6.5 Tra nazionalismi e internazionalismi: dopoguerra e crisi dell’Italia liberale

Se la complessità del rapporto tra nazionalismi e internazionalismi era già emersa nel periodo precedente il conflitto, nel dopoguerra essa divenne la questione essenziale per la ridefinizione del nuovo equilibrio mondiale; si impose una sorta di ideologia politica globale, laddove alle specificità di ogni nazione corrispose la tendenziale omologazione dei diversi linguaggi politici. Nazionalismo e violenza furono ovunque un binomio intrinseco; la brutalizzazione della politica provocata dall’esplosione di violenza generata dalla guerra riguardò la sfera pubblica in tutti i contesti nazionali. Nonostante la diffusa retorica sui principi universalistici e internazionalisti (con il presidente statunitense Wodrow Wilson e il leader bolscevico Vladimir Ilic Lenin nella Russia sovietica), la realtà del dopoguerra fu quella di nazionalismi che costituivano e ridisegnavano nuovi confini territoriali.

Dalla Grande guerra la posizione egemonica dell’Europa ne usciva alquanto ridimensionata a vantaggio della potenza acquisita dagli Stati Uniti. Tra il 1917 e il 1920 il “diritto dei popoli all’autodeterminazione” fu rivendicato da Wilson e poi dalla nascente Società delle Nazioni, chiamata a disegnare i nuovi equilibri internazionali. Era un principio che risaliva a Giuseppe Mazzini e la cui applicazione avrebbe creato numerosi problemi e tensioni. Il dopoguerra italiano va inserito nel processo di violenta transizione dell’Europa dalla guerra mondiale ad una pace tutt’altro che condivisa dagli attori in campo, i paesi vincitori e “vinti”. Il paradosso fu che le vicende dell’Italia postbellica risultarono più simili a quelle degli Imperi vinti che a quelle di Francia e Gran Bretagna.

La mobilitazione bellica ingenerò aspettative e forme di protagonismo che si trasfusero alla fine del conflitto nella conflittualità sociale e nella massificazione della vita pubblica. Si annunciavano nuove forme di azione politica, mentre al tradizionale conflitto di classe si aggiunsero le rivendicazioni dei ceti medi rurali e urbani, i quali aspiravano a una propria ribalta e a un diverso status sociale, dopo che gli universi associativi e i rituali proletari avevano emarginato le pratiche della sociabilità elitaria e borghese. La crisi del sistema politico liberale si sarebbe dimostrata senza solidi contrappesi, in ragione dell’aggrovigliarsi di tre questioni, ognuna delle quali avente un distinto soggetto politico pronto a rivendicarne l’esclusiva paternità. Lo avrebbe annotato in modo lungimirante lo storico Carlo Morandi, osservatore degli eventi (era nato nel 1904) e autore di un classico studio sui partiti politici nell’anno che chiudeva il secondo conflitto mondiale:

Nel nostro paese [...] tre gruppi di problemi si posero quasi contemporaneamente: il valore della vittoria, le istanze delle classi lavoratrici, la sostituzione del vecchio ceto dirigente. La crisi della vita italiana risultò da questo fatto, che tali ordini di problemi invece di essere affrontati, dibattuti e risolti in un libero giuoco di forze contrastanti, finirono col diventare l’appannaggio quasi esclusivo di tre correnti politiche opposte, e quindi col rimanere isolati e scissi l’uno dall’altro.9

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C. Morandi, I partiti politici nella storia d’Italia (1945), Le Monnier, Firenze 1974 (9a ed.), p. 84.

In sostanza, mentre del «valore della vittoria» si impadronì il «nazionalismo vecchio e nuovo» e delle «istanze delle classi lavoratrici» si appropriò il socialismo massimalista, della sostituzione del vecchio ceto dirigente si fece paladino il movimento fascista, riuscendo a farne la leva di un preciso progetto di governo (autoritario e dittatoriale), a differenza di quanto non sarebbero riuscite a promuovere le più illuminate minoranze intellettuali dell’antifascismo (i liberali radicali di Piero Gobetti, i liberali democratici di Giovanni Amendola, i comunisti di Antonio Gramsci).

