3.4 La costruzione del Partito socialista italiano
Nel corso degli anni ottanta, il quadro delle formazioni operanti nel movimento operaio e socialista si andò articolando; in particolare nelle aree settentrionali, dove nei centri urbani era in corso un primo sviluppo manifatturiero, e nelle terre padane, le quali, con l’acutizzarsi della crisi agraria, erano attraversate da diffuse agitazioni sociali, la più eclatante delle quali si ebbe con il movimento cosiddetto della “Boje” nelle campagne lombarde. Nell’agosto del 1882 prese forma il Partito operaio italiano (Poi). Nel perseguire un’effettiva autonomia dalle influenze della borghesia democratica e radicale, si dava soprattutto risalto alla natura operaista dell’organizzazione, con conseguenti tentazioni di corporativismo, ma pur sempre in una prospettiva che avrebbe favorito l’apprendistato sociale e politico del proletariato urbano in via di formazione, in un’area di insediamento che aveva il suo epicentro nella direttrice Milano-Torino. Nella storia del Poi confluirono filoni culturali diversi: la tradizione democratico-mazziniana, impersonata da un prolifico organizzatore culturale e sindacale come Osvaldo Gnocchi-Viani; l’anima operaista, incarnata da Costantino Lazzari. Un tessuto connettivo unitario e una circolazione di idee socialistiche furono comunque assicurate grazie al ruolo svolto da un giornale come “Il Fascio operaio”.
Nel quadro delle influenze esercitate dal socialismo europeo, la definizione di un tessuto ideologico e organizzativo comune avvenne in virtù dell’incontro tra le società operaiste e un gruppo di intellettuali borghesi di formazione radicale e positivistica, guidati da Filippo Turati. Fu l’alveo di culture associative e il laboratorio di idee dalle quali sarebbe sorto il Partito socialista italiano. La gesta- zione del nuovo partito comportò una riflessione critica sulle strutture associative della tradizione borghese e democratica da cui si ergeva la nuova esperienza organizzativa. Anche nel caso del processo di costruzione del partito socialista, una primordiale identità politica si andò plasmando attraverso una fitta sequenza di congressi (locali, regionali, nazionali). Muovendo dai risultati del congresso operaista che, nell’estate del 1891, a Milano aveva prefigurato le fasi decisive della costituzione del partito, Turati certificò la particolare funzione di questa forma di sociabilità:
Qui non si tratta di convegni e di voti accademici aventi colla vita un rapporto mediato e lontano. Si tratta di uomini e di donne venuti [...] da paesi diversi, che non hanno quasi altro mezzo di comunicarsi le idee, affratellati unicamente dalla uniformità di condizione [...]. Per costoro un congresso tien luogo, quasi interamente, e di libri, e di riviste, e di corrispondenza; il solo fatto di trovarsi uniti a un medesimo scopo, del prender parte, una volta, come corpo e come classe, in modo collettivo e indipendente, alle agitazioni della vita pubblica è ad essi eccitamento e conforto.7
L’apprendistato sociale e politico avvenne attraverso la definizione di una nuova immagine del “partito educatore”, che abbiamo visto essere centrale nella costruzione dell’identità repubblicana di ascendenza mazziniana. Lo si chiariva tramite la rivista “Critica Sociale”, avente il compito di formare nuove coscienze politiche attraverso l’affermazione di un distinto «metodo socialista».
