2.1 I modelli europei e il liberalismo italiano

Nell’Italia postunitaria l’organizzazione della politica avvenne in forme tali da prefigurare un modello costituzionale contraddittorio e privo di una condivisa legittimazione, laddove retaggi sociali tradizionalistici come le gerarchie tra i ceti e gli stili di vita, l’influenza dei notabili e la frammentazione localistica resistevano alla ventata di modernità che proveniva dalle istituzioni. Come effetto di un processo di unificazione nazionale compiutosi nel segno di un liberalismo moderato e di una monarchia sabauda privi alle origini di un largo consenso, nella cultura politica che ne esprimeva i valori e le istanze non ebbero pertanto una particolare fortuna il principio associativo di carattere politico e le finalità cui alludeva il “partito” nella sua accezione sociale ed extraparlamentare.

Interprete e attore del liberalismo italiano nel processo di costruzione dello Stato unitario fu Marco Minghetti, statista della Destra parlamentare, investita di un ruolo di governo nei primi anni postunitari. Egli fu il primo pubblicista italiano a riflettere, in un’opera di elevato spessore scientifico e con attenzione ai principali modelli costituzionali del liberalismo europeo, sul ruolo dei “partiti” nella vita delle istituzioni; un compito ritenuto funzionale all’articolazione della vita parlamentare e non, come vedremo nel ripercorrerne le trasformazioni, di organizzazione e rappresentanza politica degli interessi presenti nella società civile. Nonostante l’omaggio alle istituzioni inglesi, assai diffuso nella classe politica liberale del tempo, nel considerare i «mali» del «governo parlamentare come governo di partito» nei campi della giustizia e dell’amministrazione, Minghetti dimostrò di aver ben presenti non solo la realtà americana ed europea centro-settentrionale (Gran Bretagna e Belgio), ma anche quella dell’Europa meridionale e mediterranea (Spagna e Grecia, oltre alla Francia), indicate come più congeniali di altre (come gli Imperi tedesco e austro-ungarico, privi di governi parlamentari) a un’analisi comparativa.

L’Italia sta nel mezzo: il morbo è in essa ancora men grave che non è in Spagna ed in Grecia, parte per la novità delle istituzioni, parte per l’indole degli abitanti, e lo stato della civiltà; ma temo sia già più grave che in Francia e ch’essa volga rapidamente verso le due penisole che le stanno in occidente e ad oriente. [...] Maggiori inconvenienti si manifestarono nei paesi così detti di razza latina, laddove l’amministrazione è accentrata, nella Francia, nella Spagna, nella Grecia. Nell’Italia, sebbene venuta da poco tempo a libertà non fu difficile avvertire i segni fin dalla prima origine: gl’inconvenienti crebbero rapidamente col cessare del periodo eroico del nostro risorgimento, e vanno prendendo proporzioni spaventose2.

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M. Minghetti, I partiti politici e la ingerenza loro nella giustizia e nell’amministrazione, Zanichelli, Bologna 1881, anche in Id., Scritti politici, a cura di R. Gherardi, Presidenza del Consiglio, Bologna 1986, pp. 603-671.

In pochi ed esplicativi passi, alcuni che denotavano la conoscenza delle opere di Tocqueville – come «l’indole degli abitanti» e «lo stato della civiltà» –, Minghetti adombrava un orizzonte comparativo, tra l’Europa e il Mediterraneo. La sua opera fu considerata la prima interpretazione circa la negativa invadenza dei “partiti” anche nella vita pubblica dell’Italia unita; essa però induce a riflettere sugli effetti che, nella storia d’Italia e nella mancanza di un’effettiva sintesi liberal-democratica, ebbe la duplice scelta della classe dirigente postunitaria nella traduzione del problema della “trasformazione” dei partiti. Da un lato, vi fu la rinuncia a formare un partito che fosse espressione e rappresentasse gli interessi della borghesia, come i liberali inglesi, i radicali e i repubblicani in Francia. Dall’altro, si privilegiarono accordi parlamentari che facessero convergere verso il centro governativo gli schieramenti fluttuanti di quanti erano comunque attestati nella difesa delle istituzioni, con l’elezione dell’amministrazione pubblica a terreno dove neutralizzare le tensioni sociali e compensare le rivendicazioni di gruppi di interesse e corporazioni. Dalla rivendicata “trasformazione” dei partiti emerse pertanto la pratica del cosiddetto “trasformismo”, vale a dire una prassi di governo lesiva di distinte identità politiche e del confronto tra programmi realmente competitivi; in ultima istanza, nel rinvio della sfida posta dall’organizzazione della politica, di ostacolo alla formazione, almeno nello spazio parlamentare, ma non in quello sociale e civile, di moderni partiti. Fu questo il dato prevalente del sistema politico italiano nel contesto europeo; un carattere genetico che avrebbe influenzato tutta la successiva storia nazionale.