7 Passato e presente nella storia delle migrazioni italiane

Negli ultimi venti anni il fenomeno delle migrazioni ha registrato sviluppi su vari piani: la richiesta della cittadinanza italiana da parte dei discendenti dei primi emigrati, l’esercizio del diritto di voto anche per gli italiani residenti all’estero nonché una nuova e massiccia ondata di espatri (la terza nella storia delle migrazioni italiane). Il tutto mentre l’Italia, nel quadro di una globale trasformazione degli equilibri geo-politici e demografici, dagli anni Novanta stava diventando anche un paese meta di immigrazione. Nella necessità di ridefinire un ruolo nel contesto euro-mediterraneo e internazionale, la mancanza di politiche intese a governare i processi di integrazione ha prodotto un diffuso senso di spaesamento, enfatizzando le paure e le tensioni proprie di un dibattito condizionato anche dalla percezione di una forte crisi di identità nazionale.

Partenze e distacchi, integrazione nella nuova terra di approdo, nostalgie e momenti di vita nel “nuovo mondo” oltreoceano ritornano con sentimenti intensi nelle memorie dei protagonisti, tra ieri e oggi, facendo interagire emigranti e immigrati; rimpatri e andarivieni, nuove partenze dall’Italia e arrivi nel nostro paese in anni recenti, concorrono a creare una narrazione a più voci che ben compendia la realtà dell’Italia come “paese di migrazioni” (video 6).

Era stata la nuova legge sulla cittadinanza, introdotta nel 1992, a prefigurare alcuni dei processi che si manifestarono con il nuovo secolo. Il boom di richieste di un riconoscimento della “italianità” da parte dei discendenti degli emigrati all’estero fu conseguente l’indicazione dello jus sanguinis – la nascita da genitore italiano – come criterio di fatto esclusivo. Il fenomeno emerse una prima volta in occasione della crisi economica argentina del 2001 ed è continuato. Se allora erano i patrimoni e le dotazioni bancarie il bene da mettere in salvo, crisi recenti come quelle dell’economia in Brasile o della stessa agibilità democratica in Venezuela hanno generato nelle comunità italiane (anche di seconda e terza generazione) una riscoperta identitaria che si alimenta di un desiderio di ritorno. Se consideriamo la presenza nel mondo di “oriundi” italiani (oggi definiti “italo-discendenti”), potenzialmente avrebbero diritto alla cittadinanza oltre 70 milioni di persone (Tabella L1); in Argentina, con circa 20 milioni di discendenti, si raggiunge quasi il 50% dell’intera popolazione. Il problema è che la gran parte di essi non ha rapporti effettivi con l’Italia, di cui non conosce ormai le leggi e i costumi, la stessa lingua, se non per qualche periodo di vacanza.

La norma sulla cittadinanza del 1992 introdusse invece norme più restrittive (rispetto alla precedente del 1912) sull’acquisizione della italianità da parte degli immigrati, estendendo da cinque a dieci anni il periodo di residenza, legale e continuativa, necessario per farne richiesta. Mancando in seguito una legislazione in merito, nel dibattito culturale e politico ci si è attardati su possibili alternative, quali lo jus soli (è cittadino chi nasce in Italia) e, in forma forse più equilibrata, lo jus culturae (la frequentazione di uno o più cicli scolastici): è quanto tanti immigrati di seconda generazione, nati pertanto in Italia, possono vantare, avendo passato l’infanzia nelle scuole italiane (sono oltre 600 mila gli studenti in tale condizione).

Tabella L1. Dati 2015: le fonti sono diverse, paese per paese.

Principali comunità di oriundi italiani nel mondo

Brasile

27,2 milioni (circa 13% pop. totale)

Argentina

19.7 milioni (circa 47% po. totale)

Stati Uniti

17 250 000 (circa 6% pop. totale)

Francia

4 milioni (circa 4% pop. totale)

Canada

1 445 335 (circa 4% pop. totale)

Perù

1 400 000 (circa 3% pop. totale)

Uruguay

1,2 milioni (circa 35% pop. totale)

Venezuela

1 000 000 (circa 3% pop. totale)

Australia

916 000 (circa 4% pop. totale)

Messico

850 000 (< 1% pop. totale)

Germania

700 000 (< 1% pop. totale)

Svizzera

527 817 (circa 7% pop. totale)

