6.10 Il socialismo tra apogeo e frammentazione

La statalizzazione della vita pubblica che la mobilitazione bellica comportò ebbe anche influenza nell’acquisizione di un ruolo centrale del partito nella guida della diffusa rete associativa promossa dal movimento socialista nel primo Novecento. Nel clima di effervescente agitazione contadina e operaia che pervase il dopoguerra, il movimento assunse dimensioni considerevoli. L’ampiezza delle adesioni riguardò sia il Psi (oltre 200 000 aderenti) sia la Cgdl (poco meno di due milioni di iscritti), con una spinta di massa che ebbe modo di misurarsi nella mobilitazione sociale e politica lungo il biennio 1919-1920. Sul piano sindacale, nel febbraio del 1919 la Fiom conquistò le otto ore di lavoro, una richiesta storica del movimento sindacale internazionale. Sul terreno politico, invece, mentre il congresso nazionale del Psi aveva lanciato il proclama rivoluzionario in favore della «repubblica socialista e della dittatura del proletariato», mancò l’esercizio di un’effettiva influenza nelle sedi istituzionali, data anche la scelta antiparlamentare e anti-istituzionale compiuta dal gruppo dirigente massimalista. La capacità di mobilitazione dimostrata dalle diverse strutture del movimento socialista assicurò al Psi oltre il 30% dei voti nelle elezioni del 1919 e la conquista di una quota altrettanto significativa di enti locali nelle elezioni amministrative dell’anno successivo (più di 2100 dei circa 8300 comuni e 25 delle 69 province).

Il miraggio della rivoluzione sovietica e le ansie di protagonismo alimentate dalla guerra esaltarono le passioni e i sentimenti di radicalismo classista. Un ruolo decisivo fu affidato a manifestazioni di massa come i comizi, vera e propria scuola educativa nella formazione di un’identità sociale e politica. Era quanto pensava Antonio Gramsci, tra i giovani e critici intellettuali socialisti cui si dovette la fondazione del Partito comunista d’Italia di lì a pochi mesi:

Il comizio è per la classe operaia il mezzo più importante per acquistare una coscienza di classe; il capitalismo attraverso la produzione industriale cerca dividere la classe in tante categorie, in tanti gruppi, in tante comunità slegate e disperse; nelle manifestazioni di massa, nei comizi, la classe si ritrova tutta [...] e sente la sua unità nella vibrazione comune per uno stesso ideale, nell’accettazione comune di uno stesso programma, di uno stesso metodo di lotta.18

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A. Gramsci, Gli spezzatori dei comizi, in “Avanti!” (edizione piemontese), 5 marzo 1920, che si cita da Id., Sul fascismo, a c. di E. Santarelli, Editori Riuniti, Roma 1974, pp. 75-76 per la citazione.

Nel frattempo, stavano mutando sia la forma dei comizi sia la retorica politica. Mentre prima della guerra i leader riformisti, Turati e Treves, parlavano al più ristretto proletariato conquistato alle idee socialiste, dopo il conflitto, nella massificazione della partecipazione alla vita pubblica, un osservatore come Giovanni Zibordi rilevò invece sensibili mutamenti nell’«arte della persuasione» e nella «tecnica oratoria»:

Dopo la guerra non si facevano più conferenze, ma comizi. Gli uditori che venivano a noi, non si contavano più a centinaia ma a migliaia. Di necessità l’oratore doveva alzare il tono, gridare, fare il discorso politico, ad effetto, da gran comizio, e non la trattazione sottilmente marxista degli argomenti, che ragiona e che educa la mente e l’animo.19

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G. Zibordi, Proselitismo, tessere o coscienze?, in “Avanti!”, 26 giugno 1921.

