3.3 I colori della rivoluzione sociale
Tra il secondo Ottocento e il primo Novecento, nella trasformazione dei rituali operai il vecchio linguaggio allegorico e simbolico venne sostituito da segni di natura più politica che economico-sindacale. Gli esempi sono diversi: la bandiera rossa, il sole sorgente del socialismo, immagini antimilitariste come quella della spada spezzata. Occorre altresì guardare al rapporto tra rappresentazioni tradizionali dell’“amor di patria” (l’allegoria femminile della “donna turrita”, il tricolore, gli inni risorgimentali) e manifestazioni dell’identità socialista.
Se le rappresentazioni colorate dell’eroismo di Garibaldi e dei garibaldini (a partire dalle memorie della Repubblica Romana), poterono in certe fasi offuscare l’imagerie rivoluzionaria, l’emergente movimento anarchico-socialista avrebbe affermato cromatismi e simboli nuovi rispetto alla tradizione iconografica repubblicana. Riconducibile alle tendenze in atto nel continente europeo, in Italia la rappresentazione identitaria dei primi gruppi internazionalisti e libertari fece ricorso in effetti a una pluralità di colori; nero e rosso, ma non solo (anche bianco e verde). Nel gennaio 1878 un giovanissimo poeta Giovanni Pascoli, ancora studente universitario a Bologna, compose un incendiario inno anarchico, in cui si rimarcavano i due colori della ribellione libertaria, il rosso e il nero.
Un rosso vessillo nell’aria fiammeggia e in mezzo una scritta vi luccica in ner:
Le dolci fanciulle che avete stuprato,
I bimbi che indarno vi chiesero il pan nel giorno dell’ira,
Nel giorno dell’ira, nel giorno del fato
I giudici vostri, borghesi, saran.4
Una delle più significative occasioni in cui, con una diretta eco pubblica, lo spirito internazionalista e umanitario dell’Estrema Sinistra dovette fare i conti con il sentimento patriottico, se non con le prime manifestazioni nazionalistiche, fu quello del dibattito che attraversò il paese nel corso della prima spedizione africana degli anni Ottanta. L’impresa coloniale in Abissinia tornava in un esemplare dialogo sui «Problemi urgenti» scritto da Andrea Costa nel 1887.5 «Vi diranno che andiamo a diffondere la civiltà. Non credetelo. La civiltà non si diffonde per mezzo della violenza». Che pure sarebbe legittima, aggiunse Costa, ma solo nel caso di difesa del paese da «popoli barbari»: laddove insomma si pretendesse «di calpestare la nostra indipendenza, la nostra libertà, i diritti sacrati dal sangue purissimo di tanti eroi, di tanti martiri, di tanti pensatori […]».6 Echeggiavano memorie risorgimentali e motivi patriottici neanche troppo dissimulati rispetto alle rivendicazioni di natura sociale solitamente rimarcate. Il richiamo al «sangue purissimo» di eroi e martiri risorgimentali e la sottolineatura della bandiera rossa come effettivo simbolo dell’eventuale e minacciato onore del paese enfatizzavano il momento democratico del processo di unificazione nazionale, attraverso le congiunte metafore del sacrificio e della passione, nel nome del sangue versato per l’Italia in armi e di quello che pulsava nel cuore dei patrioti di ieri (i volontari garibaldini) e del presente (i lavoratori).
Dopo le clamorose sconfitte dell’esercito coloniale a Dogali (1887) e soprattutto ad Adua (1896), nel vivo di un protagonismo popolare che riempiva le piazze del paese, il montante discorso nazionalista rivolse invettive e denunce all’indirizzo dei “nemici ” della patria. Alla diffusione di una cultura nazionalistica e militarista corrispose l’accesa opposizione da parte dell’Estrema sinistra e dei socialisti in particolare. L’espansionismo coloniale avrebbe forgiato un nuovo linguaggio politico nell’Italia del primo Novecento.