Anche in Italia il nazionalismo condivise l’idea di una territorializzazione delle prospettive di politica di potenza, attraverso la rivendicazione del carattere italiano dei territori adriatici della Dalmazia. Tramite i portavoce dell’Associazione nazionalista italiana (Ani) nel 1919 si dispiegò una strategia egemonica nel discorso culturale e politico sulla guerra, fondato su una lettura ideologica della collocazione internazionale dell’Italia, la quale sarebbe stata in larga parte fatta propria dal regime fascista. Il discorso nazionalista si affermò come interpretazione “autentica” del significato della vittoria italiana nel conflitto e delle attese di cambiamento che provenivano dall’impegno bellico del paese; attraverso una declinazione in senso etnoculturale della nazione, la connessione tra nazionalismo e imperialismo, così come tra nazionalismo e violenza, nazionalismo e guerra.

Fra i protagonisti della crisi italiana postbellica e della soluzione fascista che ad essa si diede, Morandi inseriva il re Vittorio Emanuele III e la monarchia, il cui comportamento, decisivo nell’assecondare l’avvento del fascismo al potere, egli indagò attraverso una prospettiva europea comparata. Il diverso atteggiamento assunto nel 1922 rispetto a quanto era accaduto alla fine del XIX secolo nell’“uscita dalla crisi”, si comprendeva in relazione alla disgregazione del “sistema” europeo delle monarchie:

il conflitto europeo aveva polverizzato i troni; un’ecatombe di re segnava il termine di lunghi anni d’orrore e di sangue. La dinastia, in Italia, vedeva sparire con gli Hohenzollern e con gli Asburgo i due solidi pilastri centro-europei dell’istituto monarchico. Non si dimentichi che la triplice Alleanza era nata anche dal desiderio d’Umberto e d’alcuni devoti ambasciatori e funzionari d’origine savoiarda (De Launay, Blanc) di rafforzare il trono mediante l’appoggio delle dinastie vicine più salde e cospicue. Ora tutto ciò era svanito. Di fronte alle crescenti tendenze rivoluzionarie nella penisola chi avrebbe fatto da freno?

Dopo il 1918, rispetto alle forme di governo repubblicane, le monarchie si ritrovarono in minoranza, costrette a ridefinire una nuova immagine pubblica. Si pensi, in primo luogo, ad una delle tradizionali prerogative della Corona quale la politica estera. Fondamentale per l’esercizio di quest’ultima era il carattere transnazionale delle famiglie reali, le cui reti di parentela costituivano il canale privilegiato e che consentiva ai sovrani di indirizzare l’azione politica internazionale. Il crollo dei troni imperiali – come quelli tedesco, austro-ungarico, russo e ottomano – ridimensionò in modo rilevante l’influenza in politica estera delle monarchie che pure sopravvissero.

Ecco allora maturare la «strategia di sopravvivenza» della monarchia sabauda: «Bisognava evitare l’urto delle forze in contrasto, allontanare lo spauracchio della guerra civile che poteva condurre alla crisi del regime monarchico nella penisola. Vittorio Emanuele III si orientò in questo senso: più che a una soluzione organica delle lotte politiche italiane, mirò a eliminare le conseguenze immediate».10 Nel periodo che intercorse tra l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915 e l’affidamento del governo al capo dei fascisti nel 1922, il “partito di corte” della monarchia assunse pertanto un ruolo decisivo; anche in relazione alle trasformazioni dello scenario politico nazionale. Se nel lungo regno di Vittorio Emanuele III (1900-1946), la costruzione e l’affermazione del mito del «Re Vittorioso» in guerra ne rimarcò fortemente l’immagine, la monarchia fu interessata da profonde trasformazioni sulla scena pubblica nazionale e internazionale. La sostanziale cessazione delle visite all’estero di Vittorio Emanuele III nel primo dopoguerra dipendeva anche da questo e non solo dalla pervasiva presenza del regime fascista e di Mussolini alla testa del governo. Per come lo stato nazionale era sorto in Italia, la monarchia dei Savoia costituiva qualcosa di più che una semplice forma di stato; essa era anche l’incarnazione di un’idea di nazione e il Re, con la sua presenza, aveva la funzione di sacralizzare in senso nazionale ogni evento. Se prima della guerra, nella fase ascendente del movimento operaio, qualcuno aveva preconizzato una possibile “monarchia socialista”, con l’avvento del regime mussoliniano si sarebbe affermato un connubio ben più stretto tra monarchia e fascismo.

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Ivi, pp. 107-108.