4.2 Le associazioni cattoliche per la difesa della religione

La funzione dell’associazionismo laicale, svolta fino al primo Novecento al di fuori del parlamento (e quindi ai margini della sfera della rappresentanza politica), venne assumendo una duplice finalità: mantenere viva la rivendicazione legittimista a proposito della “questione romana” e consolidare la difesa degli spazi di azione sociale e culturale. Il movimento dei cattolici intransigenti si pose il problema di un’articolata struttura organizzativa di carattere nazionale nel giugno del 1874, quando, in un’assise tenuta a Venezia, vennero gettate le fondamenta dell’Opera dei congressi e dei comitati cattolici. Con l’Opera finiva il “tempo delle illusioni”, in cui si era vagheggiato il ritorno al passato in virtù di provvidenziali disegni divini; cominciava un’alacre e capillare operosità da parte dei laici cattolici. Eccettuate poche realtà – si ricordavano Roma e Venezia –, «nel rimanente dell’Italia voi non troverete vestigio di movimento cattolico», aveva denunciato un esponente di punta dell’intransigentismo come Giuseppe Sacchetti. «Al fervore dell’orazione», si esortava, occorreva congiungere «l’ardore delle opere».

Signori, se è venuta l’ora di operare, se queste opere sono tanto necessarie [...] queste associazioni cattoliche devono essere conosciute, se vogliono dilatarsi; se vogliono acquistare nuovi membri [...] devono fare apprezzare i propri statuti, la saviezza dei propri direttori, la soavità dei frutti salutari ch’esse producono. Esse inoltre devono suscitare una santa gara d’emulazione fra un luogo e l’altro, fra l’una e l’altra città, in modo che i tiepidi si riscaldino, e raddoppino il loro ardore i fervorosi.3

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Primo congresso cattolico italiano tenutosi in Venezia dal 12 al 16 giugno 1874, vol. I: Atti, Bologna 1874, pp. 55-62, ivi, p. 425 per la citazione.

L’operosità cattolica portò frutti ben oltre i tradizionali ambiti devozionali, caritativi e assistenziali, allargandosi al terreno ricreativo-culturale e socioeconomico, finendo con l’assumere una valenza organizzativa in senso politico ancor prima che fosse data forma a un’esplicita struttura partitica. Dell’“Italia reale” che si riconosceva nella tradizione religiosa si avviava un’organizzazione antagonistica rispetto alla cultura ufficiale delle istituzioni liberali e competitiva nei riguardi dei movimenti politici di ispirazione laica. Venivano in supporto la tradizione e la cultura associativa del modello ecclesia- stico. L’unità di base della rete di formalizzate relazioni messa in atto fu la parrocchia, i cui comitati divennero il fulcro delle articolazioni territoriali dell’Opera dei congressi sul piano diocesano e regionale. Nel rilancio di alcune eredità del cattolicesimo liberale di ascendenza risorgimentale c’era invece chi ambiva a rendere fruibili le forze cattoliche al gioco politico e parlamentare. Se già prima del- l’Unità si erano abbozzate idee sul partito di ispirazione cattolica (in particolare con Vincenzo Gioberti, Luigi Taparelli d’Azeglio e Cesare Balbo), una significativa discussione sull’opportunità di una formazione partitica dei cattolici si ebbe negli anni 1878-1879, in occasione dell’ipotesi ventilata di un partito conservatore nazionale con radici nel mondo agrario, capace di condizionare più efficacemente la classe dirigente nel rispetto sia delle prerogative costituzionali sancite dallo Statuto Albertino sia della fedeltà al papa. Nel corso del 1879 trame in tal senso videro in primo piano la nobiltà romana, ma il progetto non ebbe alcun seguito, avversato in una comune rivendicazione di intransigenza sia dalla “Civiltà cattolica” – l’autorevole rivista dei gesuiti, sorta nel 1850 – sia dall’Opera dei congressi. Lo spazio di un «partito conservatore», come rilevò Ruggero Borghi sul versante liberale, era impervio poiché esso avrebbe dovuto comportare lo scompaginamento sia del «partito clericale» sia del «partito moderato» e quindi una loro successiva ricomposizione;4 un’evenienza impraticabile nell’Italia di quegli anni.

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R. Borghi, Il partito conservatore, in “La Perseveranza”, 1882, che si riprende da N. Valeri, La lotta politica in Italia, cit., pp. 149-150.

