2.4 Leader, circoli e comitati
Se nel rimeditare la tradizione politica liberale possiamo rinviare ai gruppi presenti nel Parlamento subalpino del 1848, essa è da intendere non tanto come forma unitaria di organizzazione partitica – un dilemma pur frequentemente evocato da leader e pubblicisti sulla scorta delle esperienze costituzionali d’oltralpe –, quanto come costellazione di gruppi regionali, comitati elettorali e associazioni (reducistiche, studentesche, mutualistiche, ricreative e così via), accomunate dalla difesa delle istituzioni monarchiche.
All’indomani dell’unificazione, gli eredi di Cavour (morto il 6 giugno 1861) non disposero di strutture volte a costruire un consenso attorno alle istituzioni. La fiducia nella centralità del parlamento e della rappresentanza in quella sede di opinioni e interessi era tale da far ritenere estraneo alla cultura politica della classe dirigente liberale il problema di un’organizzazione “di parte” al di fuori della sfera istituzionale. Era infatti nelle aule parlamentari che dovevano confrontarsi i “partiti”, da considerare come mutevoli raggruppamenti di deputati riuniti attorno alle figure più eminenti. Era questa la condizione in cui si trovava il parlamento del Regno d’Italia nei primi anni postunitari, con una Destra e una Sinistra che, pur scontando una diversa identità culturale e sociale, si distinguevano soprattutto per l’approccio alla soluzione della “questione romana”, preferendo l’una la via diplomatica e l’altra l’azione diretta. Esse rappresentavano le anime moderato-sabauda e democratico-garibaldina di una classe dirigente liberale che, essendo attraversata da continue divisioni in gruppi e fazioni di prevalente carattere regionale, non riusciva a distinguersi secondo il modello anglosassone, della maggioranza e dell’opposizione parlamentari.
Nell’universo della Destra, con leader principali il piemontese Quintino Sella e il bolognese Marco Minghetti, si muovevano la Consorteria, composta dai rappresentanti emiliani e toscani e la cosiddetta Permanente (un gruppo di deputati piemontesi costituitosi dopo la Convenzione italo-francese che annunciava il trasferimento della capitale da Torino a Firenze, avvenuto nel settembre del 1865). La Sinistra, a sua volta, comprendeva diverse componenti: il gruppo meridionale, con a capo ex mazziniani come Giovanni Nicotera e Francesco Crispi, il gruppo che si riconosceva nella persona di Agostino Depretis e quindi la cosiddetta Sinistra giovane (l’ala moderata), avente in Francesco De Sanctis il principale riferimento. Si aggiungeva, infine, il cosiddetto “Terzo partito”, guidato da Cesare Correnti e Antonio Mordini. Si trattava di gruppi di notabili che esercitavano una funzione di pressione nel corso dell’attività legislativa, mediando con le attese e le rivendicazioni di un elettorato ancora assai limitato e di natura censitaria, tanto ristretto quanto “organico” alla classe politica che lo rappresentava in parlamento. Fu sulla base di questa logica che nelle elezioni del marzo 1876, in forza dell’opposizione del gruppo toscano di Ubaldino Peruzzi al progetto di riscatto statale delle ferrovie, la Sinistra di Depretis succedette alla Destra di Sella nella guida del governo. Dietro il gioco dei tatticismi parlamentari e dei gruppi di potere, le successive elezioni politiche dimostrarono che la “trasformazione” dei partiti stava corrodendo le originarie identità formatesi nel corso del Risorgimento nazionale.
Fino ad allora, in realtà, se si usciva dalla ristretta arena parlamentare, sul piano locale più che le organizzazioni partitiche erano stati i circoli delle élite borghesi e aristocratiche a svolgere ancora una prevalente funzione politica e di canalizzazione del voto (circa il 2% dei maschi adulti). Nella piccola comunità i personaggi più rinomati e influenti – i “notabili” – svolgevano una sorta di tutela, sociale e politica allo stesso tempo, soprattutto laddove persistevano ambienti tradizionali e i costumi propri della società rurale. Ciò trasformava il già ristretto corpo degli aventi diritto al voto censitario, vinte le tentazioni dell’astensionismo o dell’assenteismo, in altrettanti gruppi di clientele elettorali. L’osservatorio napoletano e meridionale, dove nel 1876 la Destra perse diversi collegi, offrì a Pasquale Turiello – un suo autorevole esponente – l’opportunità per considerazioni crude:
Si può dire che, con la sconfitta che fu parziale altrove, e quasi totale nel Mezzodì, della deputazione di Destra nel 1876, fosse caduta la schiera più idealista e più caratteristica dei governanti dell’Italia nuova. [...] In fondo, quella elezione del 1876 fu nel Napoletano e in gran parte d’Italia il trionfo dell’inorganico sull’organico, delle clientele, anzi proprio della maggiore clientela che abbia mai avuta l’Italia, sui partiti.9
Sfrondata l’enfasi accusatoria nei confronti della Sinistra, il dato di fondo che si rilevava, in mancanza, come altrove, di un’effettiva “opinione pubblica”, era l’affermarsi dei rapporti privatistici su quelli generali e l’incapacità dei “partiti” liberali a svincolare la rappresentanza politica dalle pressioni e dalle connivenze dei gruppi di potere locale, anche malavitosi (come la mafia e la camorra).10 Senza dimenticare che nella transizione post-unitaria il crimine organizzato si formò entro e non fuori le strutture e le pratiche – poliziesche e giudiziarie – con cui il nuovo stato unitario, nel suo primo ventennio di vita, organizzava l’ordine pubblico e il controllo delle “classi pericolose”. Sui dilemmi della classe dirigente nella transizione postunitaria ne colse il significato il marchese Alessandro Guiccioli, osservatore acuto, nel suo diario, dei passaggi generazionali e dei paradossi del liberalismo italiano, un tempo rivoluzionario:
