6.12 Il Partito popolare italiano: i cattolici nell’azione sociale e politica

Pur essendo minoritaria, la prospettiva di un’autonoma presenza sociale e politica era stata sviluppata da quei cattolici che avevano vissuto la guerra come un’occasione per sollecitare i credenti a inserirsi nel processo di nazionalizzazione. Nell’immediato dopoguerra, anche il movimento cattolico apprestò proprie forme organizzative di massa, per un’azione allargata dal piano sociale a quello politico. Nel gennaio del 1919 si chiudeva in modo definitivo la pagina dell’astensione dei cattolici dalla politica e dell’azione di supplenza esercitata nei confronti della classe dirigente liberale. L’aspirazione di Luigi Sturzo e dei democratico-cristiani d’inizio secolo alla creazione di un partito dei cattolici italiani prendeva forma attraverso la nascita del Partito popolare. Non erano andate perdute le linee ispiratrici proposte da Sturzo già nel dicembre del 1905. Allora si era pienamente valorizzata l’esperienza del movimento dei giovani democratico-cristiani nella «trasformazione del pensiero e dell’atteggiamento dei cattolici italiani verso la vita moderna»:

Per virtù del movimento democratico cristiano è penetrato il convinci- mento, ormai generale, che i cattolici, più che appartarsi in forme proprie, sentano con tutti gli altri partiti moderni la vita nelle sue svariate forme, per assimilarla e trasformarla; e il moderno, più che sfiducia e ripulsa, desta il bisogno della critica, del contatto, della riforma.

Sturzo individuava la possibilità e la necessità di rapportare in modo nuovo il mondo cattolico al «problema nazionale», «dopo aver percorso la faticosa via del progresso sempre alla coda del movimento, facendo la funzione di resistenza anziché di spinta». Porsi su quel terreno voleva dire superare l’«ibridismo della tendenza religiosa concretizzata nelle associazioni cattoliche», restituendo alla religione la sua funzione civile e morale, al di fuori di ogni mentalità confessionale e clericale. Sottolineava infatti Sturzo:

Quando affermo che i cattolici debbono anch’essi, come un nucleo di uomini di un ideale e di una vitalità specifica, proporsi il problema nazionale [...], io suppongo i cattolici come tali [...] come una ragione di vita civile informata ai principi cristiani nella morale pubblica, nella ragione sociologica, nello sviluppo del pensiero fecondatore, nel concreto della vita politica.

Per tali motivi si riteneva inopportuno fregiare il futuro partito con il titolo di “cattolico”; il problema prioritario per Sturzo era fare una scelta preliminare nel campo democratico, con le peculiarità di un partito di ispirazione cristiana. La scelta che si additava, anche alla luce delle esperienze degli anni tra i due secoli, era esplicita:

È chiaro che io stimo monca, inopportuna, che contrasta ai fatti, che rimorchia la Chiesa al carro dei liberali, la posizione di un partito cattolico conservatore; e che io credo necessario un contenuto democratico del programma dei cattolici nella formazione di un partito nazionale. [...] da soli, specificatamente diversi dai liberali e dai socialisti, liberi nelle mosse, ora a destra e ora a manca, con un programma consono, iniziale, concreto e basato sopra elementi di vita democratica: così ci conviene entrare nella vita politica.24

×

L. Sturzo, I discorsi politici, Roma 1958, pp. 351-382, in Storia del movimento cattolico in Italia, a c. di F. Malgeri, Il Poligono, Roma 1980, vol. II, pp. 365-376 (passim per le citazioni).

Nel dopoguerra, quando sembrò giunto finalmente il momento di rompere gli indugi, queste premesse risultavano ancora attuali e nella definizione della carta d’identità del Partito popolare non mancarono di essere riprese. Ciò avvenne sulla base di un compromesso con quanti avevano già guidato la fase clerico-moderata, ma il programma popolare si pretendeva non condizionato dalla pregiudiziale religiosa e si reggeva invece sull’idea di partecipazione democratica e sociale alla vita politica. Questa ispirazione fu evidenziata in un “Appello al paese” che Sturzo lanciò nel gennaio del 1919, così come nella definizione dell’identità della nuova formazione e dei motivi per i quali si era ritenuto di denominarla Partito popolare italiano. Fu quanto Sturzo chiarì al primo congresso nazionale, svoltosi a Bologna nel giugno del 1919:

È superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico: i due termini sono antitetici; il cattolicismo è religione, è universalità, il partito è politica, è divisione. Fin dall’inizio abbiamo escluso che la nostra insegna fosse la religione, ed abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione.25

×

L. Sturzo, I discorsi politici..., cit., pp. 11-25, in Storia del movimento cattolico in Italia, cit., vol. III, p. 331 per la citazione.

