5.5 L’Italia urbana e rurale, le culture politiche territoriali

I caratteri identitari dell’Italia prebellica confermarono la perdurante influenza delle campagne e dell’“Italia contadina”, con la prevalenza in termini quantitativi dell’elettorato rurale su quello urbano. Nonostante il più largo accesso alla cittadinanza politica di fasce sociali della borghesia urbana, con le riforme elettorali del 1882 e del 1888, non venne meno una tale caratteristica nel rapporto tra campagne e città. Stava però mutando la fisionomia dell’Italia rurale, soprattutto dove si addensarono le trasformazioni capitalistiche, il radicamento delle associazioni sindacali e le lotte sociali (le campagne “urbanizzate” della Valle Padana in primo luogo, ma anche i grossi borghi rurali della pianura del Tavoliere nella Puglia). A ridosso della Grande Guerra, quando si passò dal voto allargato al suffragio “quasi” universale, i dati statistici mostrarono il peso quasi doppio della campagna, intesa come “provincia”, in relazione sia agli aventi diritto sia agli effettivi elettori. Eppure le prime elezioni a suffragio “quasi” universale del 1913 evidenziarono anche altro ovvero che mentre nel nord le popolazioni rurali colsero con una maggiore partecipazione la novità, le campagne del sud rimasero più sorde e disincantate.

Quello del Regno d’Italia era pertanto un sistema elettorale dove il ritorno ai piccoli collegi uninominali maggioritari (già dalle elezioni del 1892) avrebbe ribadito il peso politico dell’Italia rurale e l’influenza decisiva della mobilitazione delle campagne per la carriera di deputati pur di estrazione essenzialmente urbana e per un Parlamento che nella sua componente maggioritaria da essa traeva la propria legittimazione; inoltre, questo fenomeno si perpetuò a dispetto del minor peso assunto via via dalle tradizionali élites terriere, sostituite nelle amministrazioni locali e in Parlamento dall’emergente classe politica formata da esponenti delle libere professioni (gli avvocati in primo luogo). L’attenzione alle culture politiche territoriali, nello spazio tanto dei collegi elettorali che delle amministrazioni locali, – permette altresì di rimarcare una configurazione regionale nell’esercizio della cittadinanza politica, vale a dire l’intensità con la quale avvennero la fruizione dei diritti politici (le reti associative, la mobilitazione, la campagna elettorale ecc.) e l’utilizzo del diritto di voto rispetto agli indici di sviluppo demografico ed economico.

Negli anni prebellici emerse dunque un primo volto delle culture politiche territoriali nella storia del Novecento. Sebbene si rafforzasse la frammentazione delle forze, la “fotografia” delle appartenenze politiche degli eletti evidenziò precise aree geo-politiche. La congiunzione del voto politico (sulla base dei collegi) e del voto amministrativo (su base municipale e provinciale) configurò tanto una «Italia rossa» che una «Italia bianca»; la prima nei territori urbanizzati delle province padane (tra Bologna, Mantova, Ferrara, Reggio Emilia, Mantova e Parma), la seconda tra Lombardia e il Veneto (fino ad allargarsi ad alcune aree dell’Italia centrale e del Mezzogiorno), mostrando il suo forte carattere rurale e contadino. In una Italia liberale pur sospinta verso la modernizzazione urbano-industriale, essenziale continuava ad essere il peso delle campagne e della provincia nelle dinamiche del processo di politicizzazione.