2.7 Liberalismo e democrazia nella Belle Époque
Nel mondo liberale la crisi di fine secolo aveva evidenziato un senso diffuso di sfiducia verso i metodi e le prassi estenuanti del parlamentarismo. Di essa si fece interprete anche Sidney Sonnino, tra i principali esponenti del liberalismo conservatore, rivendicando il ripristino dello spirito originario dello Statuto e quindi la riaffermazione del primato del potere esecutivo rispetto a quello al parlamento.21 Per altro verso, invece, un impulso organizzativo emerse di fronte alla crescita delle forze anti-sistema, socialisti e cattolici clericali; la classe dirigente liberale si volse a nuove forme di organizzazione per preservare la propria egemonia nella guida delle istituzioni, contestate da moti di piazza per il caroviveri nella primavera ‘98 e difese con lo stato d’assedio.
Dopo la drammatica crisi di fine secolo, fu un leader di forte personalità come Giovanni Giolitti a prefigurare il nuovo atteggiamento delle istituzioni verso le associazioni, socialiste in primo luogo ma non solo. L’occasione venne data nel 1900 dallo scioglimento della Camera del lavoro di Genova, punta di diamante dell’associazionismo economico e sindacale nel movimento operaio e socialista. L’orientamento espresso in parlamento da Giolitti andava oltre la natura delle relazioni economiche nel mondo del lavoro, prospettando la legittimazione di un effettivo spazio sociale e politico. Lo sviluppo democratico andava assecondato e guidato, non ostacolato.
Noi siamo all’inizio di un nuovo periodo storico, ognuno che non sia cieco lo vede. Nuove correnti popolari entrano nella nostra vita politica [...]. Nessuno si può illudere di potere impedire che le classi popolari conquistino la loro parte di influenza economica e di influenza politica [...]. Dipende da noi, dall’atteggiamento dei partiti costituzionali nei rapporti con le classi popolari, che l’avvento di queste classi sia una nuova forza conservatrice, un nuovo elemento di prosperità e di grandezza o sia invece un turbine che travolga la fortuna della Patria!22
Fu in ragione di queste premesse che le organizzazioni sindacali e le formazioni partitiche vennero in qualche misura riconosciute come attori del sistema politico italiano, nonostante i governi non si trattenessero dall’inviare le forze dell’ordine a sedare gli scioperi sociali e politici e dal giustificare persino l’uso delle armi nel corso delle manifestazioni più conflittuali. Tra le conseguenze vi fu anche l’introduzione di una rappresentanza delle organizzazioni sindacali nel Consiglio superiore del lavoro, l’organismo inteso a riconoscere sul piano istituzionale la realtà e le istanze emergenti del movimento sociale ed economico.
Nella ricerca esplicita di un “partito liberale”, diverse formazioni politico-parlamentari si susseguirono, spesso velleitarie. Il più significativo esempio fu quello intentato da Antonio Di Rudinì. Mentre nella crisi di fine secolo, come presidente del Consiglio, egli aveva promosso una sorta di “decentramento conservatore” affidato alla gestione delle tradizionali classi dominanti, all’inizio del nuovo secolo fu artefice con Luigi Luzzatti di un tentativo per ridare linfa alla “vecchia Destra” conservatrice. Formato nel 1903 con l’adesione di una trentina di deputati, il gruppo parlamentare rudiniano-luzzattiano pose di fatto fine alla sua esperienza nel 1908, con la morte di Rudinì, senza essere nel frattempo riuscito a darsi una struttura organizzativa al di fuori del parlamento. Si sarebbe materializzato, in definitiva, il fantasma preconizzato dallo stesso Di Rudinì all’inizio del secolo, in una lettera inviata a Luzzatti:
La sola cosa che mi importa è di dare una forte grinta al rinnovamento economico e sociale del nostro paese. Se questo non si farà i liberali saranno presto soverchiati dai Socialisti Democratici e dai Democratico Cristiani [...]. La Destra e il Centro Conservatore non hanno più base in paese, perché non rappresentano un movimento intellettuale ma rappresentano l’immobilità.23
Il gruppo era stato anche praticamente assente dall’ampio dibattito che, soprattutto negli anni 1907-1908, si andò svolgendo attorno al tema della “differenziazione dei partiti”, sullo sfondo di diverse visioni circa il modello di crescita della società italiana. I riferimenti centrali rimasero Giovanni Giolitti e Sidney Sonnino. Con il Centro, una formazione parlamentare di orientamento liberal-conservatore, Sonnino continuava a perseguire il duplice proposito di riunire i gruppi personalistico-notabilari della galassia costituzionale e di ricompattare tutte le forze d’ordine in un grande “partito liberale”, in contrapposizione sia ai “rossi” anarchico-socialisti sia ai “neri” clericali.
