6.2 La campagna interventista

Mentre prefigurarono la creazione di un superamento delle istituzioni liberali tramite uno “stato forte”, i nazionalisti avevano affermato il primato della politica estera, coniugando il tema dell’imperialismo con quello della potenza nazionale. Era stato Enrico Corradini, muovendo dal fenomeno dell’emigrazione di massa, a elaborare il concetto di «nazione proletaria», divenuto il principale mito populista alla base della proposta imperialista del nazionalismo italiano. I mesi che intercorsero tra la mobilitazione bellica in Europa (agosto 1914) e l’entrata nel conflitto dell’Italia (maggio 1915) furono decisivi non solo per rovesciare i rapporti di forza nelle piazze a vantaggio dei nazionalisti ma anche nel ridisegnare i confini e gli spazi dei movimenti politici che si erano andati costituendo nel cinquantennio postunitario. Ne compendiò i postulati il giurista Alfredo Rocco: “Il nazionalismo è protesta, è rivolta, è anatema contro una secolare incrostazione di idee che ha deformato, contorto l’anima italiana”.3

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A. Rocco, Che cosa è il nazionalismo e che cosa vogliono i nazionalisti, Roma 1914.

L’interventismo presentava però componenti diverse. Vi erano i nazionalisti (già fautori della Triplice alleanza con gli imperi tedesco e austroungarico), ma anche gruppi democratici di tradizione risorgimentale (dai repubblicani ai socialisti riformisti di Leonida Bissolati) e soprattutto quanti avevano fatto il loro apprendistato nelle file socialiste e sindacaliste rivoluzionarie: fra gli altri, l’irredentista trentino Cesare Battisti e Benito Mussolini da una parte, Filippo Corridoni e Alceste De Ambris dall’altra. Il fronte composito dell’interventismo delineava comunque un “partito della guerra” di carattere trasversale, di cui furono pure un collante le affiliazioni alla Massoneria, dalla guerra libica investita da un profondo processo di mutamento (da pacifista a interventista, da internazionalista a nazionalista, da cosmopolita a patriottica). Il convergere, spesso confuso, di spirito nazionalistico e valori patriottici corrodeva le originarie identità politiche, nel vivo di un inedito fervore associazionistico di gruppi, comitati e fasci d’azione a sostegno della mobilitazione bellica. Sarebbe stato lo storico Gioacchino Volpe, in merito al composito interventismo del 1915, a cogliere una dinamica intrinseca alla lotta politica:

La storia dei partiti è tutta in questo vigilarsi ed agire l’uno sull’altro, cercare la propria fortuna sia puntando su obbiettivi diversi da quelli dell’avversario sia gareggiando con essi verso lo stesso obbiettivo, per raggiungerlo prima ed occuparlo ed allargarvisi. [...] anche l’interventismo è un episodio delle gare tra partiti per soverchiarsi, sfruttando gli eventi.4

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G. Volpe, Il popolo italiano tra la pace e la guerra (1914-1915), ISPI, Milano 1940, che si cita da N. Valeri, La lotta politica in Italia. Idee, movimenti, partiti e protagonisti dall’Unità al fascismo (1945), Le Monnier, Firenze 1998, p. 406.

Il recupero in chiave non più commemorativa ma mobilitante di una certa tradizione storica (risorgimentale e ancor prima antico romana) si prestò ad un uso politico: il poeta e scrittore Gabriele D’Annunzio, in una maratona oratoria che si dispiegò tra Genova e Roma, colorò il “maggio radioso” 1915 dell’interventismo di contagiose suggestioni emotive. I viaggi propagandistici dannunziani, così come quelli di Cesare Battisti solo alcuni mesi prima, fornirono la cifra della campagna interventista e della sua forza comunicativa: l’evocazione e la mobilitazione della folla avvennero sulla base di un coinvolgimento emotivo favorito da una inedita e pervasiva teatralizzazione della politica, capace di sopravanzare sul piano dell’impatto pubblico la presenza, pur significativa, di manifestazioni neutraliste e contrarie alla guerra (su principale spinta dei movimenti cattolico e socialista). Nella storica roccaforte mazziniana e socialista di Genova, per esempio, le celebrazioni esemplificarono l’adattamento di simboli e riti propri della tradizione operaia e socialista nell’immaginario nazionalista. Roma invece, assurgendo a quel ruolo di palcoscenico del nazionalismo che aveva cominciato a esercitare in occasione delle celebrazioni cinquantenarie e delle manifestazioni a favore della guerra libica (sempre nel corso del 1911), divenne la vera capitale politica del Paese: parole chiave come “nazione” e “ordine” sostituirono “classe” e “rivoluzione” nelle gerarchie del discorso pubblico.

L’Italia entrò in guerra in seguito a una forzatura extraparlamentare voluta dal re Vittorio Emanuele III e dal “partito di corte”, i quali non tennero conto del diverso orientamento della maggioranza dei deputati: socialisti, gran parte dei cattolici e liberali giolittiani erano infatti attestati su posizioni neutralistiche. La “guerra del re” assecondò invece la Destra liberale di Antonio Salandra, presidente del Consiglio, nel perseguire un progetto di “politica nazionale” il cui logico approdo doveva essere la fuoriuscita dalla Triplice alleanza (con Germania e Austria) e l’entrata nel conflitto al fianco di Francia e Gran Bretagna.