Se allora nel mondo cattolico l’aspirazione a un partito conservatore sarebbe rimasta viva su un piano individuale o di prevalente natura culturale (tramite giornali e riviste), al contrario nel corso degli anni Ottanta i cattolici intransigenti individuarono nella questione sociale il terreno per allargare ulteriormente la loro operosità sul piano organizzativo e rinvigorire la polemica nei confronti dello Stato liberale. Nel 1885, nell’ambito dell’Opera, venne costituita la Seconda sezione di economia sociale cristiana, posta sotto la presidenza del conte Medolago Albani, con il compito di incentivare e di coordinare le varie associazioni impegnate nel campo solidaristico ed economico (unioni e casse rurali, società di assicurazione, cooperative e così via). L’azione sul terreno sociale venne anche incentivata dal nuovo presidente dell’Opera, Giovan Battista Paganuzzi (in carica dal settembre 1889). Sul piano teorico fu influente Giuseppe Toniolo, il quale, grazie all’Unione cattolica per gli studi sociali, fondata a Padova nel marzo del 1889, favorì il pur difficile incontro fra la secolare tradizione cattolica e la modernizzazione. Lo dimostrarono l’enciclica De Rerum novarum, emanata da papa Leone XIII nel maggio del 1891, e il Programma dei cattolici di fronte al socialismo, messo a punto da Toniolo nel 1894. Pur nel quadro di un orientamento sostanzialmente paternalistico e interclassista, del mondo operaio e socialista si assimilò proprio e soprattutto lo spirito teso a modernizzare le strutture di aggregazione.

Se snodo delle relazioni comunitarie furono le parrocchie, epicentro finanziario e organizzativo divennero le casse rurali, di origine laica ma presto aventi una prevalente influenza cattolica. Nelle regioni centrosettentrionali si trattò di un movimento importante, dotatosi di un coordinamento sovralocale già nel 1896, fino a quando nel 1905 non si ebbe una Federazione nazionale delle casse rurali cattoliche. «La banca è il perno, il fulcro della vita finanziaria di un partito»,5 si esortava nei congressi cattolici. Nel Mezzogiorno però si ebbe una realtà assai diversa. In aree con un più lento e contraddittorio sviluppo, e in contesti comunitari ancora connotati da sentimenti popolari di devozione religiosa, le istanze associative del mondo cattolico vennero condizionate da un clero di prevalente estrazione sociale borghese e di mentalità legittimistica (la nostalgia per i Borbone). Lo stesso associazionismo popolare, influenzato dai fattori religiosi, con difficoltà sarebbe riuscito a sottrarsi a una circoscritta sfera di pratiche assistenziali e a una sostanziale subordinazione nei confronti delle logiche clientelari su cui si reggevano i sistemi di potere locali.

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Opera dei Congressi e dei Comitati cattolici in Italia, Atti e documenti del V Congresso regionale delle Romagne tenuto a Cesena il 28 aprile 1898, Gatteo 1898, pp. 68 e 71.

Alla formazione culturale e all’apprendistato politico dell’“Italia cattolica”, con scansioni cronologiche pur differenziate, tra i due secoli concorsero i modelli pedagogici di soggetti diversi: l’Opera dei congressi (l’organismo più ramificato sul piano nazionale), la stampa “conciliatorista” che insisteva sul rapporto tra religione e politica (si pensi alla “Rassegna nazionale” o alla “Rassegna italiana”) e che sosteneva l’idea di un partito conservatore nazionale, il circuito politico-culturale e socioeconomico dei fasci e delle leghe promossi dai giovani democratico-cristiani; senza dimenticare il rilievo di istituzioni educative e assistenziali come quelle dei Salesiani, promosse nel nome dell’insegnamento di don Bosco attorno agli oratori parrocchiali e a vantaggio dei giovani, avviati alle pratiche sportive come alla fruizione educativa del cinema.

