6.8 Violenza e militarizzazione politica: i bienni rosso e nero
Nella crisi del primo dopoguerra la demonizzazione dell’avversario e la distruzione del nemico introiettate nella mentalità diffusa dall’eredità della guerra introdussero pratiche e linguaggi che stravolsero anche i conflitti sociali e politici nella vita pubblica. La militarizzazione della politica ebbe evidenti riflessi anche attraverso l’abbigliamento, con l’adozione abituale di divise colorate, simbolo di comunità organizzate che si volevano autorappresentare e far riconoscere: le «guardie rosse» socialiste, le camicie azzurre nazionaliste, gli “arditi bianchi” nel mondo cattolico popolare, le camicie nere fasciste ma anche quelle grigie del Partito sardo d’azione e persino quelle color cachi (marroni) dei giovani liberali guidati da Giovanni Borrelli.
Se tra il 1919 e il 1920 il congiungersi di conflitti sociali e fenomeni di radicalizzazione politica alimentò l’immagine di un paese in condizioni rivoluzionarie – un “biennio rosso”–, la riconsiderazione della crisi complessiva di quegli anni deve indurre a rivedere una tale rappresentazione. Il movimento di protesta e di rivendicazione in seno alla società italiana dell’epoca era insieme “rosso e nero”, senza dimenticare la significativa presenza del movimento anarco-sindacalista e delle formazioni dei «bianchi» cattolici. La virulenza dei conflitti fu tale da richiedere fedeltà totalizzanti e però da comportare mondi che si auto-escludevano; alla apparente forza dell’universo rivoluzionario «rosso» corrispose la sua incapacità a costruire alleanze e a proteggersi dalla reazione “nera”, quando essa sopraggiunse.
Sul piano rituale, un momento di effettiva svolta si ebbe nell’autunno del 1920, in occasione delle elezioni amministrative, quando il conflitto simbolico tra le diverse Italie politico-culturali emerse in tutti i suoi aspetti. Tra la primavera e l’estate si era consumata la parabola del “biennio rosso” (tra lotte mezzadrili, occupazione delle terre e delle fabbriche), con moti di piazza e dimostrazioni popolari in cui continui erano stati i riflessi di natura simbolica, con una infinita “guerra” di vessilli, tra tricolori e bandiere rosse. Si consumava anche l’occupazione di Fiume (l’attuale città di Riieka in Croazia), contesa tra Italia e Jugoslavia, dal settembre 1919 invasa dai legionari guidati da Gabriele D’Annunzio, interprete di un’aperta sfida allo stato liberale, nella denuncia di una “vittoria mutilata” che enfatizzò i dilemmi della politica estera italiana.
Palestra di nazionalismo estremo dai contorni eversivi, Fiume fu anche lo scenario di invenzioni e simbologie politiche tanto libertarie che nazional-patriottiche, da cui il fascismo avrebbe ripreso forme e linguaggi. A partire dalla cosiddetta “Marcia di Ronchi”, Fiume fu al centro del dibattito politico e culturale internazionale per oltre sedici mesi. L’esperimento dannunziano, ben presto trasformatosi in una sorta di “mito in diretta”, suscitò un interesse diffuso tra quanti erano rimasti scontenti dell’assetto uscito dalla conferenza di pace di Versailles, autoproclamandosi ambasciatori della Reggenza del Carnaro. Ci furono veri e propri pellegrinaggi nella città adriatica per essere testimoni della rivoluzione compiuta da D’Annunzio, con un’eco continua fuori d’Italia per tutto il biennio 1919-1920. Fiume divenne quindi sia un laboratorio politico-propagandistico ed estetico sia un crocevia transnazionale di pratiche e linguaggi che sperimentavano i metodi e i canoni di una “nuova politica”. A Fiume si sviluppò un fenomeno rivoluzionario che attinse, attrasse e fomentò adepti tanto a destra quanto a sinistra. Esso ebbe un forte impatto generazionale e affermò una nuova concezione della politica, legata alla cultura e alle avanguardie artistiche, facendo di Fiume un “microcosmo cosmopolita”. Essa fu l’esplosione di una ribellione giovanile innescata dalla guerra e rinfocolata dalla delusione postbellica; un laboratorio di un’“altra sinistra” rivoluzionaria che però divenne un modello ispiratore ampiamente “saccheggiato” dal fascismo e da Mussolini, soprattutto nella sua dimensione comunicativa e iconografica.
