2.2 Tricolore, Statuto Albertino e plebisciti: la legittimazione della dinastia dei Savoia

Nei primi mesi del 1848, corrispondendo ai moti insurrezionali che andarono susseguendosi (da Palermo a Milano), con la concessione di “costituzioni” e statuti, i reggitori degli stati regionali furono indotti a fondere col tricolore le insegne e i propri simboli cromatici. Concesso lo Statuto il 14 marzo da parte del sovrano Carlo Alberto, pur non rinunciandovi, quattro giorni dopo e per alcune settimane, Pio IX dispose che la bandiera pontificia dovesse essere «fregiata di cravatte coi colori italiani». Fu quello l’apogeo del progetto neoguelfo, prima che l’allocuzione di Pio IX del 29 aprile, negando la possibilità di una guerra degli italiani tutti contro la cattolicissima Austria, ne minasse, intrinsecamente, l’originaria immagine di papa liberale e nazionale; senza però che, anche nelle terre dello Stato pontificio, l’orizzonte dell’indipendenza nazionale e della guerra patriottica potessero, dopo di allora, privarsi del simbolo del tricolore.

Fu lo scudo crociato bianco-rosso dei Savoia ad essere issato e portato in parata al momento dei festeggiamenti che nel Regno subalpino, nel febbraio del 1848, seguirono l’annuncio delle riforme statutarie. L’interazione tra il tricolore italiano e l’azzurro sabaudo – la distinzione e la convivenza insieme – presentò aspetti singolari. Lo stesso giorno in cui, l’8 febbraio1848, fu dato l’annuncio dello Statuto, sul quotidiano «Il Risorgimento», che aveva contribuito a fondare da due mesi, entrando nella scena politica e candidandosi a divenire il fondatore della tradizione politica liberale, il conte Camillo Benso di Cavour (1810-1861) aveva qualificato «la trasformazione in nazione costituzionale e libera» del Regno di Sardegna con inequivocabili parole circa la pur necessaria correlazione tra tricolore italiano e azzurro sabaudo.

Non dimentichiamo mai che questo passo fu operato sotto la gloriosa insegna della casa sabauda. Quest’insegna, venerabile per tanti gloriosi fatti istorici, è oramai sacra per noi. Non cessi perciò mai di fregiare i nostri petti, di essere cara a’ nostri cuori, come quella all’ombra della quale le libertà italiane ebbero culla. L’abbandonarla sarebbe stolta ingratitudine e se vogliamo onorare i segni tricolori, emblemi dell’unione italiana, serbiamoli per fregiarne quella bandiera nazionale che sventolerà un dì su tutti i mari […]. Ma sino a quel dì il nostro simbolo d’unione sia l’azzurra coccarda fatta da Carlo Alberto emblema di gloria e di libertà.3

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La Direzione, Torino, 8 febbraio, «Il Risorgimento», 9 febbraio 1848: si riprende Dal Piemonte all’Italia unita. Cavour a duecento anni dalla nascita, Catalogo della mostra, Camera dei Deputati, Roma 2010, p. 45.

Lo stesso Carlo Alberto, il 23 marzo, sotto la spinta delle pulsioni patriottiche e al momento di scendere in guerra contro gli austriaci a sostegno degli insorti di Milano e Venezia, avrebbe chiesto di ricomporre i due simboli cromatici, assumendo ufficialmente il tricolore come vessillo del Regno di Sardegna, con al centro lo scudo di Casa Savoia. Fu quanto sancì anche l’articolo 77 dello Statuto. Diffusi furono dunque, nel segno del cromatismo tricolore, nella tarda primavera del 1848, tra Lombardia, ex Ducati e province venete di terraferma, i riflessi visibili della nazionalizzazione in atto di costumi e simbologie. Valga come esempio quanto, in relazione tanto alla vita pubblica quanto alle abitudini quotidiane e all’abbigliamento dei cittadini, riportava la cronaca di un giornalista torinese appena giunto nella città di Milano.

