6.14 Il declino della democrazia radicale e repubblicana
Rientrò presto il tentativo di costituire un partito liberal-democratico di massa con il concorso di socialisti riformisti e liberali progressisti. Al contrario, prevalse la linea ministeriale e governativa di Nitti, nel tentativo di una riedizione della strategia di aggregazione al centro delle forze parlamentari che già Giolitti aveva saputo gestire con accortezza nei primi anni del secolo. Minati al loro interno da divaricanti prospettive politiche e dalla corrosiva natura notabilare e clientelare del loro consenso, in occasione delle elezioni del 1921 una duplice scelta concorse a porre fine alla vicenda di un movimento e di un partito le cui origini abbiamo visto risalire al secondo Ottocento, alle figure di Agostino Bertani e Felice Cavallotti. Da una parte, fu condivisa l’ipotesi di presentarsi alle elezioni nei blocchi nazionali. Su un altro versante, preso atto dello spegnimento di una tradizione politica ormai illanguidita, si abbandonò alla storia il nome di “radicali”, preferendovi quello di Democrazia sociale. Il nuovo gruppo parlamentare ne uscì ancor più indebolito (da 57 a 48 deputati), sempre più preda di alleanze e transazioni che ne avrebbero ulteriormente corroso l’identità e con la rinuncia ad assumere quel possibile ruolo di cerniera tra la società e lo Stato che era stato proprio del radicalismo prima della guerra.
Un discorso a sé meritano i repubblicani, assimilabili ai democratici (radicali e demo-sociali) e ai gruppi liberali per quanto concerne un comune destino di crisi e di marginalizzazione, ma distinguibili per la caparbia difesa di una loro identità politica e organizzativa. Usciti dalle elezioni del 1919 con una ridottissima rappresentanza parlamentare rispetto agli anni prebellici, l’eredità antagonistica della scelta interventista continuò a condizionarne l’azione. Già nel 1918 alcune componenti repubblicane aderirono all’Unione italiana del lavoro (Uil), sorta proprio da una scissione dell’Unione sindacale italiana (Usi) in seguito al suo mancato sostegno all’interventismo. Nel dopoguerra, invece, l’aperta simpatia nei confronti delle dimostrazioni patriottiche, con una certa accondiscendenza verso il primo movimento fascista in virtù della sua dichiarata “tendenzialità” repubblicana, riattizzò i conflitti interni. In forza del profondo spirito antisocialista, l’offensiva patriottica e nazionalista promossa dai fascisti si incuneò nelle fila repubblicane, ma dopo un iniziale sbandamento il partito resse la sfida e ritrovò una propria identità. A differenza di quanto si è visto per i liberali, ciò avvenne ancor prima dell’ascesa di Mussolini alla guida del governo, contrastata dai repubblicani pure nel voto parlamentare. La svolta decisiva si ebbe quando le violenze delle squadre fasciste e la complicità della monarchia provocarono una levata di scudi dei militanti, portando alla guida del partito un gruppo dirigente impegnato a ribadire la continuità con i valori della tradizione risorgimentale e mazziniana, con alla testa Giovanni Conti, ma anche con nuovi e più giovani leader come Mario Bergamo e Ferdinando Schiavetti.
La corrosione nazionalista e fascista del mondo repubblicano era politica e intellettuale allo stesso tempo, tesa a prosciugare una risorsa – quella simbolica e culturale – che continuava a essere essenziale per la salvaguardia dell’identità del piccolo partito. Anche su quel piano, infatti, era in atto un’operazione tesa a immettere la memoria e l’eredità di Mazzini in un solco diverso da quello democratico. Fin dagli anni della guerra la conduceva Giovanni Gentile, filosofo e principale organizzatore della vita culturale durante il futuro regime fascista. Il misticismo politico di Mazzini, invocante una rigenerazione spirituale e morale degli italiani, venne posto alle radici di quel radicalismo nazionale che, assumendo varie forme, avrebbe alimentato le fonti culturali della religione politica fascista. In occasione del cinquantesimo anniversario della sua morte (10 marzo 1922) le celebrazioni ufficiali si trasformarono nella ribalta delle revisioni culturali in atto. I seguaci storici di Mazzini denunciarono i tanti «profanatori» del suo magistero,33 ma a poco sarebbe servito.
Laddove il repubblicanesimo era radicato da tempo (tra Romagna e Marche), lo sbandamento iniziale verso il fascismo fu ancor più accentuato, nell’illusione che la disponibilità alla collaborazione aiutasse a salvaguardare il patrimonio associativo nel campo sociale ed economico. Una certa impermeabilità alla fascistizzazione della cultura politica territoriale si ebbe invece grazie all’influenza esercitata tra i ceti sociali intermedi e nelle campagne. Ma non fu solo questo. Nella difesa di spazi vitali rispetto al fascismo vittorioso e quindi alla stessa irreggimentazione della società, oltre al peso di una tradizione amministrativa che era divenuta fattore di forte identità comunitaria, importante fu il presidio del sentimento patriottico fra i reduci. In numerose sezioni territoriali della Anc, così come dell’Associazione nazionale dei mutilati e dell’Associazione dei volontari di trincea, la componente democratica contese apertamente ai fascisti la direzione degli organismi, preservando spazi di agibilità politica se non di antifascismo anche nei primi anni del governo mussoliniano (fino al 1926).