6.7 Una simbologia politica per l’Italia del XX secolo

Con le elezioni del primo dopoguerra, svoltesi sulla base della legge appena introdotta che abbinava la rappresentanza proporzionale alle liste di partito, si ebbero contrassegni elettorali per ognuna delle compagini che si presentarono al voto sul piano nazionale.12 Spesso comuni furono i riferimenti simbolici e iconografici dei due universi ottocenteschi, liberale e democratico: la stella a cinque punte soprattutto, assai più del tricolore nazionale. La stella era stata nel Risorgimento un simbolo della perseguita libertà italiana; ancora nel primo dopoguerra essa fu scelta dall’opposizione costituzionale, attestata da Giovanni Amendola su una linea democratico-liberale di aperto antifascismo. La tradizione democratico-repubblicana scelse l’edera di ascendenza mazziniana, un simbolo confermato fino ai giorni nostri.

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I contrassegni delle liste, in Ministero dell’Industria, Commercio e Lavoro-Ufficio Centrale di Statistica, Statistica delle elezioni generali politiche per la XXV legislatura (16 novembre 1919), Stab. Tip. per l’Amministrazione della Guerra, Roma 1920, pp. LXI sgg., con la riproduzione dei contrassegni in ognuno dei collegi.

Nel caso dei cattolici democratici, al suo esordio nel 1919 il Partito popolare adottò come simbolo uno scudo rosso con una croce bianca, ovvero lo scudo crociato degli antichi comuni d’Italia, con al centro la parola Libertas; all’indomani della seconda guerra mondiale, come si vedrà, la Democrazia cristiana ripresentò il simbolo originario, invertendo però la raffigurazione cromatica, con una croce rossa su uno scudo bianco.

Nel primo dopoguerra, con il mito dirompente dell’Unione Sovietica, a partire dall’ondata rivoluzionaria e consiliare che infiammò l’Europa (dalla Germania all’Austria, dall’Ungheria all’Italia), il simbolo della falce e del martello conquistò una ribalta internazionale. Attrazione e repulsione, fascino e paura del “rosso”, accompagnarono da allora la diffusa “fortuna” del simbolo transnazionale, mondiale persino, della rivoluzione proletaria. In Italia fu il caso del Psi a guida massimalista e del neonato Partito comunista. Né per gli anni prebellici né per il periodo della guerra si conoscono immagini socialiste che presentassero la falce e il martello tra di loro incrociati. L’introduzione dello stemma sovietico e la sua adozione in forma ufficiale come simbolo del Psi si ebbero nell’ottobre del 1919, all’indomani del congresso nazionale di Bologna. Come riportò la cronaca dell’«Avanti!», la direzione del partito deliberò di adottare come simbolo «lo stemma della Repubblica dei Soviet: un martello incrociato da una falce e circondato da due spighe di grano».13 Dopo che nel gennaio 1921, con la scissione nelle fila socialiste e la nascita del Pcd’I, il nuovo partito fece proprio il simbolo della falce e del martello (dentro la corona di spighe di grano), il Psi aggiunse l’immagine di un libro, un segno tra i più popolari della tradizione socialista prebellica.

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«Avanti!», 13 ottobre 1919. Si veda anche M. Ramperti, Falce e martello, Ivi, 18 ottobre 1919.

Nel 1921 intanto, con la presentazione delle liste di Blocco nazionale – annunciate già dalle “liste patriottiche” presentate nelle elezioni amministrative dell’anno prima –, si ebbe una significativa ridefinizione del corredo cromatico-simbolico di quanti si appellavano ai valori nazional-patriottici. Si definirono combinazioni che riflettevano il peso di ciascuna componente in ambito territoriale: il tricolore per i liberali, la stella d’Italia per i liberal-democratici, l’aquila per i nazionalisti, il fascio littorio per i fascisti. Fu in forza della legge elettorale Acerbo in senso maggioritario che nel 1924 le liste “nazionali” avrebbero utilizzato il solo simbolo del fascio littorio, riservando alla lista cosiddetta “nazionale bis” il contrassegno che congiungeva aquila e fascio littorio. Quest’ultimo sarebbe divenuto il simbolo ufficiale del regime fascista. Quei simboli di identificazione politica, commistione di vecchie immagini e nuovi segni, sarebbero stati sostanzialmente perpetuati dal primo dopoguerra a tutto il Novecento.