Regno Unito

500 000 (<1% pop. totale)

Belgio

290 000 (circa 2,8% pop. totale)

Cile

150 000 (<1% pop. totale)

Paraguay

100 000 (circa 1,4% pop. totale)

Chi segue da vicino gli sviluppi del fenomeno, come la Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana (Cei), rilancia un quesito di fondo: «È più italiano chi è nato all’estero, non parla la nostra lingua, non ha mai visto l’Italia, o un ragazzo che è nato e ha studiato qui?».17  Non mancarono iniziative truffaldine: in realtà, basta avere un avo emigrato all’estero (anche 150 anni addietro), che sia un bisnonno, un trisavolo, ma anche di grado superiore, per poter avviare le pratiche per l’ottenimento della cittadinanza. In tal caso però, occorre ricostruire e documentare l’albero genealogico familiare, con incroci documentari tra il comune di partenza in Italia e l’approdo migratorio. Ecco allora l’opportunità di avviare preziose indagini, come negli Stati Uniti si è fatto, sui discendenti italiani, grazie a piattaforme digitali (come ancestry.com) sugli “alberi familiari”: i cognomi e i loro intrecci in seguito a matrimoni e discendenze di più generazioni (il tree family). Si tratta di un intrigante percorso di indagine, il quale rende perseguibile l’obiettivo di una storia transnazionale delle comunità migratorie attraverso gli archivi digitali.

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M. Menduni, In fuga dal Sudamerica. La corsa ai passaporti dei discendenti italiani, “La Stampa”, 16 luglio 2017: http://www.lastampa.it/2017/07/16/italia/cronache/in-fuga-dal-sudamerica-la-corsa-ai-passaporti-dei-discendenti-italiani-nqh6eH3cGb3dn9XLqVAAOJ/pagina.html.

Risaliva alla fine degli anni Ottanta l’avvio di una trasformazione dell’Italia da Paese di emigrazione a meta di immigrazione. Uno spartiacque si ebbe il 23 agosto 1989, con l’omicidio a Villa Literno (in provincia di Caserta) del profugo sudafricano Jerry Masslo, cui quattro rapinatori spararono allo scopo di sottrargli la paga del lavoro svolto come bracciante nella raccolta del pomodoro. Il fatto ebbe un grande clamore ed evidenziò il clima di intolleranza che circondava il crescente arrivo di manodopera straniera, inducendo il governo a emanare primi provvedimenti per la regolarizzazione dei migranti (legge Martelli, 1990). Il fenomeno delle immigrazioni divenne eclatante con l’arrivo sulle coste della Puglia nel 1991 di migliaia di profughi provenienti dall’Albania; un flusso ingrossato negli anni seguenti dalla crisi dei paesi che fuoriuscivano dai regimi comunisti dopo la caduta del muro di Berlino (Romania, Ucraina ecc.). Erano 356 mila gli stranieri residenti in Italia nel 1991: divennero 1 milione 334 mila dieci anni dopo e oltre 4 milioni nel 2011, per attestarsi al 2018 sui 5 milioni e 68 mila (pari al 6/7% della popolazione complessiva). Se il fenomeno era il riflesso sia di crisi economiche sia di guerre civili, con flussi prevalenti dagli spazi europeo centro-balcanico, medio-orientale e nord-africano, l’inefficacia delle politiche di intervento ha fatto mancare risposte alle esigenze strutturali di un paese in profonda crisi demografica e con la necessità di nuova forza-lavoro. Prevalsero politiche di chiusura e di discriminazione, con il rinvio di ogni politica di integrazione e la riduzione dell’immigrazione a emergenza continua, semplificata da un linguaggio pubblico che legittimava comportamenti xenofobi e razzistici, attraverso la denuncia di una “invasione” straniera per altro non avvalorata dai dati effettivi. I rapporti annuali sulla presenza dei migranti nelle principali città italiane segnalano che si tratta di percentuali non superiori alle analoghe città metropolitane fuori d’Italia.

