3.7 Sindacato e partito: leaders nella radicalizzazione della crisi sociale e politica
La radicalizzazione delle lotte politiche e sociali causata dagli effetti della crisi economica infranse gli equilibri maturati nel processo di iniziale consolidamento del movimento socialista. Fu messo in discussione l’accordo, intervenuto tra Psi e Cgdl nell’ottobre del 1907, per armonizzare le rispettive aree di competenza e coordinare l’azione economica con l’azione politica. Si manifestavano prospettive diverse tra le componenti riformista e rivoluzionaria del movimento, emergenti dapprima nel partito ma esplose soprattutto in relazione sia alla funzione del sindacato nel rapporto con il Psi sia alle forme d’azione da privilegiare nelle lotte sociali. Le riforme sociali richieste da Filippo Turati per migliorare le condizioni di vita del mondo del lavoro organizzato nei sindacati lasciavano ai margini i contadini del Mezzogiorno e i settori del proletariato meno protetti, ingenerando contrasti crescenti. Fu uno dei maggiori fattori di frizione tra gli esponenti del riformismo, guidati da Rinaldo Rigola, e i sindacalisti rivoluzionari, con alla testa Arturo Labriola. Infatti, da un lato i riformisti tutelarono le loro posizioni nel mercato del lavoro e privilegiarono le categorie più forti organizzate nelle federazioni nazionali (fino a guidare quelle degli impiegati pubblici con Turati), dall’altro i rivoluzionari, attraverso la valorizzazione dello spontaneismo di piazza e la mobilitazione continua in scioperi generali (a partire da quello del settembre 1904, il primo della storia italiana), intesero fare dell’azione sindacale un fattore continuo di agitazione e di conflitto sociale. Nel dare vita all’Unione sindacale italiana (sorta nel 1912 e giunta ad avere circa 150 000 iscritti) e nell’abbandonare la Cgdl, i sindacalisti rivoluzionari dimostrarono di ritenere insufficienti l’autonomia d’azione e di organizzazione sul piano territoriale. Emblematico fu il caso della roccaforte sindacalista rivoluzionaria, la Camera del lavoro di Parma, sede nella primavera del 1908 di un lungo sciopero generale dei braccianti, risultato sconfitto ma che avrebbe rappresentato l’evento simbolico di un duraturo e antagonistico mito popolare.
Nel partito invece, con lo sfilacciamento delle forze e il contrasto delle strategie, evidenziatisi nel luglio del 1907 (quando già i sindacalisti rivoluzionari erano usciti dal Psi), un ricambio radicale nel gruppo dirigente si ebbe con il congresso nazionale di Reggio Emilia del luglio 1912, con l’ascesa al potere interno della corrente rivoluzionaria e intransigente. Più generazioni si ritrovarono insieme nel prospettare un radicale mutamento dell’identità socialista. Accanto a un fondatore del partito come l’anziano Costantino Lazzari – già operaista e memoria storica del movimento socialista –, figurava anche il giovane leader Benito Mussolini, che avrebbe bruciato le tappe della carriera, in forza della spregiudicatezza dello stile politico e dell’indubbio carisma. Anche un riformista pacato e temperato come Giovanni Zibordi, dopo averlo ascoltato al congresso nazionale di Ancona, fu prodigo di riconoscimenti:
L’eloquenza sua è tutt’una cosa, starei per dire tutt’un pezzo, col suo aspetto. Non è possibile contraffazione in lui, equivoco in altri. I suoi occhi e la sua bocca dicono le stesse parole. Le mani afferrano e stringono il parapetto della tribuna, in perfetto accordo col suo pensiero. Pare che guardi l’assemblea, ma guarda dentro di sé. Si può discutere quel che dice, ma non si può dubitare della sincerità. Il congresso, il popolo, plaude, sorride, si esalta, con il trasporto immediato, fervido, impetuoso, al suo apparire, il suo discorso.16
In realtà, al di là delle doti di persuasore di Mussolini – attento lettore ed estimatore di Gustave Le Bon e dei suoi studi sulla psicologia delle folle –, l’ascesa e la sua vicenda successiva avrebbero evidenziato una tendenza in atto anche nella politica italiana: l’emergere di una politica “popolare” e di leaders carismatici. Fu un’evenienza emersa nel movimento socialista già in occasione delle elezioni politiche del 1913, quando in diversi collegi i “notabili rossi”, divenuti esponenti del neonato Partito socialista riformista italiano (Psri) – creato da Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi, espulsi l’anno prima al congresso di Reggio Emilia –, furono egualmente ricandidati e avrebbero ricevuto ancora il sostegno dell’elettorato e del mondo del lavoro socialisti. A nulla era servito il monito preelettorale: «Nessun uomo è superiore al Partito».17 Fu un imperativo che sarebbe risultato stretto anche a Mussolini, una volta maturata la scelta dirompente di sostenere l’entrata in guerra dell’Italia. Ormai non solo il gruppo dirigente turatiano era stato scalzato dalla testa del partito, ma si apriva un fase nuova (quella dell’intransigenza classista) per la storia sia del Psi sia del movimento socialista nel suo complesso, mentre l’affacciarsi di una sorta di “socialismo nazionale” riapriva e drammatizzava ulteriori conflitti.