La strategia capace di perpetuare l’egemonia del mondo liberale fino alla Grande Guerra fu comunque quella di Giolitti, rimasto alla testa del governo quasi ininterrottamente per il primo decennio del secolo. Il suo progetto si fondava sull’opportunità di sfruttare la dialettica esistente tra le due anime del liberalismo – democratica e conservatrice –, in modo tale che ciascuna potesse influenzare e attrarre nella vita delle istituzioni i poli estremi del sistema politico (i clericali a destra, i radicali e anche i socialisti riformisti a sinistra). Fu una strategia per certi versi efficace, ma i suoi interpreti si sarebbero dimostrati, nei fatti, incapaci di farsi portavoce degli interessi e delle domande di modernizzazione di una borghesia produttiva (sia industriale sia agraria) ormai indotta dalla prima “rivoluzione economica” del paese a promuovere propri gruppi di pressione e lobby parlamentari; quali furono, per esempio, il Partito economico, sorto a Milano nel 1907, e i gruppi parlamentari dapprima degli agrari e quindi degli industriali, costituiti da alcuni deputati dopo le elezioni politiche del 1909. Eppure, il mondo liberale non era rimasto estraneo al processo di organizzazione della politica. Sul piano parlamentare, si pensi ai cosiddetti “giovani turchi”, che guardavano al mondo clericale e all’emergente movimento nazionalista. Si ebbero anche formazioni politiche con un radicamento al di fuori del parlamento, come nel caso del Partito democratico costituzionale italiano, nel quale confluirono gli ex zanardelliani della Sinistra democratica e il Partito democratico costituzionale.
L’estensione ulteriore del suffragio maschile, fino a renderlo nel 1912 quasi universale, non impedì che il tradizionale sistema notabilare si prolungasse ben oltre la Grande Guerra, nonostante la spinta impressa al passaggio da una garanzia individuale a una tutela collettiva e istituzionale, quale quella che nello scambio politico tra elettore ed eletto comportava l’affermarsi del ruolo di organizza- zioni partitiche più solide. Sulle motivazioni che avevano indotto a promuovere la riforma elettorale Giolitti ritornò diffusa- mente in un suo libro di memorie. Rispetto alle diverse critiche (i rischi, le paure ecc.) che si indirizzarono al progetto di legge da parte sia socialista sia liberale, si coglieva la convinzione della necessità di un inserimento delle masse nella vita politica del paese e quindi di un allargamento delle basi dello Stato liberale.24 In seguito alle elezioni politiche del 1913, la composizione del parlamento italiano rispecchiò un’inedita condizione di debolezza del “grande partito liberale” (307 seggi rispetto ai 370 precedenti). La vecchia Sinistra liberale risorse, collocandosi accanto alla Sinistra liberal-democratica giolittiana e al “gruppo parlamentare liberale” della Destra, mentre alcuni seguaci del Partito giovanile liberale, creato da Giovanni Borelli all’inizio del secolo, e un gruppo di nazionalisti delusi diedero vita a un movimento nazional-liberale che si raccolse intorno alla rivista “L’Azione”. Tra i più attenti osservatori del venir meno dell’egemonia politica del mondo liberale fu Giovanni Amendola, figura esemplare nell’interpretare l’interventismo degli uomini di cultura (era filosofo, nato nel 1882) attraverso il giornalismo. Scrisse sul “Resto del Carlino” di Mario Missiroli all’indomani del voto del novembre 1913:
I costituzionali sono certamente la maggioranza della Camera; ma sono una maggioranza passiva, divisa e confusa, che lascia ai socialisti e ai radicali l’iniziativa dei movimenti parlamentari e si limita ad atteggiarsi di conseguenza. [...] Ciò significa, in ultima analisi, che i costituzionali non costituiscono una maggioranza politica, ma soltanto una maggioranza numerica.25
In effetti, come perno del sistema politico il “giolittismo” aveva sempre teso a privilegiare l’aggregazione al centro delle forze parlamentari e la funzione mediatrice delle istituzioni, escludendo di fatto la costituzione di partiti liberali distinti secondo le opzioni programmatiche democratiche e conservatrici. Stava intanto venendo meno la particolare sintonia con la massoneria, dopo che si era prodotta la ricordata separazione tra l’obbedienza originaria di palazzo Giustiniani e la Grande Loggia di piazza del Gesù; le logge massoniche persero in sostanza quel carattere di largo collante delle élite borghesi che esse avevano avuto tra i due secoli. Infine, pesarono ulteriori influenze: da una parte la frammentazione locale e le preoccupazioni alimentate da una forte conflittualità sociale; dall’altra, un sistema elettorale che favoriva la personalizzazione della rappresentanza e un regolamento parlamentare che non agevolava la costituzione di gruppi distinti sulla base di precise identità politiche. Erano alcune delle principali cause per le quali nell’Italia del primo Novecento, rimanendo esclusa ancora la sfera della legittimità per le forze estreme (i “rossi” socialisti e i “neri” clericali), mancarono le condizioni per la formazione tanto di un partito liberale della borghesia quanto di un vero partito conservatore, precludendo altresì la costruzione di un moderno sistema partitico.