3.9 L’immaginario socialista
In Italia, con le contaminazioni tra mondo democratico ed emergente universo anarchico-socialista, furono anche le tecniche innovative della propaganda a enfatizzare ancor maggiormente la rappresentazione cromatica di identità e culture politiche. Alla precocità dell’uso del manifesto e all’introduzione del colore nel mondo repubblicano, nella propaganda socialista corrispose una maggiore consapevolezza concettuale sull’impatto emotivo della comunicazione visiva – l’“immagine vivente” –. Come evidenziò Ettore Ciccotti.
L’occhio si ferma su quel brano di vita staccata e fermata sulla carta, e l’anima se ne inquieta, e il pensiero vi lavora intorno; e, intorno a quell’immagine vivente, si raccolgono cento altre espressioni, e cento esperienze e cento memorie; e tutto il più profondo consenso umano rievoca per quella via, le ragioni del movimento socialista, le sue prospettive più remote.23
Nel socialismo italiano una effettiva cultura visiva si ebbe con lo sviluppo di una tradizione figurativa nella ricorrenza del Primo Maggio. Ci fu una forte consonanza tra l’emergere del movimento operaio e socialista e l’affermarsi di una iconografia del lavoro, dopo che già dagli anni ’80 si erano avuti i primi interventi nel segno del “verismo” e della funzione sociale dell’arte. Tra i due secoli maturò la lunga gestazione del capolavoro sul Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo,24 divenuto l’icona insuperata ancora oggi sull’incedere del mondo del lavoro nella società contemporanea. L’artista raffigurò il tema del corteo dei lavoratori che avanza coniugando l’armonia tra i colori dell’abbigliamento quotidiano e l’equilibrio delle forme. Così come aveva prefigurato del resto Filippo Turati in un suo schizzo, quasi letterario, sul corteo del Primo Maggio: «ecco poiché il cielo albeggia, la folla s’avanza […] S’avanza, un po’ confusamente, cantando, vociando, drappellando le bandiere, scotendo in alto i cappelli. Lavoratori, lavoratrici, fanciulli del popolo, vengono alla rinfusa, sospinti da un entusiasmo un po’ tumultuario».25
Un prezioso compendio dell’uso dell’immagine autoprodotta si ha grazie all’«Album Costa», conservato presso la Biblioteca Comunale di Imola; tramite le immagini del fondatore, la cartolina illustrata, con largo uso del ritratto, emerge come un veicolo essenziale tanto nella propaganda politica che nella costruzione di memoria del socialismo italiano.26 Il ritratto, nella sua longeva rappresentazione religiosa e devozionale, era una delle tipologie più vicine alla cultura popolare e quindi uno strumento importante nella divulgazione di idee e nella visibilità dei leaders appartenenti all’universo democratico-socialista.
Nella dialettica tra le rappresentazioni dell’identità socialista e l’immagine nazional-patriottica, un rilievo a sé assunse l’iconografia femminile. Quella socialista alludeva in forma diretta alla Marianne icona della rivoluzione francese, ma si ebbero spesso rappresentazioni di una più popolare raffigurazione femminile dell’Italia, alternativa e contrapposta a quella classicheggiante e tradizionale della donna turrita. Un terreno d’elezione per l’iconografia e il cromatismo socialista fu quello delle tessere di partito, poiché dal 1905 il rinnovo annuale dell’iscrizione ne fece una sorta di condensato di simboli e immagini nella rappresentazione dell’identità partitica.27 Contestualmente alla costruzione di un’iconografia e di una narrazione ufficiali della patria proposta da parte delle istituzioni monarchiche, le culture politiche popolari ricorsero all’allegoria della “giovane donna”, di volta in volta corredata di simboli identitari.