3.8 Internazionalismo, socialismo e patria tra colonialismo e Prima Guerra mondiale

Lo spazio simbolico e sentimentale della nazione comportò un rapporto contraddittorio e complesso nella storia del socialismo europeo. Il movimento socialista tendeva a costruire nei ceti subalterni un’identità politica che coniugasse le aspirazioni etiche con la solidarietà e la disciplina di classe. La “pratica” dei partiti aderenti alla II Internazionale perseguì non tanto un internazionalismo “puro” quanto la riconciliazione della cultura socialista con i valori democratici dell’identità nazionale; in questo senso, rettificando l’esclusivo principio ispiratore della Prima Internazionale. Collocando dunque le storie territoriali e regionali del primo socialismo italiano in un contesto internazionale, lo spazio simbolico e sentimentale della “patria” comportò un rapporto contraddittorio e complesso. Ne derivò una coscienza socialista alternativa rispetto a quella ufficiale delle istituzioni monarchico-liberali. Inoltre, l’aspirazione a costruire un movimento socialista transnazionale, che opponesse alle forze del capitalismo quelle congiunte del mondo del lavoro, metteva in campo un ulteriore fattore di distinzione e di riconoscibilità; quella circostanza per la quale, come si leggeva in un opuscolo di propaganda, «la parola compagno è il nostro passaporto internazionale, con cui troviamo aiuto e amicizia in tutte le regioni d’Italia, in tutte le nazioni all’estero».18

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F. Bonavita, La repubblica e i repubblicani: osservazioni di un socialista, Castrocaro 1902, p. 7.

Nel calendario simbolico e rituale del movimento operaio e socialista il Primo Maggio assunse un posto centrale. L’imprescindibile dimensione sovranazionale della festa, da quando nel 1890 cominciò a celebrarsi su iniziativa della Seconda Internazionale, non ha bisogno di essere suffragata. Internazionalismo e politicizzazione della festa del Primo Maggio vanno però misurati rispetto alla dimensione nazionale di ogni movimento socialista. Essa assunse una forma del tutto inedita anche nella storia italiana, trattandosi di una festa popolare non patrocinata, come nel caso della festa ufficiale dello Statuto, dalle istituzioni. Pur nella promozione di un conflitto simbolico che provocò anche molti allarmi tra i benpensanti, una funzione importante assunta dalla festa del Primo Maggio fu quella di concorrere ad allargare il processo di nazionalizzazione tanto del radicamento socialista quanto della partecipazione politica; essa era infatti un crocevia straordinario di riti, simboli e pratiche di sociabilità.

La distinzione del movimento socialista dai riti ufficiali della nazione non fu il segno di un’estraneità alla sfera del sentimento patriottico. Nel 1898, di fronte a quanti minacciavano le guarentigie liberali, la difesa dello Statuto da parte socialista sarebbe stata un motivo in più per denunciare la vacuità e l’ufficialità delle celebrazioni nazionali nel cinquantesimo anniversario. Dichiaratisi gli «eredi legittimi dello spirito rivoluzionario», nella ricorrenza delle Cinque Giornate di Milano, i socialisti ricongiungevano la loro storia a quella di una possibile idea democratica e umanitaria di patria, preesistente la costruzione monarchico-liberale della nazione: «noi sentiamo ancora che i nostri ideali integrano quelli del 1848, perciò che noi miriamo a conquistare per tutti quella patria che in quel tempo fu conquistata dai pochi».19 Mentre un intellettuale marxista critico delle vicende socialiste come Antonio Labriola aveva più volte insistito sul concetto di patria intesa come comunità culturale – «la patria non è solo un fatto, ma un grande mezzo di educazione»20 –, Filippo Turati individuò concretamente un momento in cui la patria avrebbe potuto divenire il terreno di elezione comune di tutti gli italiani: quando, nel 1901, con la costituzione della Federazione dei lavoratori della terra, l’entrata sulla scena della storia del movimento contadino doveva far emergere un’idea di patria non più elitaria come nel Risorgimento e negli anni dell’unificazione.

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Partito Socialista Italiano-Federazione milanese, Lavoratori, foglio volante, Milano s.d. [4 marzo 1898], in Archivio di Stato di Forlì, Fondo Alessandro Schiavi, b. 2, fasc. 35.a.

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A. Labriola, Patria e socialismo (1890), in Id., Scritti politici (1886-1904), a cura di V. Gerratana, Laterza, Bari 1970, p. 197.

Anche per sottrarsi a un discorso pubblico egemonizzato dai linguaggi dei nazionalismi e delle politiche imperialistiche, l’idea di patria alludeva generalmente a una comunità spirituale e culturale. La difficile coniugazione tra ispirazione internazionalista e comunità nazionale emerse già con le prime spedizioni coloniali degli anni ’80 e si ripropose nel 1911. L’“amor di patria” e lo spirito di italianità sembrarono collidere con l’identità nazionale e con il denunciato espansionismo coloniale verso la Libia. In occasione delle feste ufficiali del Regno, i socialisti allestirono una campagna di comizi pubblici. Se «la borghesia è in festa» e «celebra il suo regno», si annunciava, «anche il proletariato domanda la sua parte nella rievocazione del cinquantenario».21 I rappresentanti del mondo del lavoro si ergevano perciò a contestare non tanto il cinquantenario dell’unificazione e dell’indipendenza, bensì la loro condizione di minorità sociale ed economica, nonché politica e morale.

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Roma. Le feste del 1911, in “Avanti!”, 5 febbraio 1911; I comizi per il cinquantenario, ivi, 16 marzo 1911, e Il “Cinquantenario” del proletariato. Per la manifestazione socialista del 26 marzo, ivi, 19 marzo 1911.

Emergevano i dilemmi dell’identità socialista nell’ambito del fragile Stato liberale e del contraddittorio processo di integrazione nazionale. Basti pensare al ruolo svolto dal quotidiano l’“Avanti!”, sorto nel 1896 e da allora risultato non solo fulcro organizzativo nonché principale fattore costitutivo della tradizione socialista, ma anche simbolo di un’unificazione nazionale di linguaggi e discorsi politici. Lo aveva colto con efficacia un pubblicista prolifico come Guido Podrecca:

L’Avanti! ha espresso simbolicamente quell’unità d’Italia che nessun organo della borghesia è riuscito a rappresentare. Anche i più grandi giornali lombardi o napoletani sono rimasti lombardi o napoletani, espressione di interessi regionali, voci che non varcano [...] i confini regionali, o per lo meno di nord e sud. L’Avanti! solo ha superato le province e le regioni, è la voce di un partito che trova eco nelle più opposte plaghe della nostra Italia, è il pensiero di una collettività omogenea [...]: l’Avanti! è l’Italia proletaria e democratica.22

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G. Podrecca, L’Avanti!, ivi, 1 maggio 1910.

Con la funzione democratica e nazionale assunta dal socialismo, si venne però stemperando l’identità di classe del movimento, esponendolo alle tentazioni sia del radicalismo sociale (i sindacalisti rivoluzionari e i massimalisti) sia del radicalismo nazionale (Bissolati e Podrecca). Tra la guerra di Libia e l’ingresso nel primo conflitto mondiale la coscienza di classe riemergeva di fronte alla coscienza nazionale, sollecitata dal montante moto coloniale e nazionalistico, facendo presagire il trauma identitario del socialismo italiano.