5.4 Lo spettacolo della politica
Il ponderoso libro comparativo sulle organizzazioni partitiche anglo-americane, che nel 1902 scrisse il russo Moisei Ostrogorski, offre feconde suggestioni circa le trasformazioni dei linguaggi politici con l’avvento della luce elettrica e della pubblicità commerciale. Chiaro era il nesso individuato tra propaganda e pubblicità nelle origini della politica spettacolare di massa; in primo luogo le campagne elettorali, con la diffusione di immagini e coccarde colorate. Occorreva, sottolineò Ostrogorski, assecondare il «processo di una civiltà superficiale che sviluppa il senso estetico della massa»: «molti altri procedimenti presi in prestito dalla pubblicità commerciale sono adoperati per attirare l’occhio dell’elettore: pubblicità con la luce elettrica, manifesti di grande formato ecc».8 I comizi assomigliavano sempre più a feste o fiere popolari. Anche i manifesti politico-elettorali si sarebbero sforzati di comunicare atmosfere e sensazioni accattivanti. Ritraevano i ritratti dei candidati, con caricature e disegni, ostentando una retorica solenne e richiami – osservò ancora Ostrogorski – «alla ragione, alle passioni, ai pregiudizi, all’ignoranza e all’ingenuità».9
Se in Italia vogliamo individuare un tale processo di politicizzazione del voto, occorre rinviare agli studi di inizio Novecento dedicati da Alessandro Schiavi ai comportamenti elettorali. Egli registrò che stava mutando il linguaggio della campagna elettorale, con l’avvento del manifesto di propaganda, sempre più colorato e variopinto. Lo osservò il «Corriere della Sera» nel novembre 1904 a proposito del caso di Milano.
Già da parecchi giorni la variopinta tappezzeria dei manifesti elettorali è salita su per i muri, intorno alle colonne. […] Agli avvisi dei programmi, ai fogli annuncianti le conferenze, sono succeduti ormai i manifesti caratteristici dell’ultima ora, piccoli, brevi, concisi: spesso il solo nome del candidato. […] La successione dei nomi e dei colori assume un aspetto fantastico. […] È una zuffa, una mischia di nomi e di colori della carta e delle candidature.10
Nel prendere in esame le successive elezioni politiche del 1909 e ripercorrendo le tappe della «battaglia elettorale», Schiavi andò oltre il commento dei più eclatanti fatti di cronaca, osservando la configurazione di una pervasiva arena politico-elettorale nel segno dei movimenti popolari e ormai anche fuori dei maggiori centri urbani. «È da ricordare – osservava Schiavi – che nei collegi rurali o semirurali del settentrione e del centro Italia si svolge la più intensa propaganda socialista e cattolica».11 Nelle elezioni politiche dell’autunno 1913, l’introduzione del suffragio maschile “quasi” universale comportò l’avvento dei grandi numeri nella competizione. Il corpo elettorale passò da quasi tre a oltre otto milioni di aventi diritto, il che valse un aumento considerevole della cittadinanaza politica (dall’8,3% al 23,2% sul totale della popolazione). Con l’estensione del diritto di voto ai cittadini di sesso maschile (anche analfabeti, se con più di 30 anni), emerse il problema di come parlare ai nuovi potenziali elettori; tanto sul piano dei linguaggi (con un primo utilizzo di immagini dei candidati e simboli a colori) che su quello di un intreccio ormai corrente tra la propaganda e la pubblicità commerciale. Divenne possibile “vedere” l’immagine dei candidati e divulgarne il programma tramite i simboli di volta in volta chiamati a condensarne gli indirizzi.
Abbiamo visto come andò mutando la fisionomia del quadro politico. Ma quale fu l’impatto dell’uso tanto della fotografia, così come dei contrassegni e dei colori, nella campagna elettorale? Consuete e nuove tecniche di conquista del consenso si sommarono e convissero. Schiavi indicò il largo utilizzo di manifesti «riproducenti spesso l’effigie macroscopica del candidato» e con «le solite lotte fra attacchini dei diversi partiti per coprirsi a vicenda». «È questa una forma infantile di propaganda – egli continuava – che coi colori, col gigantesco, colla ripetizione all’infinito dello stesso nome, vuole influire più sui sensi degli elettori che sulla loro ragione».12 Era l’avvento di un costume politico a cui Schiavi guardava con spirito critico, confidando invece su una comunicazione politica più sobria e razionale, meno passionale ed esposta alle contaminazioni del gusto estetico. Nell’emergere della società di massa e con la mobilitazione “totale” che la guerra avrebbe comportato, sarebbero mutati in profondità i tradizionali riti e linguaggi della politica.
Le elezioni politiche nell’autunno del 1913 – e la prova generale amministrativa nella primavera del 1914 (quando città importanti, come Bologna e Milano, vennero conquistate dai socialisti) – furono un osservatorio privilegiato per comprendere quali fattori stessero contribuendo a mutare le campagne elettorali e i linguaggi della politica: la forza di attrazione dell’immagine (grazie ai manifesti colorati e alla riproduzione delle foto dei candidati) e dell’eloquenza nei contraddittori pubblici (tra i candidati in lizza nei 508 collegi maggioritari uninominali), le capacità di veloce mobilità (anche tramite l’automobile) da un centro all’altro, nonché la possibilità di una riconversione del ruolo di coordinamento organizzativo nel graduale passaggio dai comitati notabilari alle strutture di natura partitica. Sebbene non si trattasse ancora di vere e proprie “macchine elettorali”, come accadeva da tempo nelle campagne anglo-sassoni e statunitensi.