Se guardiamo, per esempio, alla presenza nelle città metropolitane di immigrati non appartenenti ai paesi dell’Unione Europea, risulta che nella capitale ammonta al 7,4% la popolazione residente di cittadinanza non comunitaria, mentre la maggiore densità si ha

Tabella L2 Immigrati non comunitari nelle città metropolitane italiane, 2018. Elaborazione grafica a cura di Le Nius, blog e associazione culturale, https://www.lenius.it/immigrati-a-bologna/.

invece a Milano (11,8%).18 Il contesto metropolitano della capitale è però significativo su altri piani. La natura cosmopolita e internazionale di Roma ne fece da sempre un luogo di attrazione per le comunità di profughi. Nei decenni del secondo dopoguerra oltre un milione di persone arrivarono nella capitale, a partire dagli esuli istriani e dalmati. Fu la volta poi di altre immigrazioni di natura politica: da Ungheria e Grecia dapprima, Cile e paesi sudamericani nel corso degli anni Settanta. Fu allora che giunsero numerosi profughi dai paesi ex coloniali del Corno d’Africa (Eritrea ed Etiopia, Somalia e Libia), scappando da dittature e guerre civili. Fin da quel momento si intrecciarono le eredità coloniali con l’immaginario post-coloniale, la cui eco si coglie ancora nei nostri giorni nelle tensioni di un’integrazione mai del tutto avvenuta; come quando, nell’agosto 2017, la polizia intervenne per lo sgombero in Piazza Indipendenza di un folto gruppo di profughi eritrei, senza casa e ammassati all’aperto, dopo che erano stati allontanati dal palazzo in cui vivevano a via Curtatone, vicino alla stazione Termini.19 Era la riprova della mancata elaborazione di una memoria post-coloniale, in un quartiere intorno alla stazione Termini che è divenuto un luogo simbolico, in cui si intreccia la storia del colonialismo italiano (Piazza del Cinquecento ricorda i caduti italiani nella battaglia coloniale di Dogali nel 1887) con quella delle prime migrazioni dal Corno d’Africa (dagli anni Settanta). Il mancato riconoscimento di un passato comune era stata la trama in parte autobiografica di Il latte è buono, un primo romanzo post-coloniale in lingua italiana che nel 2005 narra la storia di Gashan;20 un giovane somalo la cui vicenda di emancipazione scorreva attraverso la colonizzazione italiana (la lingua e gli studi in età adolescente), l’indipendenza del suo paese, l’arrivo in Italia e la mancata integrazione, l’esilio e le peregrinazioni altrove, infine il ritorno in Somalia dopo la guerra civile del 1990. Gashan si sente straniero proprio in quell’Italia che immagina come casa sua: ieri come oggi, nel disconoscimento di una storia comune. Del resto, se volessimo dire, già in un film assai noto, Brutti, sporchi e cattivi, diretto nel 1976 dal regista Ettore Scola con prim’attore Nino Manfredi (video 7, immagine 11), la rappresentazione della misera condizione di vita, materiale e morale, in una baraccopoli della periferia romana, vedeva come protagonisti sia gli emigrati italiani (dalla Puglia) sia i primi immigrati africani provenienti dalle ex colonie.

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A. Genzone, Immigrati a Roma. Quanti sono, dove vivono, da dove vengono, in “Lenius”, 14 ottobre 2019: https://www.lenius.it/immigrati-a-roma/.

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I. Scego, Storie di sgomberi e colonialismo in piazza Indipendenza a Roma, 31 agosto 2017: https://www.internazionale.it/opinione/igiaba-scego/2017/08/31/piazza-indipendenza-sgombero-colonialismo.

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G. Garane, Il latte è buono, Isernia, Cosmo Iannone Editore, 2005.

È dagli anni Settanta pertanto che occorre muovere per indagare le correlazioni tra le diverse forme di mobilità che interessano la penisola italiana. È comunque vero che solo con il nuovo millennio l’Italia si presenta come un paese in cui le migrazioni ne costituiscono un fattore identitario in tutte le direzioni: verso l’estero, in entrata, lungo la penisola. La mobilità interna è monitorata nel dettaglio dal 2014: pendolari, italiani, stranieri, meridionali, settentrionali, donne, uomini, giovani, anziani. Partenze e arrivi si susseguono nelle grandi città come nei piccoli comuni, nei paesi e nelle periferie urbane.21

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M. Colucci e S. Gallo (a cura di), Tempo di cambiare. Rapporto 2015 sulle migrazioni interne in Italia, Roma, Donzelli, 2015.

Figura L11. Brutti, sporchi e cattivi, 1976.