Quando anche si consideri l’educazione del popolo come una premessa necessaria, noi non conosciamo alcun altro mezzo educativo praticamente migliore di quello sviluppo di disciplina di classe e di solidarietà contro l’oppressione e il parassitismo che il metodo socialista inculca e col quale muove al suo fine.8
Ecco allora che il concetto ottocentesco di politica, allargatosi già dalla sociabilità ricreativa e culturale alla formazione della rappresentanza politica, con l’entrata in campo dell’organizzazione socialista si ridefiniva ulteriormente. Lo osservò un pubblicista attento come Olindo Malagodi:
Il socialismo se ha bisogno di una rappresentanza politica, ha molto più bisogno di una organizzazione in mezzo alla vita di tutti i giorni; il suo campo di lavoro non è come quello dei vecchi partiti rispetto alla politica, ma è immensamente più vasto; di una vastità che si estende su tutti i rapporti della vita sociale [...]. La piccola rocca della politica resterà presa entro alla formidabile organizzazione della vita del proletariato.9
Era l’annuncio di una “civiltà socialista” che concorreva alla redenzione morale e sociale dell’“Italia proletaria”. Studiosi liberali coevi, come Vilfredo Pareto, osservarono l’emergere della «religione socialista», valorizzandone la funzione educativa: «è servito a dare ai proletari le energie e la forza necessarie per difendere i loro diritti; inoltre essa li ha moralmente elevati».10
Costituito nell’agosto del 1892 al congresso di Genova con il nome di Partito dei lavoratori italiani, esso avrebbe assunto una fisionomia più definita al congresso di Reggio Emilia dell’anno successivo, fino ad acquisire la denominazione di Partito socialista italiano solo nel 1895. Prese le mosse con i rappresentanti di circa 200 circoli e società locali – in prevalenza dall’Emilia, dalla Lombardia e con i Fasci provenienti da numerosi centri della Sicilia –, il partito si qualificava per due fattori genetici. Fu rotto il legame con gli anarchici, causa le loro opzioni astensionistiche sul piano elettorale e individualistiche sul piano organizzativo; senza seguito reale fu infatti la costituzione del Partito socialista anarchico rivoluzionario nel gennaio del 1891, su iniziativa di Errico Malatesta. Eppure, nonostante la repressione che si produsse in diversi paesi europei meridionali (tra Francia e Italia, Spagna e Portogallo) in seguito ad altrettanti attentati terroristici (la “propaganda del fatto”), le istanze libertarie e sociali dell’anarchismo rimasero presenti in diverse culture politiche territoriali e nel più ampio universo repubblicano-socialista.
Il Psi si fondava su una estesa rete di associazioni socioeconomiche e ricreativo-culturali. Questo universo organizzativo fu investito da un processo di politicizzazione e di centralizzazione, con il passaggio dall’originaria struttura federativa tra le associazioni all’adesione individuale e alla giurisdizione della sezione sul terreno locale. Eppure, esso non venne mai compiutamente ricondotto a un’effettiva disciplina partitica. Si ebbe infatti un movimento che si dibatteva tra due poli. Su un versante, c’era un’identità politica alternativa a quella istituzionale, se non antisistemica, messa in atto dalle correnti intransigenti e rivoluzionarie con la pratica degli scioperi generali. Sull’altro, si svolgeva una funzione di integrazione democratica dei ceti subalterni nella vita sociale e politica del paese, perseguita invece da Turati e dal gruppo dirigente riformista. Vi concorrevano l’azione del gruppo parlamentare, ma anche l’attività di camere del lavoro, leghe contadine e cooperative, sempre più spesso attraverso la guida di diverse amministrazioni municipali nelle aree padane: Imola e Reggio Emilia tra le prime, fino a comprendere grandi città come Bologna e Milano a ridosso della Grande Guerra.
Nel continente europeo il trentennio 1880-1910 divenne una sorta di crogiuolo di esperienze di autonomia e di governo comunale che avrebbero poi contraddistinto le storie del socialismo, proprio muovendo dai contesti urbani e territoriali (tra Belgio e Francia, Spagna e Italia). Se l’agitazione per il Primo Maggio del 1890 segnò l’inizio simbolico della solidarietà di classe in Italia, la creazione delle Camere del lavoro (dopo un viaggio di Osvaldo Gnocchi-Viani alla Borsa del Lavoro di Parigi) costituì il fondamento di tutta l’attività organizzativa del movimento sindacale. Influì inoltre il modello belga, in virtù di una comune vocazione etica e solidaristica e di una struttura territoriale di natura federalistica e municipale. La rilettura del municipalismo popolare – dal 1889 Imola fu la prima città significativa ad essere guidata da un sindaco socialista – in un orizzonte sovra-nazionale ed europeo permette di intravvedere gli antecedenti di moderne politiche sociali di welfare e le dinamiche proprie di un “Comune educatore”, secondo idee e prassi assurte a modello di apprendistato civico, dotato di una valenza ben più larga dello spazio locale e territoriale.