2 Emigrazioni ed esilio nel “lungo Ottocento”

Se nel corso del XIX secolo la questione nazionale ridefinì gli spazi geo-politici tra Europa e Americhe, alla dimensione internazionale delle rivendicazioni sociali e politiche corrispose una diffusa mobilità di persone. L’esilio per motivi politici conviveva con la ricerca di un lavoro, nel vivo di reti transnazionali (patriottiche e liberali, contro-rivoluzionarie persino) che si costruirono nello spazio del Mediterraneo e tra di esso e l’oceano Atlantico. I moti dei primi anni Venti (tra area iberica e Italia) sono ormai letti in una chiave transnazionale ed euro-americana; lo si sta facendo anche per il Risorgimento italiano.

Se negli anni di antico regime le migrazioni economiche e quelle politiche risultarono distinte, furono le guerre in età napoleonica che seguirono la Rivoluzione francese a mettere in moto una grande massa umana; in primo luogo, tramite l’arruolamento nelle armate napoleoniche e in quelle britanniche, al cui smembramento dopo il 1815 corrisposero spinte molteplici a trovare sbocco nell’emigrazione, anche su scala intercontinentale. Del resto, gli Stati, nuovi o rinati, promuovevano rapporti commerciali ed economici che attraevano lavoratori immigrati oltre le frontiere nazionali. La rivoluzione statunitense aveva intanto elaborato il concetto giuridico di alien (straniero), che sarebbe divenuto essenziale nei due secoli successivi; a ciò seguì la messa a punto dell’uso dei passaporti per censire e regolamentare l’arrivo di immigrati e viaggiatori. Approdati dapprima nella Francia rivoluzionaria, diversi esuli italiani si diressero poi a Bruxelles, Ginevra e Londra, che per tutto l’Ottocento sarebbero state (con Parigi) le città preferite dagli esuli, così come dai nuovi patrioti nazionalisti. Oltre oceano, fin dalle origini della repubblica statunitense, la città di New York divenne uno dei luoghi prescelti da chi era in cerca di rifugio dopo le sconfitte dei movimenti rivoluzionari e nazionalisti.

Negli anni successivi al 1815 prese avvio un moto complessivo di vere e proprie “diaspore politiche”, che integrarono la mobilità intercontinentale, sotto la spinta sia dalla repressione contro le aspirazioni nazionalistiche sia dalla potente attrazione esercitata dai nuovi mondi oltre oceano. Nell’occidente europeo, con i patrioti tedeschi, ungheresi e polacchi, lungo l’Ottocento furono soprattutto i patrioti italiani a caratterizzare la mobilità politica. Nell’orizzonte transnazionale di ascendenza liberale e radicale emersero anche aspirazioni democratiche e socialistiche, nella condivisione di reti migratorie che coniugavano differenziate idee e correnti politiche. Alcuni esuli politici italiani acquisirono una rinomanza internazionale, nello spazio europeo (Giuseppe Mazzini e Felice Orsini) come in quello euro-americano (ancora Mazzini, Piero Maroncelli tra Francia e Stati Uniti,2 Giuseppe Garibaldi sopra tutti). La dissoluzione di stati liberi, come le storiche Repubbliche di Venezia e di Genova, produsse un forte flusso di esuli verso le Americhe. L’emigrazione economica e quella politica convissero: frutto di una tale congiuntura, per esempio, furono la sottoscrizione e gli arruolamenti nel 1860 per la spedizione dei Mille tra gli emigrati italiani. Furono anni di forte attrazione per il “nuovo mondo”, in un continuo andare e venire tra Italia, Europa e America del nord. Tutt’altro che anomalo era il passaggio da una condizione di migrante economico a quella di patriota o rivoluzionario. Diverse città latinoamericane diventarono un crocevia di migrazioni europee a fortissima componente politica, non facilmente distinguibile dall’emigrazione economica, soprattutto prima e dopo il biennio 1848-1849, quando la spinta verso l’oltre oceano divenne sempre più contagiosa.

