2.3 Ordine pubblico e linguaggio politico: la rappresentazione dei “sovversivi”
Gli anni dell’unificazione nazionale esplicitarono una contrapposizione tra vecchio e nuovo mondo tutt’altro che pacificata all’indomani del 1861. Fu il contesto nel quale la letteratura (il “romanzo parlamentare” in primo luogo) raccontò il Risorgimento e i suoi risultati, tra delusioni e rivisitazioni, recriminazioni e nostalgie. Tra i protagonisti della raggiunta unità, la deprecatio temporum coinvolse tutti, appartenenti tanto alla tradizione democratico-garibaldina quanto a quella moderata.5 Fu da allora che la rappresentazione cromatica degli oppositori cominciò ad essere declinata attraverso la demonizzazione di “rossi” e “neri”. Del resto era stato Camillo Cavour, il 9 aprile 1861,6 intervenendo in Senato in merito a una interpellanza che sollecitava la «soluzione della questione romana» – nella stessa occasione in cui egli annunciò il solenne principio della separazione della Chiesa dallo Stato –, a ricondurre la preoccupante condizione del sud anche alla presenza dei “nemici” dello Stato nazionale in costruzione; appunto i “rossi” democratico-repubblicani e i “neri” clerico-legittimisti.
La vicenda di Aspromonte, il 29 agosto 1862, quando i bersaglieri dell’esercito regio furono mandati in Calabria a fermare Garibaldi e i suoi volontari in marcia per liberare Roma, alterò in modo permanente la correlazione determinatasi nel Risorgimento tra il tricolore nazionale e il rosso garibaldino, provocando un cambio di tono, in senso dolente e quasi di incredulità, nella percezione che di esso ebbero i “vinti” della parte democratica. Nelle regioni meridionali dell’ex Regno borbonico erano invece le diffuse mentalità neo legittimiste a influenzare il complicato insediamento delle nuove istituzioni liberali. I colori nero (legittimista) e bianco (neo-borbonico) concorrevano a rappresentare i cromatismi dei “vinti” ovvero di quanti dovettero fare i conti con i simboli del nuovo potere sabaudo-monarchico. La metafora cromatica dei “rossi” (mazziniani e garibaldini) e dei “neri” (clericali e neo-borbonici) era ormai entrata nel linguaggio politico del tempo. Significativa era la percezione che dei “nemici” avevano le autorità, le quali attribuivano correntemente l’indagato a questo o quel «colore politico»; la demonizzazione di “rossi” e “neri” portava le autorità ad accomunarli nel novero dei nemici delle istituzioni. Del resto, risale alla primavera del 1869 la prima indagine sistematica, promossa da Girolamo Cantelli, Ministro degli Interni, con circolari alla Prefetture, laddove si chiedeva di mettere a regime la costruzione di schedari sui «capipopolo» e sugli «individui più influenti dei partiti ostili al Governo»;7 un’attività di indagine che in realtà era stata avviata fin dopo l’unificazione, confermata dalla presenza di un fondo archivistico sulle Biografie dei sovversivi.8
Una narrazione che sappia coniugare la storia sociale e la storia politica induce a riunire ciò che è stato artificialmente separato, ovvero l’indagine sulla camorra e sulla mafia a quella sulla presenza, soprattutto nelle Romagne che fuoriuscivano dallo Stato pontificio e che sarebbero divenute la “terra della Repubblica”, di un pervasivo reticolo di «malfattori» (chiamati anche «accoltellatori»). Quelle «classi pericolose» furono il retroterra socio-culturale di un processo altrettanto pervasivo di acculturazione che produsse un largo apprendistato alla politica di settori dell’universo popolare tradizionalmente emarginati ed esclusi, immessi – come si è visto – in precorritrici formazioni partitiche, luoghi di transizione tra preesistenti pratiche settarie e capillari pedagogie politiche.