Tra Otto e Novecento, con l’emergere dei primi sintomi della società di massa, si andò diffondendo in tutta Europa un clima di insicurezza e di timore per il futuro. Lo aveva percepito e descritto forse prima di altri lo studioso transalpino Gustave Le Bon, in un saggio, Psicologie des foules, pubblicato nel 1895, in cui egli aveva rimarcato l’impatto dei fattori irrazionali e dell’inconscio nella mentalità e nel comportamento collettivo. Fu allora che, in presenza di un pervasivo stato di angoscia e di insicurezza, si propagarono sentimenti di paura verso l’“altro”, con ondate di antisemitismo e xenofobia, generando una contagiosa sindrome di incertezza. Quelle paure e quelle ansie si manifestarono nel linguaggio artistico e culturale, ma ebbero anche risvolti sul piano della psicologia politica; erano le premesse di una demonizzazione del «diverso», sul piano sociale e culturale ancor prima che politico. In diversi paesi europei pertanto, come risposta alle tensioni sociali dei ceti intermedi, andarono costituendosi inediti movimenti nazionalisti. La forma organizzativa prediletta era quella della lega (ligue in Francia, Bund in Germania), antipartitica quanto bastava nella utilizzata, ma di fatto non immune dall’assimilare i tratti delle organizzazioni militanti sorte nel secondo Ottocento per suscitare e guidare le agitazioni socio-politiche. Si dimostrava insomma che era possibile promuovere una militanza e una mobilitazione politiche che adottavano – per la prima volta in movimenti nazional-patriottici – un modello che si credeva proprio dei partiti socialisti.
Tra i due secoli, anche in Italia e con spinte culturali simili a quelle presenti altrove, sorse un movimento nazionalista, dapprima con carattere intellettuale e quindi con una struttura organizzativa più definita, volta a promuovere la mobilitazione politica nella vita pubblica e nella conquista della piazza. Eppure, rispetto alla concretezza istituzionale dell’Action Française, il carattere empirico e teoricamente incompiuto avrebbe fatto del nazionalismo italiano una peculiare forma organizzativa e d’azione, a metà tra il partito e il movimento di opinione intellettuale.