6.4 Propaganda di guerra e demonizzazione del “nemico interno”

L’anno 1917 fu di svolta nelle dinamiche belliche. Il crollo dell’impero zarista mutò gli assetti strategici sul campo, mentre l’eco della rivoluzione sovietica si diffuse nelle trincee di tutta Europa. Da oltre oceano gli Stati Uniti entrarono in guerra, cambiando gli equilibri tra i fronti contrapposti. Il conflitto mondiale, per la sua inusitata carica distruttiva e la sua durata, sollecitò anche in Italia lo sviluppo di una larga attività di propaganda sul piano istituzionale. La rotta di Caporetto nell’ottobre 1917, con le truppe austro-ungariche protese a conquistare il Veneto e il nord del paese fino al fiume Piave, provocò un profondo riassetto nella gestione politica e militare della guerra e nella promozione di una propaganda capillare intesa a rimotivare sia l’esercito (con un apposito “Servizio P.”) che il “fronte interno”. La disfatta di Caporetto rimarrà tanto nella storia che nella memoria degli Italiani, come intonazione di un’epoca, spia ed emblema delle fratture politiche e sociali che persistevano nel popolo italiano.

A partire dall’autunno del 1917 montarono varie forme di dissenso e di protesta sociale, con una larga presenza di donne del popolo, dalle autorità ricondotte alla propaganda disfattista dei socialisti e in realtà espressione di più profonde lacerazioni nel tessuto comunitario. Nei manifesti della propaganda bellica, quando i toni leggeri e le immagini suadenti della cartellonistica in stile liberty furono sostituiti da slogan e i simboli nazionalisti, “rossi” socialisti e “neri” cattolici erano spesso accomunati come i complici dell’esercito tedesco, gli «avvelenatori»,7 i nuovi untori, egualmente rappresentati ad attentare lo spirito e la coesione nazionali. Con la mobilitazione bellica e l’eco della rivoluzione sovietica, se l’orizzonte simbolico-rituale escludeva generalmente il tricolore, le mai sopite aspirazioni internazionalistico-umanitarie dei socialisti concorsero ad affermare i simboli dell’antimilitarismo: in primo luogo figure di donne del popolo e, poi, la fiaccola della vita, la spada insanguinata, l’albero di ulivo simbolo della pace, il pugno chiuso, il gigante (l’Ercole) socialista che si oppone all’incedere di figure mostruose, portatrici di tragedie e conflitti.

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Gli avvelenatori. Manifesti neri e rossi pro-pace di marca tedesca, cartolina, s.d.: in Combattere a Milano 1915-1918, a cura di B. Bracco, Editoriale Il Ponte, Milano 2005, p. 71.

Una ricomposizione con il tricolore era maturata invece nel mondo cattolico. Se nell’agosto 1917 il papa Benedetto XV (1914-1922) aveva rivolto un appello ai capi dei popoli belligeranti definendo la guerra una “inutile strage”, si creò tensione tra la prospettiva universalista del Vaticano e gli impulsi patriottici del cattolicesimo organizzato. Il dilemma che travagliò il mondo cattolico era se pregare per la pace, come chiedeva il pontefice, oppure pregare per la vittoria (si pensi al ruolo dei cappellani militari). Se tra Europa e Americhe l’universalismo cattolico si confrontò con i diversi nazionalismi, anche in Italia maturò l’anima religiosa della guerra, con la nazionalizzazione di cerimonie e commemorazioni cattoliche in funzione della mobilitazione bellica. Il dramma del conflitto indusse le istituzioni ad affidarsi al sentimento di coesione del fervore religioso anche sul piano cromatico. Nel gennaio del 1917, su proposta di padre Agostino Gemelli, tutti i corpi dell’esercito vennero accomunati nel nome del Sacro Cuore e quindi delle insegne bianco-rosse che sormontarono il tricolore nazionale nella banda bianca, solitamente occupata dallo stemma sabaudo; a riprova della fusione simbolica sul piano religioso-patriottico.

Per suscitare una corale partecipazione emotiva a sostegno di una rigenerazione dello spirito nazionale, nella promozione dei rituali civili si confidò sulla forza evocativa dei ridestati motivi risorgimentali di intonazione irredentistica. C’erano intanto gli “Italiani d’Austria” ovvero le comunità presenti all’interno dell’impero austro-ungarico; un capitolo di storia transnazionale che coinvolse i soldati asburgici catalogati come “italiani”, sospesi tra due divise e due identità storico-linguistiche. Suggestioni patriottiche vennero dalle feste di alcuni paesi alleati, la Francia e gli Stati Uniti. Gli inni nazionali francese e statunitense si ritrovavano abitualmente nelle edizioni popolari dei Canti patriottici.8 L’enfasi posta sulla festa dello Statuto era tanto maggiore quanto più evidente risultava la distanza tra essa e il carattere effettivamente popolare e nazionale della festa francese. Se infatti l’anniversario diede occasione alla promozione di diverse celebrazioni, a partire da quella svoltasi presso il monumento del Vittoriano nella capitale, il carattere militare delle manifestazioni patriottiche fu tale da indurre i socialisti ad astenersi. Eppure, dopo la disfatta di Caporetto e con un più deciso interventismo statale nella centralizzazione della propaganda, si andò prefigurando lo scenario del conflitto sociale e politico post-bellico. Se essa aveva infatti favorito la dissacrazione violenta dei valori nazionali da parte delle classi popolari, al contrario alimentò il senso di appartenenza nazionale dei ceti medi. La disfatta militare era dunque riuscita a creare quel clima di fervore e di sacralità patriottica che era mancato a sostegno dell’intervento in guerra e che portò all’epilogo vittorioso di Vittorio Veneto.

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Canti patriottici della guerra, foglio a stampa, snt., 1918, copia presso la Biblioteca Comunale di Cesena (BCC), Opuscoli, n. 1641.