La prima celebrazione, il 4 novembre 1920, della festa della Vittoria, fu invece lo snodo decisivo della “guerra delle bandiere” ormai in atto, quando la conflittualità tra “sovversivi” e “patrioti” sul piano cromatico-simbolico originò la formazione di un blocco reazionario tra forze civili e paramilitari, pezzi dello Stato ed esercito. La continua battaglia cromatica e simbolica tra antagonisti ormai irriducibili, i patrioti e i “nemici della patria”, ebbe un suo tornante decisivo in occasione delle commemorazioni che, il 4 novembre 1921, furono dedicate a Roma e in tutto il paese alla tumulazione della salma del Milite Ignoto. Mentre infatti i socialisti si astennero dalle cerimonie e promossero manifestazioni di “contro-memoria” antimilitariste, i fasci di combattimento in camicia nera e le squadre dei nazionalisti in camicia azzurra avevano conteso lo scenario rituale alle associazioni dei reduci, prefigurando successive e sempre più accese contese. Benito Mussolini utilizzò la cerimonia come il momento di svolta nella riconsacrazione del culto della nazione, da perseguire attraverso la trasposizione della memoria bellica in un pervasivo mito politico: «tutto un popolo che ha celebrato il rito della Patria vittoriosa». «Le cerimonie di questi giorni – sentenziò Mussolini – sono l’indice di una psicologia cambiata. Hanno rivelato l’anima vera, profonda e pura dell’animo italiano. Il Governo sa ora che – volendo – può schiantare le forze dell’antinazione. Se non lo fa ci penseremo noi […]”.14 Il mito politico legittimava l’azione diretta e l’uso della violenza nei confronti dei “nemici della nazione”, i socialisti soprattutto e in primo luogo.
Tra la primavera del 1921 e l’estate del 1922 si susseguirono le spedizioni punitive e l’assalto alle cittadelle socialiste; oltre duemila erano state le amministrazioni locali conquistate nelle elezioni dell’autunno 1920. Simbolicamente e con implicazioni repentine – dal rosso al nero –, nel giro dei due anni succeduti al cosiddetto “biennio rosso”, il mutamento avvenuto nelle gerarchie sociali rinvenibile negli spazi pubblici avrebbe condensato il senso di quanto stava accadendo nella crisi italiana. L’immagine del crollo di tutto un mondo e delle responsabilità del socialismo trionfante nelle elezioni del 1919 fu ripresa distintamente da Armando Borghi, alla testa dell’Unione sindacale italiana, la formazione anarco-sindacalista attestatasi su posizioni di fermo antifascismo. «Si poteva vincere. Bisognava vincere. Facemmo il nostro dovere per vincere e per rompere i freni della marcia avanti. Vincere i frenatori, mascherati da macchinisti e furono travolti con noi. Perché da quell’altezza non si indietreggiava ordinati. Si precipitava. E noi precipitammo con essi».15
Se fin dalla ”conversione” nazional-patriottica del 1914 la Massoneria aveva sostenuto Mussolini, terrorizzata nel dopoguerra dal pericolo bolscevico essa non mancò di contribuire alla fondazione prima dei fasci e quindi di appoggiare la marcia su Roma dell’ottobre 1922. Guidata da Domizio Torrigiani, gran maestro del Grande Oriente d’Italia dal 1919 al 1925, dopo aver condiviso l’impresa di Fiume attraverso suoi adepti, la Massoneria si confermò un attore importante (una sorta di “regista occulto”) della scena pubblica anche nell’Italia del primo dopoguerra.