15 aprile 1877. Assemblea della Società geografica, per l’elezione del presidente. Sono candidati Correnti e Saint Bon; quest’ultimo è sostenuto da me e dagli amici. Ma una specie di camorra appoggia Correnti. È alla testa del complotto un certo C., della ragioniera generale dello Stato, toscano, già granduchista. I partigiani delle vecchie dinastie, smessa la prima veste, sono ora camuffati da ultraliberali, e gli antichi patrioti hanno fama di codini. È legge che le rivoluzioni non si compiano dalla generazione che le incominciò.11
Fu dopo le elezioni del 1876 che le diverse gradazioni della classe dirigente liberale cominciarono a porsi concretamente il problema di una maggiore organizzazione dei canali del consenso. La Destra, con Sella come capofila, nel giugno del 1876 promosse e coordinò numerose associazioni costituzionali in organismi regionali e in un Comitato centrale avente sede a Roma. Altrettanto fece la Sinistra, con associazioni progressiste anch’esse dotate di un organismo centrale di coordinamento, sebbene il ruolo primario assunto dalla figura del presidente del Consiglio nel sistema politico (grazie a un decreto regio del 25 agosto 1876) e il controllo che egli esercitava sul “partito di governo” rendessero meno stringente l’imperativo organizzativo. Alle associazioni della Destra come della Sinistra mancavano i tratti peculiari della moderna forma partitica: vale a dire, la capacità di imporre un’effettiva obbligazione organizzativa e di allargare l’acculturazione politica al di fuori della ristretta cerchia di quanti potevano esercitare il diritto di voto. Si comprende allora la spinta verso la riunificazione del mondo liberale al centro del sistema politico-parlamentare, incentivata dall’entrata in vigore della riforma elettorale del 1882 (con l’estensione del voto a circa l’8% degli elettori maschi adulti).
In regime di collegio uninominale maggioritario, la nota dominante era data dai rapporti personali del notabile di provincia che aveva fatto carriera a Roma e che periodicamente organizzava un “viaggio elettorale”. Possiamo prendere, come esempio, ancora il marchese Guiccioli e un suo viaggio svolto nel settembre del 1881 a Crevalcore, il collegio emiliano che lo aveva eletto già tre volte nelle file della Destra:
Viaggio elettorale a Crevalcore: sei ore di treno e due e mezza di carrozza da Bologna. Il partito locale che mi era contrario è caduto; dopo pranzo la banda comunale viene sotto le finestre del mio alloggio a suonare la Marcia reale. Sono trattato quasi come un sovrano e devo affacciarmi a ringraziare. In questo piccolo paese si è spesa una quantità di denaro per abbellimenti: centotrentamila lire per il teatro; poi hanno rifatto la pavimentazione delle strade; hanno rivestito a nuovo la banda e i pompieri, ecc. La popolazione è fierissima di tutte queste bellezze e spera che, quando la ferrovia toccherà Crevalcore, questa possa diventare una città importante. Temo assai che la realtà sia per smentire dolorosamente coteste illusioni. La sera andiamo a teatro, che è grazioso e animatissimo. Accoglienze festose da parte di tutti. Mi trascinano di palco in palco fin su la scena, e io mi lascio trascinare.12
Con l’allargamento della vita associativa ed elettorale ai ceti piccolo-borghesi e popolari e con il mutare dei meccanismi elitari di partecipazione politica, anche il modello della sociabilità borghese rappresentato dal circolo cittadino vide scemare la capacità di autorappresentazione dell’élite sociale e di crocevia della classe dirigente incuneata negli interstizi del potere locale. E però, con le incolori unioni monarchiche, il mondo liberale andò incontro a un periodo di stasi organizzativa, pur sempre mitigata dalla funzione di aggregazione e di indirizzo dell’opinione pubblica garantita dalla stampa. Fu quanto accadde con “La Tribuna”, il quotidiano della capitale che diede voce all’opposizione anti-trasformistica della Pentarchia, una formazione notabilare e parlamentare della Sinistra costituita nel novembre del 1883 a Napoli e riunitasi attorno a Giuseppe Zanardelli, Alfredo Baccarini e Benedetto Cairoli, nonché Crispi e Nicotera. Soltanto alla fine degli anni ottanta si ebbe una temporanea ma significativa reviviscenza organizzativa. Ciò avvenne nel giugno del 1889 grazie alla Federazione Cavour, un organismo tendenzialmente nazionale promosso tra le associazioni costituzionali e i circoli monarchico-liberali ostili all’autoritarismo giacobino di Crispi, asceso alla guida del governo come successore di Depretis e con il progetto di avvalersi dello Stato come leva potente della riforma sociale e amministrativa. Si trattò di un’opposizione moderata che, avvalendosi anche di più giornali (in particolare il “Fanfulla” a Roma e “La Perseveranza” a Milano), traeva origine non tanto dal parlamento quanto da spinte ideologiche e sociali di alcune associazioni locali. In primo luogo, contò la spinta degli ambienti intellettuali ed economici milanesi, guidati da Giuseppe Colombo e che guardavano sia agli effetti dello sviluppo capitalistico sia agli imperativi della modernizzazione. Fu un progetto dimostratosi però non adeguato alle aspettative; ancora una volta, le “ragioni di Stato” compressero la forza d’urto della Federazione, decretando l’esaurimento di ogni sua funzione al di fuori delle logiche parlamentari e governative.