3.10 Le comunità anarchico-libertarie

A dispetto della presenza socialista e degli imperativi organizzativi che essa significava, tra la fine del XIX secolo e l’età giolittiana si radicò una diffusa cultura anarchico-libertaria. Si trattò di una costellazione di «comunità immaginate», ovvero di gruppi sociali subalterni e proletari per i quali l’immaginario simbolico e rituale svolgeva una funzione suppletiva rispetto a un disciplinamento organizzativo e partitico invece visto con generale ostilità. Si trattò di una spinta esistenziale prima che di una militanza politica, generata da uno slancio etico e da istanze di giustizia sociale; nel frattempo maturava anche una compiuta scelta di natura ideologica per la rivoluzione. Carteggi e diari, autobiografie e memorie restituiscono meglio di altre fonti le ragioni di una militanza assai peculiare, tra esaltazioni e disillusioni, arresti e clandestinità, esilio e rimpatri. L’indole individualista e libertaria favoriva inoltre la contaminazione con linguaggi come quelli del teatro, del romanzo sociale e della poesia, della canzone e delle manifestazioni artistiche d’avanguardia, caricando il messaggio anarchico di seducenti suggestioni emotive e sentimentali. A differenza poi del carattere prevalentemente nazionale e di una geografia soprattutto europea, condivisi tanto dalle formazioni repubblicane che dai movimenti socialisti di impronta marxista nel quadro della II Internazionale, la presenza anarchica mantenne un peculiare carattere transnazionale, tra Mediterraneo e Americhe. Le esperienze dell’esilio e dell’emigrazione riguardarono oltre il 60% degli anarchici italiani (per almeno sei mesi della loro vita), comportando una contaminazione tra pratiche e linguaggi propri di mondi anche assai distanti. Emersero emblematici e noti leader popolari, come Francesco Saverio Merlino, Errico Malatesta e Pietro Gori, poliglotti e assai apprezzati anche nelle terre di emigrazione per l’originalità del loro stile comunicativo. Tramite performance spettacolari e immaginifici repertori discorsivi, assurgendo a figura esemplare di tutto il movimento libertario, nei suoi giri di propaganda Gori rappresentava sempre con successo le analogie tra comunità sofferenti susseguitesi nel tempo: i cristiani delle origini, i patrioti e i martiri del Risorgimento, infine i “senza patria” dell’emigrazione e dell’esilio,28 accomunati dalla rivendicazione di un mondo senza confini nazionali. Come gli esuli del Risorgimento, gli anarchici italiani erano tra gli animatori di comitati transnazionali di solidarietà e di sostegno a campagne agitatorie (per la scarcerazione del patriota garibaldino Amilcare Cipriani, per la fucilazione nel 1909 del libero pensatore Francisco Ferrer in Spagna). La rete di relazioni transnazionali che si costruì tra le comunità della diaspora sovversiva era assicurata in primo luogo da una miriade di fogli, giornali e testi di propaganda, che si pubblicavano anche in più lingue, immettendo storie individuali e di gruppo in un circuito sempre vivo di esperienze ed esempi da assimilare.

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P. Gori, Canti d’esilio, Chieti 1906.

Le comunità anarchico-libertarie, nel mondo transnazionale dell’emigrazione (nel crocevia europeo di Londra come in Francia e Svizzera, negli Stati Uniti, in Brasile e in Argentina) come in alcune “regioni sovversive” dell’Italia centrale (l’area apuano-versiliese del marmo tra Toscana e Liguria, le terre ribelli della “Settimana Rossa” tra Marche e Romagna, nel giugno 1914), spesso sopravvissero nel tempo. Intrecciando storie familiari e rilevanti percorsi individuali anche di genere femminile (per esempio, con figure come quelle di Maria Rygier, Virgilia D’Andrea, Luce Fabbri), le “comunità immaginate” anarchiche si dimostrarono coese in virtù di una forte aderenza alla cultura folclorico-popolare. Linguaggi e costumi della moderna politica erano coniugati a pratiche anti-istituzionali e repertori della protesta tipici di universi ancora contadini o proto-industriali, laddove permanevano diffuse culture corporative e di mestiere. Linguaggi emozionali, identificazione con la cultura popolare e vocazioni transnazionali furono dunque fattori distintivi nella formazione, nella circolazione e nella persistenza di un immaginario culturale “sovversivo” che si dimostrò tutt’altro che residuale nell’Italia del primo Novecento e che occorre tenere in considerazione nell’indagare i processi di politicizzazione delle classi subalterne.