Nel passaggio dall’educazione delle coscienze socialiste alla guida di folle anonime nella mobilitazione rivoluzionaria, il Psi dimostrò tutti i limiti della sua incompiuta trasformazione in partito di massa. Esso registrò una repentina crisi dopo il culmine della mobilitazione del “biennio rosso”, raggiunto tra la primavera e l’estate del 1920, con una vera e propria implosione del movimento e con la progressiva dispersione delle sue imponenti forze. Si dimostrò tutta l’imperizia della leadership politica alla testa del partito, in quella fase guidato da Nicola Bombacci: era la personificazione di quel rivoluzionario nuovo stile, antiparlamentarista, un po’ libertario e un po’ anarchico, di cui il Mussolini socialista era stato antesignano prima della guerra e il cui esempio non aveva evidentemente mancato di fare scuola. Fu comunque una leadership incapace di innervare il meglio della tradizione socialista in una nuova forma organizzativa; con il duplice effetto di condannare il partito e la rete associativa ad esso legata all’impotenza e di rinfocolare lo spirito di rivincita dei ceti borghesi, impauriti e alla ricerca di nuovi portavoce. La radicalizzazione dello scontro sociale e politico tra il 1919 e il 1920 e la vittoria del fascismo tra il 1921 e il 1922 si manifestarono nelle stesse aree con maggiore radicamento socialista (nelle campagne tra Emilia, Romagna e Toscana). Così come i conflitti furono ampi e diffusi nella fase alta dello scontro sociale, allo stesso modo, colpiti i leader e gli uomini più rappresentativi, l’abitudine alla tutela del gruppo garantita dalla vita associata, oltre che la violenza esercitata in modo sistematico, indussero a repentine trasmigrazioni nei fasci e nei sindacati dei vincitori, prima ancora che i riti della conquista fascista avessero “pacificato” gli antagonismi e divelto ogni seria opposizione.

Nella parabola discendente e nell’aggravarsi della crisi postbellica, le forze del Psi cominciarono a dividersi. Nel gennaio del 1921, al congresso nazionale del partito svoltosi a Livorno, venne costituito il Partito comunista d’Italia (Pcd’I), aderente all’Internazionale promossa dai bolscevichi russi. Nell’ottobre del 1922 furono i socialisti riformisti ad andarsene, espulsi dalla corrente maggioritaria dei massimalisti e costituitisi in Partito socialista unitario (Psu). Infine, nell’agosto del 1923, si ebbe la nuova espulsione della frazione cosiddetta terzinternazionalista, guidata da Giacinto Menotti Serrati e confluita successivamente nel Pcd’I.

Tra i più giovani socialisti emersero le prime riflessioni autocritiche sui motivi della sconfitta del movimento operaio di fronte al fascismo. In merito alla mancata azione socialista per l’effettiva democratizzazione della vita politica, le «ragioni della disfatta» furono individuate da Carlo Rosselli nella mancata assunzione da parte dei socialisti del metodo democratico come prioritario terreno d’impegno. Alle rigidità dottrinarie della lettura dell’ideologia marxista e alla concezione gradualista e meccanicistica del «divenire socialistico», si diceva, corrisposero un «rivoluzionarismo verboso e astratto» e quindi l’adagiarsi «nel corporativismo e nel gretto riformismo». Essi distolsero gli animi e le forze dall’obiettivo primario: educare i ceti subalterni ad un utilizzo consapevole delle libertà politiche (dal diritto di organizzazione al suffragio universale). Ciò che allora era accaduto di fronte alle violenze fasciste rispondeva a una precisa logica:

Siccome non si ama e non si difende se non ciò per cui molto si è lottato e sacrificato, così era fatale che la classe lavoratrice, che nei paesi evoluti è giustamente la più vigile e interessata custode del metodo democratico, dovesse da noi assistere quasi inerte alla negazione di valori supremi purtroppo estranei alla sua coscienza.20

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C. Rosselli, Autocritica, in “Il Quarto Stato”, 3 aprile 1926, anche in Id., Socialismo liberale e altri scritti, a c. di J. Rosselli, Einaudi, Torino 1973, pp. 129-132.

L’ammonimento a «ricominciare da capo» poteva sembrare troppo severo e urtò la sensibilità della generazione che aveva costruito il movimento socialista tra Otto e Novecento, ma fu con questo animo che le giovani generazioni della sinistra socialista si apprestarono ad affrontare le nuove sfide dopo la sconfitta e la soppressione delle libertà democratiche imposte dal regime fascista. Prese avvio un processo di autocritica che avrebbe messo in discussione le precedenti identità: su temi come la democrazia, la nazione, il nesso tra politica e violenza, i regimi autoritari e i sistemi totalitari in gestazione.