Sorgendo con il favore del Vaticano e potendo beneficiare dell’attivismo dei quadri dell’Azione cattolica, il Ppi pose attenzione soprattutto alle aspettative della piccola proprietà e del mondo rurale, così come a quelle dei ceti medi urbani. Esso poté contare anche sull’azione della Confederazione italiana dei lavoratori, sorta nel marzo del 1918 con il compito di coordinare le federazioni di categoria (casse rurali, cooperative di consumo, unioni agricole) e i sindacati professionali (un complesso di circa 1 200 000 aderenti). Si rivendicava un «nuovo movimento sindacale, cristiano e costruttivo» in contrasto con il «vecchio movimento operaio, sovversivo e negatore».26 Il Ppi si apprestava a divenire il vero concorrente del Partito socialista nell’arena della politica di massa, vantando circa 300 000 iscritti. Fu una forza organizzativa di natura sociale e politica che si espresse anche sul piano elettorale e parlamentare, con l’assunzione di un ruolo decisivo per la formazione dei governi; collaborò con Nitti e Giolitti, dopo che le elezioni del 1919 avevano determinato un problema impellente di guida del paese. La collaborazione si estese al governo presieduto da Mussolini ed essa fu la causa dell’emergere, all’interno del Ppi, di forti conflitti, tali da spingere Sturzo a dimettersi dalla sua guida. Prima di farlo, al congresso nazionale svoltosi a Torino nell’aprile del 1923, egli richiamò le ragioni di fondo per le quali la concezione dello Stato e della nazione propria dei cattolici democratici, nel quadro dell’identità programmatica di un partito inteso come strumento per la profonda trasformazione istituzionale dello Stato liberale, non poteva convivere con quella del fascismo:

×

Dichiarazioni di principio, in “Confederazione”, settembre 1918, che si cita da Storia del movimento cattolico in Italia, cit., vol. II, pp. 364-365.

Siamo sorti a combattere lo Stato laico e lo Stato panteista del liberalismo e della democrazia; combattiamo anche lo Stato quale primo etico [...]. Per noi lo Stato è la società organizzata politicamente per raggiungere i fini specifici; esso non sopprime, non annulla, non crea i diritti naturali dell’uomo, della famiglia, della classe, dei comuni, della religione; soltanto li riconosce, li tutela, li coordina, nei limiti della propria funzione politica. Per noi lo Stato non è il primo etico, non crea l’etica: la traduce di sopra della libertà: la riconosce e ne coordina e limita l’uso, perché tutela l’uso dei diritti esterni e pubblici. Per noi la nazione non è un ente spirituale assorbente la vita dei singoli: è il complesso storico di un popolo uno, che agisce nella solidarietà della sua attività, e che sviluppa le sue energie negli organismi nei quali ogni nazione civile è ordinata.27

×

Gli atti dei congressi del PPI, a c. di F. Malgeri, Morcelliana, Brescia 1969, pp. 295 ss., anche in Storia del movimento cattolico in Italia, cit., vol. II, p. 345 per la citazione.

Intanto però, con l’azione di governo di Mussolini tesa a scavalcare il Ppi per intavolare un diretto e privilegiato rapporto con la Chiesa, le posizioni democratiche espresse dal Ppi risultarono minoritarie rispetto a quelle delle diverse componenti sociali e delle gerarchie ecclesiastiche, al cui controllo il nuovo papa Pio XI (1922-1939) ricondusse l’Azione cattolica e la partecipazione dei laici all’apostolato religioso. La correlazione tra politica e religione divenne stretta nell’azione del governo Mussolini, in un clima di crescente conciliazione tra Vaticano e nascente regime fascista.

Con l’attestarsi su decise posizioni antifasciste dopo il delitto Matteotti (giugno 1924) e la perduta legittimazione da parte del Vaticano, il Ppi perse diverse delle iniziali ragioni di esistenza. Lo scioglimento dei partiti politici alla fine del 1926 trovò il Ppi devitalizzato e disgregato. Lo stesso era accaduto, nel frattempo, alle organizzazioni sindacali “bianche”, penalizzate dalle scelte moderate del partito e il cui principale esponente, Guido Miglioli, nelle campagne lombarde, si era talmente spinto sul terreno dell’organizzazione e della lotta di classe da allontanarsi dal Ppi e avvicinarsi ai comunisti. Mentre i più tenaci oppositori antifascisti furono costretti a prendere la via dell’esilio (con Sturzo, fra gli altri, anche Giuseppe Donati e Francesco Luigi Ferrari), per i militanti e i dirigenti si apriva una fase di ripiegamento entro le strutture della Chiesa e dell’Azione cattolica, con un ritorno al primato dei fattori morali e spirituali rispetto a quelli sociali e politici.