5.1 Nazione e cultura: intellettuali e riviste militanti
Uscendo da una crisi di fine secolo che aveva visto mortificate le aspirazioni coloniali di grande potenza dell’Italia e rimanendo insolute le cause dell’irredentismo patriottico (la liberazione di Trento e Trieste dal dominio austriaco), era stato nel clima di rivolta contro il positivismo e il materialismo nonché in certe suggestioni letterarie che si era manifestata una prima ideologia nazionalista. Nel circuito delle riviste letterarie d’inizio secolo, gli intellettuali avevano costruito un milieu culturale milieu omogeneo, tendente a rivendicare un intervento diretto della cultura nella vita politica. Sulla rivista “Il Regno” – creata nel 1903 da Enrico Corradini, padre riconosciuto del movimento nella sua successiva forma politica –, erano emersi i motivi che avrebbero caratterizzato la rivolta antiliberale e antidemocratica dei nazionalisti: un certo gusto classicistico per il mito di Roma, l’antiparlamentarismo (del resto già anticipato alla fine del secolo dalle componenti nazional-liberali), l’opposizione aperta al socialismo, il favore accordato all’espansionismo coloniale, una visione elitaria della vita politica che si contrapponeva alle pratiche di massa della partecipazione democratica. Era il frutto della rivolta morale e spirituale (irrazionalistica e antipositivista, individualista ed estetica) di una giovane generazione di intellettuali che, per la prima volta dopo l’ondata romantico-patriottica nel corso del Risorgimento, si impegnava direttamente nella polemica contro il denunciato decadimento della vita politica italiana, rivendicando il primato della borghesia nella costruzione di una “Grande Italia”.
Nonostante l’ammirata curiosità per i suoi risvolti europei (francesi e anglosassoni in particolare), lo spirito nazionalista venne dapprima diffuso in Italia dalla retorica politico-letteraria degli ambienti intellettuali legati alle riviste fiorentine. Basti pensare a Giuseppe Prezzolini, direttore della “Voce” (1908-1914), la più importante tra le riviste politico-culturali del primo Novecento. Egli guardava alla rinascita nazionalista come a una riprova della «italianità del nostro pensiero», nel rifiuto di un «nazionalismo di imprestito»: «Noi non abbiamo bisogno né di Barrès, né di Chamberlain, né di Kipling, se non come esempio e come moniti; noi possiamo rivolgerci a Gaetano Mosca e a Vilfredo Pareto, che ci hanno fornito nelle loro opere di che giustificare scientificamente e filosoficamente la nostra opera pratica».1 Per Prezzolini, fautore di una trasgressiva forma di estetismo politico-letterario, il nazionalismo poteva quindi darsi una legittimità culturale grazie alle teorie di quanti (come Mosca e Pareto, fondatori di una scienza della politica in Italia) avevano cercato di individuare i meccanismi di formazione e di circolazione delle élite. Per l’amico Giovanni Papini, direttore con Prezzolini della rivista letteraria “Leonardo” (1903-1907) e tra gli intellettuali maggiormente impegnati nel promuovere una militante “cultura della guerra”, il dilemma da sciogliere era tra «la vita di nazione» e «la vita di classe», i cui nefasti veleni si diceva fossero stati i socialisti a inoculare negli italiani, volgendoli altrove dalla «nazione unita e organizzata».
Da una parte abbiamo i socialisti, i popolareschi in genere, i quali vogliono subordinare agli interessi immediati e particolari dei proletari tutti i più grandi e vasti interessi nazionali e generali. [...] Dall’altra parte ci sono coloro – sono, fra noi, pochissimi – i quali vogliono che l’Italia sia veramente nazione, cioè unita e organizzata, che si armi per offendere e per difendersi, che si espanda per esaltarsi e arricchirsi, e perciò vogliono una politica militare [...]; vogliono una politica espansionistica [...]; vogliono una politica di difesa borghese perché soltanto la borghesia possiede oggi virtualmente alcune delle qualità e dei requisiti di classe organizzatrice di vita nazionale.2
Il momento di passaggio dalla fase estetizzante e letteraria a quella politica si può collocare in coincidenza con la crisi economica degli anni 1907-1908 e con la conseguente crescita delle tensioni sociali. Si era però evidenziato sulla rivista milanese “L’Ideale Liberale” (1891-1906) e si colse soprattutto attraverso “La Voce”, la rivista sulla quale intellettuali di diversa sensibilità espressero non solo il distacco dall’Italia giolittiana ma la rivendicazione di un interventismo culturale che mirava a promuovere una nuova classe dirigente. La presa di distanza dalla mestizia dei tempi era radicale, come lo stesso Prezzolini sentenziava, ritenendo ormai inaridita anche la spinta ideale impressa alla vita politica da quei «gruppi di socialisti e cattolici» che alla fine del secolo gli erano parsi «meravigliosi d’ardore e di fervore propagandista», annuncio di «una generazione piena di fede», la quale però si era persa per strada troppo presto.
La democrazia presente non contenta più gli animi degli onesti. [...] Tutto cade. Ogni idea svanisce. I partiti non esistono più, ma soltanto gruppetti e clientele. Dal parlamento il triste stato si ripercuote nel paese. Ogni partito è scisso. [...] I migliori non han più fiducia. I giovani, se non sono arrivisti e senza spina dorsale, non entrano più nei partiti. [...] La confusione, il disgusto, il disordine son tali che ne risentono anche i migliori.3
Inoltre, un robusto incentivo al realizzarsi delle idee nazionaliste venne dato dalla rivendicazione di una politica di espansione coloniale, vista come uno strumento utile per fronteggiare l’ingente fenomeno dell’emigrazione. Era stata però la riconversione in senso nazionalista delle parole d’ordine tradizionalmente democratiche dell’irridentismo – a opera anche di giornali e istituzioni culturali importanti come la Società Dante Alighieri – a orientare la messa a punto ideologica e organizzativa del movimento nazionalista.