6.9 L’Associazione nazionale dei combattenti e reduci

Uscendo dalla guerra le culture politiche dovettero fare i conti con le esperienze belliche degli ex combattenti e con le loro esigenze di riconoscimento, nella rivendicata rigenerazione morale e patriottica della nazione. A differenza di quanto avvenne in altri paesi europei – per esempio, in Francia –, la vicenda dell’Associazione nazionale dei combattenti (Anc) ebbe una breve parabola, rinchiusa negli anni immediati del dopoguerra, quando essa tentò anche di promuovere un vero partito. Eppure gli ex combattenti immisero nel vivo della lotta politica profonde aspirazioni di mutamento sociale e culturale. Fu quanto proclamò una rivista come “Volontà”, creata in zona di guerra già alla fine del 1918 da un gruppo di giovani ufficiali, divenuta per alcuni anni il punto di coagulo degli intellettuali che intendevano far leva sui miti bellici per promuovere un ampio rinnovamento morale nella società. Era nelle trincee – scrisse Vincenzo Torraca, l’animatore principale della rivista – che scoprimmo «il nostro paese, quello vero», grazie a cui edificare ciò in cui mancò la classe dirigente liberale: un’effettiva «religione della patria».

L’Italia cessò, infatti, di essere un’espressione geografica politicamente, ma rimase tale nell’anima degli Italiani. L’unità politica non fu preceduta e neppure seguita dall’unità ideale e morale. Di qui l’assenteismo della gran massa degli italiani, dei migliori, dalla vita politica, dai problemi sostanziali della nazione.16

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Volontà, in “Volontà”, 5 settembre 1918, anche in G. Sabbatucci, La stampa del combattentismo (1918-1925), Cappelli, Bologna 1980, pp. 42-43.

Chi tornava dalle trincee aveva introiettato un senso della “collettività sociale” che voleva rifondere nelle nuove forme associative nonché nella spinta alla mobilitazione. Era quanto un giornale sardo di reduci esplicitava nel maggio del 1919, a ridosso del primo congresso nazionale dell’Anc:

Occorreva che la guerra ci avvolgesse tutti nel suo tumulto perché ogni individualismo indistinto o conscio cominciasse a sparire, perché i singoli acquistassero la nozione della collettività imperante, perché l’errore profondo che ha inquinato tutta la nostra tradizione giovanile con una concezione di ordinamento unilaterale e particolaristico fosse distrutto o dissipato. [...] Le necessità della nostra vita di guerra, in tutti i loro aspetti, ci hanno dimostrato e rivelato le esigenze della vita di pace. Ogni parola, ogni manifestazione dei nostri soldati d’ieri scoprivano e segnalavano tendenze, bisogni e aspirazioni dei cittadini di oggi.17

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Il partito dei combattenti. Elementi differenziativi, in “La voce dei combattenti” (Sassari), 25 maggio 1919, ivi, pp. 51-53.

Fu grazie all’impatto politico-ideologico del movimento e alla sua natura di massa che l’associazionismo di volontari e reduci dalla Grande Guerra finì con il giocare una funzione importante nella crisi della società italiana. Non mancarono misure a loro favore prese dalle istituzioni, a partire dal dicembre del 1917, quando un decreto luogotenenziale aveva istituito l’Opera nazionale per i combattenti. Inoltre, un nuovo decreto del gennaio 1919 avrebbe corri- sposto alle rivendicazioni di terre da coltivare promosse dai reduci.

La trasposizione dei legami maturati nelle trincee dai soldati in aspirazioni sociali e politiche che sorreggessero nuove forme organizzative incontrò comunque numerose difficoltà. L’Anc aveva un’indubbia origine democratica, ma era attraversata da forti tensioni interne. Accanto ad essa erano presenti le diramazioni associative dei partiti più organizzati: la Lega proletaria tra mutilati, invalidi e reduci nel campo socialista, l’Unione nazionale dei reduci in quello cattolico. L’Anc rimase però l’espressione diretta delle aspirazioni combattentistiche, vantando quasi mezzo milione di aderenti. Fu dal Sud che vennero forti spinte per la trasformazione dell’associazione in un vero partito, sull’onda anche dei successi ottenuti nelle elezioni del 1919, quando emerse un gruppo di circa venti deputati come diretta espressione del mondo ex combattentistico. Fu quanto accadde anche con l’ipotesi di creare una nuova formazione politica, in vista della quale si costituirono i gruppi d’azione (prevalentemente di intellettuali) della Lega democratica per il rinnovamento della politica nazionale. Diede loro voce il giornale “L’Unità” diretto da Gaetano Salvemini, già fustigatore della corruzione politica e del sistema di potere giolittiano prima della guerra, eletto con un grande successo personale nella circoscrizione di Bari. Si trattò però di una formazione parlamentare – detta di Rinnovamento – frammentata e destinata a spegnersi in breve tempo.

Con l’esaurirsi del progetto democratico di unire ceti medi e mondo contadino nella rigenerazione della politica italiana, le divergenti aspettative minarono anche l’identità dell’Anc, sospesa tra un gruppo dirigente di prevalente estrazione meridionale, che ribadiva la prassi della politica notabilare, e una base associativa più interessata ai riconoscimenti assistenziali e previdenziali. Ciò preluse a una sua disgregazione già nell’estate del 1920, cui seguì una ripresa in chiave moderata e filogovernativa, senza la forza e le ambizioni originarie. Sul piano regionale però presero forma esperienze organizzative importanti come quella del Partito sardo d’Azione, costituito nella primavera del 1921 con alla guida Emilio Lussu e Camillo Bellieni, fu una formazione con una sua autonoma storia lungo tutto il Novecento e fino ai giorni nostri.

Della crisi dell’Anc beneficiò il movimento dei nuovi fasci di combattimento, il quale faceva leva sul sentimento di rivalsa di quanti la guerra l’avevano voluta ed erano pronti a rivendicarne i meriti patriottici. Fu proprio di alcuni gruppi, pur minoritari, di ex combattenti – in particolare la Federazione arditi d’Italia e l’Associazione volontari di guerra – che, nelle regioni centrosettentrionali (fra la Toscana e l’Emilia), il movimento fascista si avvalse per dotarsi di una milizia armata. La trasformazione dell’Anc in un ente morale pubblico (giugno 1923), voluta dal governo presieduto da Mussolini, ne avrebbe infine fatto un organismo a in sostegno del fascismo, nonostante la sopravvivenza di componenti democratiche e antifasciste nelle diramazioni locali.