6.3 Associazioni femminili: tra ideali emancipatori e conversioni nazional-patriottiche
La mobilitazione bellica del “fronte interno” incise profondamente sulla natura delle associazioni a sfondo irredentista, patriottico e nazionalista, coinvolgendo anche quelle femminili e femministe. Rispetto ai movimenti suffragisti europei (inglesi in particolare) in Italia le prime forme di associazionismo (democratica, socialista, liberale, cattolica) avevano promosso una codificazione del linguaggio politico di genere femminile che ebbe rappresentazioni più omogenee e meno conflittuali di quanto non accadde tra i movimenti politici, a lungo costituiti sulla base di pratiche dettate dai tempi e dalle priorità delle identità maschili. Il femminismo emancipazionista creò condizioni più favorevoli all’esercizio della cittadinanza politica; è una vicenda più che secolare, che in Italia ha compendiato l’Unione femminile nazionale (sorta nel 1899, con una prevalente intonazione socialista riformista). Sul piano politico-intellettuale quella storia passa attraverso la generazione di femministe che accomunò Anna Maria Mozzoni (1837-1920) e Anna Kuliscioff (1854-1925); tra loro, nel primo Novecento, si sviluppò una dialettica assai vivace, la quale investì la questione del voto alle donne (nel quadro dell’agitazione a vantaggio del suffragio universale) e sintetizzò le sfide emerse nell’ambito dei movimenti democratico e socialista. Fu una condizione che registrò un’accelerazione con la mobilitazione politica che investì anche l’Italia negli anni compresi tra l’impresa libica e la fuoriuscita dalla prima guerra mondiale; mentre nel 1912 e nel 1919 due riforme elettorali sancivano l’avvento delle masse nella vita pubblica, il suffragismo femminile scivolò da un pervasivo pacifismo a un altrettanto contagioso interventismo, scompaginando le fila e le dislocazioni dei gruppi femminili sui fronti tradizionali delle identità politico-ideologiche.
La guerra e la mobilitazione bellica attribuirono alle donne ruoli inediti nei luoghi di lavoro, al posto degli uomini, in campagna come in città (contadine e operaie, ma anche impiegate e insegnanti, giornaliste e artiste, scrittrici e militanti politiche). Mutarono pratiche e regole sociali, mode e stili di vita rispetto al mondo femminile ottocentesco. La guerra corrose originarie convinzioni ideali. Essa produsse posizioni diverse anche nel mondo socialista, tra la fedeltà alla linea ufficiale (“Né aderire, Né sabotare”) e il richiamo patriottico; la stessa Anna Kuliscioff passò all’interventismo. Immediata fu la fede interventista dichiarata da alcuni gruppi di donne mazziniane e irredentiste, nonché la conversione della quasi totalità del femminismo suffragista. Sorse già ai primi del 1915 un Comitato femminile per l’intervento italiano, assecondato dal comitato centrale del movimento suffragista (Carmela Troise, Bice Sacchi, Teresa Labriola).
Nella formazione del discorso dell’interventismo rivoluzionario, emblematico fu il percorso politico e intellettuale di formazione anarchico-libertaria proprio di Maria Rygier (polacca di nascita e italiana di adozione). L’aspetto e l’abbigliamento erano indicativi: «L’ardente rivoluzionaria stretta in una maglia grigia, su cui spicca un’enorme cravatta sanguigna»;5 così venne descritta ancora nel gennaio 1915, nell’aprire il primo congresso nazionale dei fasci interventisti d’azione rivoluzionaria. Alla fine di quel primo anno di guerra, fu un suo libro a coniugare temi, come antimilitarismo e antipatriottismo, propri della militanza anarchica, e interventismo, cui era nel frattempo approdata. Ella tracciò una sorta di filo di congiunzione tra Settimana Rossa e interventismo, giocando su una lettura degli eventi secondo una rivendicata rottura generazionale nonché sulla metafora del colore della rivoluzione: «quasi a racchiudere in una sintesi i due massimi postulati del mazzinianesimo, nello spazio di un anno l’Italia ebbe nel giugno 1914 la “settimana rossa” repubblicana e nel maggio 1915 la “settimana rossa” dell’interventismo antiaustriaco e patriottico».6 Nel settembre 1916 le aderenti al Comitato decisero di confluire nella Lega Antitedesca, facendo nascere la Federazione delle Leghe antitedesche, sulla base di un patriottismo aggressivo e settario. Eclatante fu la conversione di Teresa Labriola, nota intellettuale, saggista e già femminista, divenuta sostenitrice dell’espansionismo imperialista. Alla fine del 1917, ancora con Maria Rygier, fondò la Lega patriottica femminile, con un programma post-bellico di acceso nazionalismo antitedesco e per l’annessione della Dalmazia.
Riuniti dai primi del secolo soprattutto nelle associazioni assistenziali, i gruppi femministi si attivarono nel dar vita ai comitati di mobilitazione civile; in città e piccoli centri l’organizzazione femminile (donne delle classi medie borghesi) precedette quella maschile e divenne spesso un modello nell’organizzazione per l’assistenza a soldati feriti, sussidi alle famiglie di richiamati, asili di infanzia, scuole per infermiere, lavori di cucito, selezione del personale femminile da impiegare nei servizi pubblici. Nella capitale e nell’Italia centrale prevalse il Consiglio Nazionale Donne Italiane (CNDI), presieduto dalla contessa Gabriella Spalletti Rasponi e sezione italiana del moderato International Council of Women. Fu alle attiviste del CNDI, nobili e alto borghesi, che il governo affidò i principali compiti organizzativi riguardanti il fronte interno. In Lombardia invece e a Milano (con sindaco il socialista Emilio Caldara) esisteva una tradizione di associazionismo femminile progressista, riunito attorno alla Unione Femminile (UF) e attivo anche nelle associazioni delle maestre. Numerose donne furono chiamate nelle strutture dell’assistenza comunale; a Milano si costituì la Federazione nazionale dei comitati di assistenza e propaganda, un’originale esperienza di aggregazione, nella promozione di un progetto di assistenzialismo moderno, tra i più avanzati e maturi dell’attivismo sociale di guerra. Nella fase finale del conflitto, dopo la disfatta di Caporetto, si evidenziò un deciso mutamento di segno nella militanza femminile: rispetto all’azione assistenziale, le istituzioni coinvolsero anche numerose militanti femministe in un impegno più strettamente politico e propagandistico.