3.2 Internazionalisti, federalisti e regionalisti
In Italia gli esordi organizzativi si erano registrati nel corso della seconda metà degli anni sessanta, quando nel solco del socialismo risorgimentale furono immesse le idee dell’Associazione internazionale dei lavoratori, sorta a Londra nel settembre del 1864, su diretta ispirazione di Karl Marx e a cui lo stesso Mazzini contribuì con le sue idee sociali. Giunto esule in Italia, fu però il russo Michail Bakunin a imprimere l’iniziale spinta alla costruzione di sezioni internazionaliste, la prima delle quali sorse nel gennaio del 1868 a Napoli, dove già l’anno precedente era stata costituita l’associazione “Libertà e giustizia”. Almeno fino alla metà degli anni settanta, furono gli orientamenti anarchici e libertari di Bakunin, in opposizione a quelli cosiddetti “autoritari” attribuiti alla concezione del partito in Marx, a influenzare l’impianto delle organizzazioni internazionaliste. Fu con la diaspora delle file mazziniane di fronte all’eco della Comune rivoluzionaria di Parigi e grazie a quanti avevano seguito Garibaldi nelle sue campagne militari in Francia che le sezioni internazionaliste fecero proseliti. Il socialismo delle origini sorgeva insomma nel segno delle ascendenze anarchiche e libertarie, raccogliendo inoltre ex mazziniani ed ex garibaldini; esso aspirava a completare sul piano sociale la rivoluzione risorgimentale, soprattutto coinvolgendo il mondo contadino e proletario.
Nell’agosto del 1872, a Rimini, nel primo congresso nazionale del movimento operaio-socialista, sorse la La Federazione italiana dell’associazione internazionale dei lavoratori (Fiail). La guidavano giovani libertari, come il pugliese Carlo Cafiero e il romagnolo Andrea Costa, seguaci delle idee e dei modelli organizzativi patrocinati da Bakunin. La Fiail accomunò alcuni tratti tipici della più moderna organizzazione partitica ai retaggi sia della tradizione settaria sia della prassi informale dei movimenti di opinione. Era un organismo con una debole struttura istituzionale, articolato su basi federative (con adesione di natura sia politica sia sociale) e che garantiva una larga autonomia alle istanze associative locali e regionali. Persistevano inoltre al suo interno alcuni rituali propri dei movimenti che operavano nella clandestinità, resa spesso necessaria dai frequenti interventi repressivi delle autorità, soprattutto nei confronti di quei militanti che proclamavano apertamente fini rivoluzionari e ne sperimentavano la praticabilità; la fallita insurrezione del Matese, nell’aprile 1877, ne fu l’esempio più significativo.
Con l’esaurimento della Prima Internazionale e con i lasciti autonomistici e libertari della Comune parigina, in Italia la “traduzione” del processo europeo di penetrazione del socialismo avvenne con un forte eclettismo ideologico e con un altrettanto, marcato, empirismo organizzativo. Quando le forme di insediamento erano fragili e ai primi passi, l’introduzione di testi di intonazione laica e anticlericale aveva favorito la circolazione delle idee democratiche e repubblicane. Fu grazie alle iniziative editoriali promosse da Enrico Bignami attorno al periodico lombardo “La Plebe” (1868-1883) che la pubblicistica anarchico-libertaria e socialista assunse una sua prima riconoscibilità, secondo configurazioni molteplici (garibaldino-pacifista, anarchica, socialista).3
Sul piano politico e organizzativo, infine, la formalizzazione istituzionale del movimento fu opera soprattutto di Costa, il quale, dal frequente contatto con le esperienze europee, si era andato convincendo della necessità di un partito popolare e socialista attivo sul pia- no legale, fonte di acculturazione politica e di continua mobilitazione sociale. Il campo di sperimentazione fu ancora quello regionale e si concretizzò nel Partito socialista rivoluzionario di Romagna (Psr), costituito nell’agosto del 1881 a Rimini. Era al mutamento in corso nel processo di politicizzazione delle associazioni popolari, così come all’esigenza di un raccordo fra gli interessi dei ceti subalterni e le istituzioni, che la natura del Psr andava ricondotta. La forma organizzativa, decentrata e retta sulla federazione di unità associative locali, ne rifletteva la debole natura istituzionale e la forte caratterizzazione territoriale. Nelle elezioni del 1882, le prime con diritto di voto allargato, mentre la propaganda del Psr si incuneava nelle campagne romagnolo-emiliane, potendo contare anche sul sostegno di una parte dei democratici, Costa venne eletto come deputato nel collegio di Ravenna: per la prima volta entrarono in parlamento le aspirazioni del nascente movimento socialista italiano.