Fonte: Brutti, sporchi e cattivi, 1976, di E. Scola/Compagnia Cinematografica Champion, Surf Film/TCD/Prod.DB / Alamy Stock Photo.

Chi si muove lo fa attivando catene relazionali e modificando i luoghi laddove ci si ricolloca. Se le migrazioni interne erano da tempo oggetto di indagine per comprendere le trasformazioni della società italiana, la reviviscenza del fenomeno ne ha comportato una loro indagine ravvicinata su un piano inter-disciplinare: il territorio, l’intreccio tra migrazioni interne vecchie e nuove, la connessione con le altre forme di mobilità (emigrazione all’estero, immigrazione straniera), la loro presenza nella memoria pubblica.22

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M. Colucci e S. Gallo (a cura di), Fare spazio, Rapporto 2016 sulle migrazioni interne in Italia, Roma, Donzelli, 2016.

In effetti, se a lungo l’Europa produsse movimenti migratori interni al continente (dal sud verso il nord dopo il 1945, da est verso ovest dopo il 1989 e l’allargamento dell’Unione Europea), negli ultimi anni è invece verso l’Europa che sono registrati i movimenti migratori più significativi e con provenienze diverse (Asia e Medio Oriente, Africa subsahariana). Ciò si è manifestato attraverso ondate di arrivi di immigrati irregolari, sia via terra (il corridoio balcanico) sia via mare: verso Grecia e Spagna, in particolare verso l’Italia attraverso il corridoio del Mediterraneo centrale. Sono migrazioni assurte a tragica visibilità, con gli sbarchi nei porti del sud Europa e i troppi morti nel Mediterraneo. Le migrazioni non sono viste come una questione fisiologica e strutturale nel mercato globale del lavoro che si muove. Alcuni eventi drammatici hanno colpito l’immaginario negli anni in cui si ebbero i picchi di arrivi, tra 2013 e 2016. Nel frattempo la piccola isola di Lampedusa, interessata fin dai primi anni Novanta dall’immigrazione irregolare, ne è divenuta un luogo simbolico, la porta mediterranea, suo malgrado, dell’Unione Europea.23 Il 3 ottobre 2013 si verificò un naufragio disastroso; un peschereccio proveniente dalle coste libiche e carico di migranti, perlopiù eritrei, a un miglio dall’isola, affondò in mare, provocando la morte di 368 persone (tra le quali donne e bambini). Altre tragedie si ebbero (ancora poco distante da Lampedusa, l’11 ottobre), con migliaia di morti. Eppure, nonostante le azioni umanitarie intraprese, non si giunse alla promozione di una condivisa politica europea sulle migrazioni. Il dramma dei profughi e l’identità della comunità isolana di Lampedusa sono ben rappresentati nel film Fuoco ammare (2016) (video 8), un documentario di Gianfranco Rosi di forte impatto, che rivive la tragedia delle migrazioni attraverso la vita quotidiana di un bambino di 12 anni. In Italia si produsse un moto di indignazione e il Parlamento dichiarò la data del 3 ottobre “Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione” (legge 45/2016). Essa è fortemente simbolica anche perché rinvia a una giornata, il 3 ottobre nel 1935, in cui ebbero inizio le operazioni militari del regime fascista per l’occupazione dell’Etiopia (si chiamava allora Abissinia). I morti di Lampedusa erano provenienti dall’Eritrea, figli e nipoti di ex sudditi coloniali. Abbiamo bisogno di un calendario civile, europeo e italiano insieme, che stimoli un più compiuto senso della storia, favorendo la condivisione di appartenenze e valori che, come è stato osservato, “in un paese di ex emigranti ed ex colonizzatori, occorre saper costruire e consolidare, perché le ferite e le speranze disattese del passato sono tuttora ferite aperte di cui occorre avere consapevolezza”.24

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S. Allievi, 3 ottobre 2013. Strage di Lampedusa. Il lavoro migrante. Drammi, paure, conflitti, in Calendario civile europeo. I nodi storici di una costruzione difficile, a cura di A. Bolaffi e G. Crainz, Roma, Donzelli, 2019, pp. 399-409.

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A. Triulzi, 3 ottobre. Giornata in memoria delle vittime dell’immigrazione, in Calendario civile, a cura di A. Portelli, Roma, Donzelli, 20117, p. 256.