Trovo Milano lietissima, affollata di abitanti, e rivestita tricolormente. Dappertutto vedonsi militari, e vi si affacciano i colori dell’unione e della libertà italiana. […] E badate che queste bandiere non sono mica di piccole dimensioni come le torinesi, ma grandi come i gonfaloni delle confraternite. Non vi ha poi individuo di qualunque sesso o età o grado, laico o ecclesiastico, o militare, che non abbia il cappello o il petto fregiato di medaglia o croce fissa con nastro tricolore. Ho perfino veduto i busti del papa adorni della nobile sciarpa: le botteghe e tutte le vetrine fanno mostra di oggetti tricolori, e fissano specialmente i vostri sguardi le antiche garrite (guardiole) delle sentinelle coi loro lieti e vivacissimi colori italici sostituiti ai tristi e funebri colori dell’Austria.4

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Stato Lombardo-Veneto, Milano (4 giugno), «Il Risorgimento», 6 giugno 1848, che si riprende da Nel nome dell’Italia. Il Risorgimento nelle testimonianze, nei documenti e nelle immagini, a cura di A. M. Banti, Laterza, Roma-Bari 2010, p. 202.

Fu comunque nel nome del tricolore savoiardo che nel triennio 1859-1861 dell’unificazione si dispiegarono contestualmente la legittimazione del nuovo potere sul piano nazionale e quella della classe dirigente in ambito territoriale. L’innalzamento sui palazzi municipali del tricolore con lo stemma dei Savoia ne rappresentò il più eloquente compendio simbolico. Tricolore nazionale ed emblemi locali (stemmi, allegorie ecc.) si fonderanno in mosaici cromatico-simbolici ricorrenti nei diversi luoghi della memoria presto allestiti (sale e musei del Risorgimento, monumenti e lapidi ecc.), volti a condensare la duplice identità in costruzione. Era la riprova dell’avviato processo di immissione della comunità locale nello spazio simbolico e istituzionale del nascente Stato nazionale. Era però anche il “segno” assunto dagli esiti del moto risorgimentale, quando l’immagine della dinastia, costruita attraverso la miscela di una longeva tradizione militare e di un’efficace azione politico-diplomatica, tese a soprapporsi a quella della nazione. Fu anche il momento delle celebrazioni e degli ingressi trionfali del sovrano Vittorio Emanuele II nelle città liberate, nell’ostentata e diffusa esposizione di tricolori, ma anche di stemmi sabaudi. Sotto una tale insegna cromatico-simbolica si svolsero i plebisciti per l’annessione al nascente Regno d’Italia che si succedettero nel sancire l’acquisizione dei territori appartenenti ai decaduti regni preunitari.

Tra il 1848 e il 1870, passando attraverso gli anni decisivi dell’unificazione nazionale, il periodo plebiscitario rappresentò la più massiccia mobilitazione popolare dell’intero processo risorgimentale. Il momento plebiscitario compendiava la celebrazione popolare della nazionalità con l’acclamazione democratica della monarchia. Esso avrebbe avuto anche un perdurante riconoscimento nell’immaginario politico. La fortuna iconografica delle pratiche plebiscitarie fu, del resto, testimoniata dalla moltitudine di stampe popolari e rappresentazioni artistico-culturali che ne accompagnarono prima lo svolgimento e quindi le memorie comunitarie. Due furono soprattutto le immagini fissate dai rituali del voto collettivo, in rappresentazioni cromatiche di forte impatto emotivo: con la centralità del sovrano nella dinamica plebiscitaria, emerse la memoria della rivelazione democratico-elettorale della nazione. In realtà, nell’insoddisfazione delle popolazioni meridionali verso il nascente ordine piemontese-sabaudo, confluirono i linguaggi e l’immaginario di istanze diverse, autonomistiche e neo legittimiste, per un verso semplicemente reazionarie per un altro contaminate dalle istanze costituzionali e nazionali. Con la riproposizione in vari modi dell’immagine dell’ex sovrano Francesco II, le forme di opposizione furono pertanto alquanto differenziate, tenute insieme proprio da un simbolo cromatico, nel segno del bianco borbonico.

Con la sanzione infine del Regno d’Italia, il 17 marzo 1861, la bandiera tricolore nazionale portò lo stemma sabaudo con bordo azzurro; nelle sedi e nelle circostanze ufficiali, la composizione simbolica del tricolore contemplò inoltre la corona dei Savoia al di sopra dello stemma sabaudo. Fu allora che ci furono le prime emissioni di francobolli da parte dello Stato; laddove risaltava la loro funzione in quanto mezzo di comunicazione istituzionale, attraverso la duplice rappresentazione dell’effigie di Vittorio Emanuele II e dell’emblema araldico dello Stato. L’immagine dei sovrani sarebbe stata di volta in volta ribadita attraverso altrettante serie, beneficiando della migliorata qualità dell’incisione (con Umberto I anche attraverso l’uso della fotografia) e del colore, a partire da Vittorio Emanuele III: il sovrano personificava l’immagine dello Stato.