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2 P. Maroncelli, Carteggio dall’esilio (1831-1844), a cura di C. Contilli, Raleigh (nc), Lulu.com, 2015. Condannato al carcere duro nella fortezza dello Spielberg, a Maroncelli come a tanti altri patrioti detenuti fu data l’alternativa di rimanere in galera o di andare in esilio oltre oceano.

Lungo il XIX secolo si determinò quindi una complessa realtà transnazionale di migrazione e di mobilitazione politica. Patrioti e rivoluzionari mossero sulla scorta di sentimenti patriottici, aspirazioni repubblicane e istanze socialistiche. Oltre oceano, nelle Americhe, si diressero ondate successive di esuli politici: dopo gli émigrés dalla Francia rivoluzionaria ci furono i bonapartisti, quindi, dopo il 1815, i “fourieristi” socialisteggianti, i reduci dalle “rivoluzioni dei popoli” nel biennio 1848-1849, gli espulsi dopo la Comune parigina del 1871, i socialisti e gli anarchici di fine secolo. Di ritorno dalle Americhe, i rivoluzionari si divisero di fronte alle prospettive di un’unificazione sotto le insegne di Casa Savoia: fu quanto fece Garibaldi, sacrificando gli ideali repubblicani alla realtà di uno Stato nazionale. Nelle reti transoceaniche ben presente, anche se minore, fu il fronte dei contro-rivoluzionari, i quali diedero vita a una sorta di “Internazionale reazionaria” mobilitata a difesa dei vecchi regimi: i Borbone di Napoli, i confederati nella guerra civile statunitense, il Papa a Roma dopo la fine dello Stato pontificio, nelle guerre carliste spagnole.

La mobilità politica era dunque intrecciata alle migrazioni, al punto tale che i volontari, soprattutto tra i rivoluzionari, andarono a formare una rete transnazionale di combattenti per le libertà che si spostava da un paese all’altro. Numerosi furono gli eventi che videro in azione i volontari di una sorta di mutevole “legione” patriottica, trasformando conflitti che erano nati come nazionali se non locali in contese con attori internazionali. Dopo il triennio rivoluzionario in Spagna (1820-1823) e la guerra d’indipendenza greca (1821-1832), seguirono le guerre liberali in Portogallo (1828-1834), i conflitti dell’America Latina cui partecipò anche Garibaldi, ancora il biennio 1848-1849, la spedizione dei Mille, la partecipazione alla guerra civile statunitense (1861-1865), la guerra franco-prussiana e la Comune (1870-1871), la guerra greco-turca del 1897; infine, già nel XX secolo, avremo i volontari della Grande guerra e quelli della guerra civile spagnola (1936-1939). La radicalizzazione in senso anarchico e l’uso della violenza generarono apprensione nelle opinioni pubbliche, cui corrisposero politiche repressive da parte dei governi. Gli italiani, al pari degli Irlandesi e dei nichilisti russi, finirono nel mirino delle polizie di tutto il mondo. Fu il caso soprattutto della Francia; dopo che Felice Orsini, con l’attentato Napoleone IIII nel 1858, mise in atto la prima delle azioni terroristiche di impatto internazionale; diverse altre ne sarebbero seguite, tra le quali, il 24 giugno 1894, l’omicidio del presidente Marie-François Sadi Carnot a opera dell’anarchico italiano Sante Caserio. La commistione tra migrazione politica e attentati terroristici sul finire dell’Ottocento spinse gli Stati a controllare e limitare l’emigrazione, dopo che la necessità di manodopera aveva inizialmente reso più facili gli accessi.

Nell’Italia postunitaria, fu solo dal 1876 che l’emigrazione cominciò ad essere oggetto della statistica nazionale, corrispondendo a quella prima globalizzazione del mercato del lavoro che si ebbe nei decenni precedenti la Grande Guerra. Ben presto entrarono in scena le istituzioni religiose, fin da quando l’emigrazione riguardava soprattutto le regioni settentrionali, con le iniziative promosse dai vescovi Emilio Scalabrelli (a Cremona) e Geremia Bonomelli (a Piacenza).3 Nel quadro della regolamentazione dei flussi migratori verso l’estero e oltre Atlantico, le prime direttive italiane relative agli Stati Uniti risalirono al 1890, mentre il 26 febbraio 1891 il Congresso approvò una legge intesa a governare (e limitare) la massiccia emigrazione che approdava a New York, nell’isolotto – centro di smistamento di Ellis Island (attivo tra 1892 e 1954), dove affluirono tre milioni di italiani tra il 1894 e il 1927. L’epopea di inizio Novecento è ben rappresentata nel film  Nuovomondo (2006) del regista Emanuele Crialese (Figura L1).