Anche nel mondo cattolico fu la dirompente entrata in scena di una nuova generazione a mettere in evidenza l’inadeguatezza dell’Opera e dell’intransigentismo nel raccogliere la congiunta sfida del movimento socialista e dello Stato liberale sul piano sociale e politico. Mentre nel 1896 sorgeva la Federazione universitaria dei cattolici italiani, il neonato movimento dei giovani democratico-cristiani aspirava a uscire dalle sagrestie di parrocchia, senza i condizionamenti psicologici subiti dalle passate generazioni. «Noi giovani abbiamo trovato le cose fatte», ammoniva don Romolo Murri, fondatore del movimento, ma «noi abbiamo cessato di subire la vita italiana, cominciamo a dominarla; e la nostra parola non è più protesta e profezia, è espressione di volontà attuosa e conquistatrice. E questo è il diritto e la forza della nostra giovinezza». La carica attivistica e mobilitante era accentuata:

Estranei alle contese e alle diffidenze reciproche che divisero, dal ’49, l’Italia in due, liberati dalla necessità di discutere problemi e rivendicazioni legittimiste e particolari delle quali il tempo ha obliterato, con l’opportunità storica, la coscienza, noi siamo liberi, nel nostro giudizio del presente e nella nostra azione, d’ispirarci solo alle norme stabili e agli interessi della religione, ed entriamo nella vita pubblica non per sostenervi un passato, col quale è rotta ogni continuità storica, ma per promuovervi l’attuazione di un programma nuovo.6

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R. Murri, I propositi di parte cattolica (1901), in Id., Battaglie d’oggi, vol. I: Il programma politico della democrazia cristiana, Roma 1901, anche in Storia del movimento cattolico..., cit., p. 355 per le citazioni.

La repressione del maggio 1898 e la dissoluzione delle associazioni cattoliche (alla pari di quelle anarchico-socialiste e repubblicane rivoluzionarie) rinfocolarono lo spirito attivistico. Esse indussero la gerarchia ecclesiastica e la classe dirigente cattolica, con in prima fila personaggi di levatura come il giornalista Filippo Meda, a perorare ancor più la via istituzionale. Rispetto a questo orientamento, inizialmente le gerarchie non ostacolarono il movimento dei democratico-cristiani, se non nei ventilati propositi di procedere nella creazione di un partito politico. Tuttavia, nel febbraio del 1902, papa Leone XIII ingiunse loro di entrare nel Secondo gruppo d’azione dell’Opera e di sottostare alla vigilanza dei vescovi. Si trattò di una convivenza dimostratasi impraticabile, come si vide l’anno seguente a Bologna (novembre 1903), in quella che, essendo prevalso l’indirizzo più moderno di azione sociale patrocinato dai giovani democratico-cristiani, sarebbe stata l’ultima assise nazionale dell’Opera dei congressi prima dello scioglimento (decretato nel luglio del 1904 da papa Pio X). Si apriva una fase di riorganizzazione complessiva nelle file del movimento cattolico. Mentre persisteva la Gioventù cattolica, si aggiunse nel 1908 l’Unione tra le donne cattoliche, a conferma dell’impegno verso i problemi giovanili e femminili nel processo di integrazione sociale. Dalla disciolta Opera dei congressi nel 1906 sortirono alcune opere, affidatarie di precisi compiti di coordinamento organizzativo nel campo sociale e politico: l’Unione popolare, con lo scopo di definire gli aspetti programmatici; l’Unione elettorale, alla quale venne riservata la gestione della fase apertasi con l’esaurimento del non expedit; l’Unione economico-sociale, erede del Secondo gruppo d’azione dell’Opera, presieduta ancora da Medolago Albani e che doveva fungere da momento di raccordo tra le diverse istanze associative (cooperative, casse rurali e unioni professionali). L’azione rivendicativa delle leghe “bianche” – pur nel rifiuto di una loro politicizzazione e di forme di lotta non disciplinate – andò di pari passo con le iniziative di solidarietà economica, garantendo un tessuto connettivo articolato e capillare nei contesti comunitari.

Una volta conclusa l’esperienza dell’Opera dei congressi, si registrò una sorta di riconquista da parte della gerarchia ecclesiastica di un ruolo di guida del movimento e di censura delle sue propaggini meno ortodosse. Basti pensare alla sconfessione della Lega democratica nazionale, creata da Romolo Murri ed Eligio Cacciaguerra nel novembre del 1905, e alla successiva condanna del “modernismo” nell’ambito culturale e dottrinale, comminata nel settembre del 1907 da Pio X tramite l’enciclica Pascendi dominici gregis. Se da una parte al riaffermato primato delle gerarchie corrispondeva la depoliticizzazione delle istanze associative in senso religioso ed educativo (nel settembre 1907 presero il via le settimane sociali, periodici incontri di carattere culturale), su un altro versante le linee programmatiche annunciate da don Luigi Sturzo per la costruzione di un effettivo partito dei cattolici avrebbero avviato una discussione a più voci, rivelatrice di un’esigenza di organizzazione politica sempre più avvertita.