggi, invece, si cambia più volte destinazione e Paese di residenza e non solo perché ci si muove liberamente in uno spazio più ampio, l’Unione Europea, ma anche e soprattutto per la maggiore libertà di movimento data dalla contrazione dei tempi degli spostamenti e dall’avvento dei mezzi di viaggio più veloci e meno costosi, che hanno aperto la possibilità dello spostamento per molte più persone e per una “fetta” di mondo più vasta.

Con la nuova emigrazione è mutata anche la natura delle associazioni delle comunità italiane all’estero. Nelle nuove mete le associazioni non devono confrontarsi con le analoghe istituzioni delle precedenti generazioni di emigranti, come accade invece nelle due Americhe, oppure in Francia, Gran Bretagna e Svizzera. L’assenza di una tradizione associativa agevola la ricerca di percorsi autonomi, senza che si apra un conflitto tra vecchi e nuovi emigranti. Nelle nuove mete inoltre la prevalente dimensione temporanea dei flussi e il loro continuo ricambio favoriscono le associazioni che prestano servizi sociali (assistenziali e sindacali) rispetto a quelle ricreative e culturali proprie delle associazioni tradizionali. Un monitoraggio complessivo del fenomeno si fece con la Prima conferenza degli italiani nel mondo (Roma, dicembre 2000), dove emerse la maggiore concentrazione europea: in primo luogo la Svizzera (1438 unità associative), la Germania (645), la Francia (492) e il Belgio (357, con 140.987 iscritti, indice di un’alta densità associativa). Con la nascita nel 1970 delle regioni a statuto ordinario crebbero le Consulte degli emigrati provenienti dalle diverse aree regionali, potendo contare anche sul sostegno istituzionale e pur senza sostituirsi del tutto alle più antiche forme di associazioni di carattere locale e comunitario.

La tendenza in atto vede i nuovi migranti non mischiarsi ai vecchi di prima generazione; l’associazionismo tradizionale non riesce ad attirare i giovani, sia presso le seconde e terze generazioni della vecchia emigrazione sia presso la nuova. Esemplare è il caso della comunità italiana di Montreal, per la quale la disponibilità di più indagini documentarie audio-visive permette di cogliere le trasformazioni inter-generazionali. Se un reportage del 1969, con al centro il Caffè Italia, luogo di abituale ritrovo, evidenziava una comunità con un forte senso identitario (video 10), cinquant’anni dopo un diverso documentario narra dei mutamenti profondi intervenuti. Tre compagni di Montréal (2019, 52 minuti) è il titolo: intervistati da uno storico di professione (Bruno Ramirez) e da un regista esperto (Giovanni Princigalli), i tre protagonisti (Francesco Di Feo, Giovanni Adamo e Salvatore Martire) raccontano della loro esperienza sindacale e politica, nell’emigrazione tra Italia e Canada.26 Si evidenzia il distacco in famiglia tra padri e figli: i giovani italiani e i giovani di origine italiana non sono interessati alla vita associativa, tanto meno a forme di organizzazione politica, religiosa o culturale, che non trovano riscontro nel loro mondo e nella loro rete di relazioni.

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M. Sanfilippo, Italiani a Montréal. Un documentario, in “Studi Emigrazione”, 215 (2019), pp. 501-511.

Se quindi quella di Italiani e Italiane è una storia che contempla longevi processi tanto di emigrazione che di immigrazione (interna e da fuori), un’indagine con metodo transnazionale può effettivamente aiutare a ricreare il senso e il linguaggio di una interazione culturale e sociale tra universi in origine assai lontani e che invece la globalizzazione del mercato del lavoro e le crisi demografiche hanno finito col ricongiungere, con reti di relazioni e connessioni inter-generazionali che nella memoria pubblica vanno fatte pienamente riemergere.