3.6 Giovani e donne, generazioni e identità di genere
La mobilitazione sociale e politica promossa dalle istanze socialiste assunse anche caratteri generazionali e di genere, con risvolti dunque anche sul piano psicologico e relazionale. Tra il 1903 e il 1907 venne formalizzata la costituzione di una Federazione giovanile nazionale, protagonista negli anni prebellici di una progressiva crescita di adesioni (fino a circa 10.000 iscritti, pari a 1/4 degli adulti), secondo un indirizzo di intransigenza rivoluzionaria che avrebbe prodotto effetti dirompenti nella vita del partito e nel rapporto tra le diverse generazioni di militanti. Nei circoli così come nelle manifestazioni pubbliche, assai più contrastato fu invece l’accesso delle donne, nei confronti delle quali esisteva una duplice diffidenza: verso il denunciato asservimento alla tradizione religiosa e nei confronti dell’animosità con cui si manifestava la loro presenza nelle iniziative pubbliche. Fu però contrastando un tale sentimento e i pregiudizi conseguenti che alcune di esse entrarono sulla scena politica, chi in virtù di particolari doti personali (come Anna Kuliscioff nel campo intellettuale e politico-culturale, Argentina Altobelli in quello sindacale), chi in relazione a una professione che le metteva al centro di nevralgiche reti di relazioni (come le maestre e le pubbliciste). La “prima volta” in cui la presenza delle donne frangeva la natura maschilista di una manifestazione politica e che ciò accadeva nella vita comunitaria, l’evento assumeva il valore di una spia rivelatrice di fratture che intervenivano nelle mentalità e nei comportamenti più radicati. Facciamo un esempio. Siamo all’inizio del Novecento, sulla riviera di ponente della Liguria:
La prima volta che, in quel tratto di riviera ligure che va da Savona a Ventimiglia, le donne operaie osarono partecipare a un corteo che non fosse una processione, fu il primo dicembre dell’anno passato [1901]: e le prime donne furono le donne di Albissola. [...] un esiguo manipolo di donne vestite di rosso, recanti un bianco stendardo, venne tranquilla- mente a mettersi alla testa del corteo [...].14
Il ruolo delle donne fu importante anche in relazione al fatto che la dimensione familiare era direttamente coinvolta nella scelta della militanza politica: e sappiamo quanto, nella sfera domestica, fosse influente il comportamento delle donne. Sempre all’inizio del secolo, lo rilevava con acuta sensibilità uno studioso di simpatie socialiste come Ettore Ciccotti:
Un’adesione al socialismo è spesso – e più ancora era per l’innanzi – preceduta da una vera guerra in famiglia: e allora la presenza della donna al circolo vuol dire che non solo la moglie, la sorella, la madre non sono riuscite a dissuadere l’eretico, ma che tutta la famiglia è passata al socialismo. [...] Queste famiglie divengono allora come de’ punti di appoggio al movimento più ristretto, dominato dal circolo, e sono spesso requisite pel bisogno che il circolo ha di tenersi in relazione con tutti gli aderenti e con gli altri centri del movimento.15
Fu un crinale poco distinto tra sfera privata e quotidianità, in cui le forme della consuetudine familiare interagivano con quelle comunitarie tradizionali e con le nuove espressioni della sociabilità proprie dell’universo associativo socialista. Si produsse un circuito virtuoso di apprendistato sociale e politico, influente anche nella promozione di agitazioni in favore del diritto di voto alle donne. Eppure, mentre i giovani furono ammessi già all’inizio del secolo a godere di un diritto di cittadinanza all’interno del partito, assai più contrastato fu un analogo riconoscimento verso la presenza di circoli femminili, al punto tale che solo nel 1912 si ebbe una Unione nazionale delle donne socialiste, la quale avrebbe avuto una vita stentata nella complessa ricomposizione delle identità di genere presente nel mondo socialista.