5.2 Nazione e politica: l’Associazione nazionalista italiana

Quando, nel dicembre del 1910, a Firenze si tenne il primo congresso generale dell’Associazione nazionalista italiana, il retroterra del movimento presentava agganci soprattutto al mondo intellettuale e culturale. Battistrada sul piano politico era stato un “gruppo di azione e di propaganda nazionalista”, creato nel luglio del 1909 a Torino da giovani guidati da Mario Viana e avente come portavoce la rivista “Il Tricolore”. Nel commentarne la costituzione, Enrico Corradini aveva sancito lo sganciamento del nazionalismo dalla sua identificazione con la sola borghesia, rimarcando invece la centralità della solidarietà di classe e le forze cui affidarsi: «con il popolo e con la gioventù».4 Circa la forma organizzativa, l’Associazione non affermò tanto un rigido disciplinamento sociale, ma andò affermando un’area d’opinione, che si avvaleva del contributo propagandistico e militante offerto dal giornale “L’Idea Nazionale”. Se inoltre si considera che nel corso del 1910 erano sorte la Confederazione nazionale dell’industria e l’Associazione nazionale tra le società per azioni e che in entrambi casi il personaggio principale era Dante Ferraris, vicino alle idee dei nazionalisti e fautore del diretto intervento degli imprenditori in politica, si coglie quanto stesse mutando il rapporto tra gli interessi economici e la loro rappresentanza politica.

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E. Corradini, Incominciamo, in “Il Tricolore”, 16 luglio 1909, n. 8, anche in F. Perfetti, Il nazionalismo italiano dalle origini alla fusione col fascismo, Cappelli, Bologna 1977, pp. 102-103.

La guerra di Libia sarebbe stata il detonatore del movimento e la spinta ulteriore a definirne l’identità anche in senso partitico. Mentre intellettuali democratici come Gaetano Salvemini e liberali come Benedetto Croce si allontanarono dalla rivista “La Voce”, luogo in origine di una sorta di “antipartito” della cultura – o forse al servizio della cultura –, con la maggiore strutturazione organizzativa dei nazionalisti prendeva forma anche un più diretto intervento degli intellettuali nella vita politica. Eclissatosi il gruppo dei nazionalisti democratici, si strinsero invece rapporti con un’ala del sindacalismo rivoluzionario. Se già Corradini aveva riconosciuto alle organizzazioni operaie una funzione importante nel promuovere una moderna solidarietà nazionale tra le classi, sull’altra sponda Angelo Oliviero Olivetti avrebbe evidenziato la condivisione da parte dei due movimenti – entrambi «antidemocratici, antipacifisti, antiborghesi» – di una concezione eroica della storia e del mito politico come fonte di mobilitazione: «Il nazionalismo e il sindacalismo sono le sole concezioni politiche del nostro tempo che agitino le profondità di un mito, quello invocando la supremazia della stirpe, questo lo sciopero generale e la rivoluzione sociale».5

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Intervento di A. Oliviero Olivetti in Aa.Vv., Pro e contro la guerra di Tripoli, Napoli 1912, anche in F. Perfetti, Il nazionalismo, cit., p. 151.

In vista delle elezioni del 1913, guardando anche al mondo cattolico, i nazionalisti avrebbero garantito, a un pur ristretto gruppo di candidati, di entrare in parlamento; tra essi era Luigi Federzoni, figura eminente della nuova destra nazionalista italiana. Il passaggio decisivo nella costruzione dell’identità politica avvenne grazie alla piena distinzione dal retroterra della cultura politica liberale operato da Alfredo Rocco, giurista e professore universitario. Intanto, sul piano economico, la scelta in favore del protezionismo avvicinava sempre più l’Ani al mondo industriale, mentre sul piano politico e istituzionale la rivendicazione di un primato della sfera statale nella gerarchia delle appartenenze e delle identità certificava una frattura profonda rispetto al retaggio politico e culturale dell’individualismo liberale. Inoltre, con il nazionalismo, nelle piazze per la prima volta la borghesia dimostrava di essere in grado di porsi in concreta concorrenza con gli agitatori “rossi”. Da un parte, il rumore suscitato dalle invenzioni gestuali e retoriche dei gruppi “futuristi” di artisti e intellettuali (guidati dal poeta Filippo Tommaso Marinetti) apriva la strada alla “conquista” della piazza da parte di idee anticonformiste; dall’altra, i nazionalisti riuscivano ad affermare con forza la valenza simbolico-rituale della politica. Grazie a Rocco, a partire da un’emblematica contro-dimostrazione nazionalista a Padova, nei giorni stessi del giugno 1914 in cui in Romagna e nella Marche si celebravano gli effimeri riti rivoluzionari della “Settimana rossa”, si adombrava una “messa in scena” della politica ancor più carica di significati estetizzanti e di suggestioni emotive, miste a una decisa esaltazione della violenza fisica. Erano le prime prove della “piazza tricolore”, che tra il “maggio radioso” delle agitazioni interventiste (nel 1915) e il dopoguerra avrebbe contrastato la “piazza rossa” di repubblicani e anarchici, sindacalisti e socialisti, ridefinendo le forme e i contenuti dell’azione sociale e politica nei luoghi pubblici.