6.1 Verso la guerra: i giovani e la seduzione nazionalista
In Italia, già con la guerra di Libia, si era osservato un mutamento profondo nella psicologia e nei comportamenti di movimenti e correnti di opinione. Non solo nelle piazze i tricolori dei nazionalisti contrastarono, e spesso sostituirono, le bandiere rosse dei socialisti, ma anche il linguaggio politico andò mutando. Diffondendo un seduttivo immaginario coloniale (tra scuola e letteratura, rituali civili e religiosi in onore dei caduti), i nazionalisti promossero la sacralizzazione dell’idea di nazione e dei suoi miti (Roma, il Risorgimento, la “Grande Italia”). Quanti non vi si riconoscevano incontrarono crescenti difficoltà a mettersi in sintonia con i sentimenti delle masse. «Alla vigilia della guerra di Libia e anche dopo – ricordava nel 1914 un conferenziere socialista come Francesco Ciccotti –, molti di noi, quando andavano nei comizi a parlare in nome del partito socialista, erano spesso zittiti e talvolta fischiati dalla folla dei lavoratori.»1 L’ideologizzazione dell’idea di nazione mutò quindi fin da allora e in modo profondo il linguaggio della politica e il terreno della competizione.
Accadde anche tra le fila del più vecchio partito italiano, quello Repubblicano. Negli anni prebellici le due anime del repubblicanesimo si manifestarono attraverso una crisi d’identità che evidenziò un’“anima rivoluzionaria” e un’“anima patriottica”, ben riassunta dai motti contrapposti: “prima italiani, poi repubblicani”, si affermava da una parte, “prima repubblicani, poi italiani” si rispondeva dall’altra. Si produsse una frattura fra un repubblicanesimo nazionalisteggiante “dall’alto”, sostenuto soprattutto dai principali notabili del gruppo parlamentare, e un repubblicanesimo intransigente e anti-monarchico “dal basso”, promosso dai circoli popolari e da una nuova leva di giovani intellettuali e dirigenti. In quegli anni prebellici, il partito repubblicano divenne una sorta di cassa di risonanza della crisi morale e culturale di una gioventù di estrazione borghese e piccolo borghese che non trovava più nelle organizzazioni del movimento operaio i luoghi dove esprimere le proprie ansie e inquietudini. Lo sottolineò già il filosofo Benedetto Croce:
L’ideale socialista […] non parlava più ai giovani, né a quelli che erano stati giovani: in parte a causa delle critiche che avevano consumato il marxismo e il suo catastrofismo, in parte a causa della graduale dissoluzione del socialismo nel liberalismo, e in parte a causa delle riforme di cui praticamente tutto il suo “programma minimo” era stato costituito.2
Oggetto fin dall’età infantile di una intensa propaganda patriottica, destinatari di riti e giochi di avvicinamento e familiarizzazione alla realtà bellica e in seguito studenti, i giovani assunsero un ruolo significativo nella rivendicazione patriottico-irredentista degli anni precedenti il conflitto. Nell’Italia postunitaria la pedagogia nazionale era stata promossa intorno al binomio scuola-esercito; erano le “agenzie educative” per l’infanzia e per i giovani italiani. Quelli scolastici e militari erano i luoghi delle celebrazioni promosse dalla Monarchia e da Casa Savoia; alle riviste militari si affiancavano le cerimonie organizzate con le scuole elementari al fine di premiare gli alunni più meritevoli. L’ondata patriottico-nazionalista di inizio Novecento mutò quella pedagogia educativa affermata nei primi decenni postunitari.
Risaliva al 1903 la fondazione della Società Trento e Trieste, costituita da studenti e professori. L’associazione, sorta allo scopo di proteggere l’italianità delle cosiddette province “irredente”, compresa la Dalmazia, propose linguaggi e forme d’azione non sempre condivise dalla Società Dante Alighieri, dal 1889 la principale istituzione nella promozione della lingua e della cultura italiane; sarebbe stata la campagna interventista a favore dell’entrata in guerra a riunire le due associazioni nell’organizzazione di azioni dimostrative e di protesta. L’incontro fra le istanze irredentiste e la ricezione della cultura dell’“atletismo” di origine anglosassone, spinse molti giovani ad aderire a formazioni paramilitari. Mentre molti ragazzi ingrossarono i vari battaglioni studenteschi e i centri di Tiro a segno, costituiti nel 1901 e nel 1910 ridefiniti come luoghi di educazione fisica a scopo militare, fra il 1912 e il 1913 fu costituita l’associazione scout guidata da Carlo Colombo, con una traduzione del modello anglosassone in chiave marziale e patriottico-nazionalista e un subitaneo successo tra giovani sedotti dall’apprendistato alla guerra. Quando scoppiò il conflitto non furono pochi i casi di ragazzi, anche di età inferiore ai 12 anni, che fuggirono da casa per raggiungere il fronte.