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G. B. Scalabrini, L’emigrazione italiana in America: osservazioni, Piacenza, L’Amico del popolo, 1887: ora in Scalabrini e le migrazioni moderne. Scritti e carteggi, a cura di Silvano Tomasi e Gianfausto Rosoli, Torino, Società Editrice Internazionale, 1997.

Figura L1 Nuovo Mondo, di Emanuele Crialese, 2006

Fonte: Nuovomondo, 2006, di E. Crialese/Rai cinema, Memento Films, Titti Film, Respiro/Photo 12/Alamy Stock Photo.

La storia ha origine in Sicilia, allora terra di partenza e non di arrivo come nel tempo nostro. Una famiglia intera decide di partire, con lo scopo di ricreare una vita nuova nel continente americano. Emblematica è la scena del distacco dal “vecchio mondo”, nell‘unica e lunga sequenza in cui la nave si stacca dalla banchina del porto, quando le teste della folla ammassata si scindono, tra di chi resta e chi parte per gli Stati Uniti. È un dramma, questo del “distacco” (dalla propria casa, dal paese nativo, salendo su un treno o su una nave che partono) che le memorie degli emigranti avrebbero ricordato in modo corale nelle loro memorie autonarrative.

All’arrivo a Ellis Island un nuovo momento sconvolgente era la visita cui l’emigrante era sottoposto per verificarne le condizioni di salute e le attitudini in vista dell’integrazione. Sempre più precise divennero le restrizioni; esse comportavano il rimpatrio, con disposizioni che riguardavano tanto le “condizioni mentali e fisiche” che le “ragioni morali e di ordine pubblico”, comprese le “ragioni di ordine economico”. A New York fu costituito un Ufficio italiano per l’emigrazione, il cui agente Egisto Rossi informava periodicamente i consolati italiani all’estero e le autorità di madrepatria circa i mutamenti nel mercato del lavoro e della legislazione migratoria. Le pratiche migratorie dei paesi d’arrivo affermarono forme di vera e propria discriminazione e segregazione verso gli Italiani, considerati dei «meridionali neri», al punto tale da non essere ammessi alla comunità statunitense, bianca e protestante, secondo le rappresentazioni proprie del modello del White Anglo-Saxon Protestant (WASP).

Tra l’Ottodento e il Novecento il movimento migratorio ebbe privilegiate mete di approdo: Svizzera e Francia, Austria e Germania nel continente europeo, ma soprattutto oltre Atlantico, verso gli Sati Uniti nel nord, l’Argentina e il Brasile nel sud. Tra Francia e Italia si sviluppò un peculiare canale di circolazione transalpino, nel cui quadro comprendere le trasformazioni sul lungo periodo del binomio emigrazione/immigrazione, con riguardo sia ai fattori “di spinta” (demografici ed economici) sia di attrazione. Basti pensare ai difficili rapporti tra gli emigrati italiani e gli operai transalpini, che accusavano i primi di azioni di crumiraggio nei luoghi di lavoro. Eclatante fu il caso dell’eccidio di operai italiani verificatosi nell’agosto 1893 ad Aigues Mortes, presso le saline della Camargue, alle foci del Rodano; decisivo fu il ruolo del fattore nazionalistico nella legittimazione del massacro, dovuto, più che al razzismo, a una difesa strenua del posto di lavoro rispetto a chi veniva da fuori. Fu un fattore di conflitto che anche in seguito e altrove – nell’Italia del nostro tempo, divenuta terra di immigrazione – si sarebbe palesato tra i principali ostacoli allo sviluppo dei processi di integrazione.