15.11 Un calendario civile, italiano ed europeo

Con l’obiettivo di ricondurre le spinte etno-regionali – tra Settentrione e Mezzogiorno – nel solco di un patriottismo costituzionale che interagiva con la possibile religione civile transnazionale dell’Unione Europea, fu l’azione intrapresa dai presidenti della Repubblica a prefigurare un punto di equilibrio: già con Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999) e quindi con una pedagogia civile repubblicana connessa alla cittadinanza europea, promossa dapprima da Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006), continuata da Giorgio Napolitano (2006-2015) e Sergio Mattarella (dal 2015). I presidenti esercitarono una funzione sempre più intensa nel raccordare il sistema politico italiano alle sfide imposte dall’interdipendenza con l’Unione Europea. L’insistenza del Presidente Ciampi sul rapporto con la «patria comune europea» e l’accento posto dal Presidente Napolitano sul legame con l’Europa nelle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia costituirono un ancoraggio significativo per un privilegiato percorso storico-culturale nella ricostruzione anche della comunità nazionale .39

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C. A. Ciampi, Dall’Europa all’Euro, dall’euro all’Europa, c. di F. Galimberti, Treves, Roma 2004; G. Napolitano, Una e indivisibile. Riflessioni sui 150 anni della nostra Italia, Rizzoli, Milano 2011.

Nelle trasformazioni del conflitto simbolico seguito al superamento della Guerra Fredda e alla costituzione dell’Unione Europea, l’originario corredo simbolico e rituale delle memorie repubblicane fu esposto a tensioni molteplici. Con la caduta della “Repubblica dei partiti” entrò in crisi la narrazione pubblica della storia italiana, costruita lungo l’asse che collegava il Risorgimento alla Resistenza, i cui valori erano stati rifusi nei principi della Costituzione repubblicana e che le feste nazionali del 25 aprile (la Liberazione dal nazi-fascismo) e del 2 giugno (la nascita della Repubblica) avevano rappresentato, agli occhi almeno della maggioranza degli Italiani. Nel calendario civile trovarono una collocazione memorie culturali e politiche rimosse, fondate su eventi dalla forte carica emotiva, in nome e nel ricordo delle vittime della violenza: la Shoah in primo luogo nel Giorno della memoria (sulla scorta di un indirizzo promosso dall’Unione Europea), le foibe e l’esodo forzato nell’immediato II dopoguerra di centinaia di migliaia di Italiani dalla costa giuliano-dalmata e istriana, le vittime del terrorismo politico tra fine anni ’60 e ’80, le vittime innocenti delle stragi e degli omicidi di mafia.40

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Calendario civile. Per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani, c. di A. Portelli, Donzelli, Roma 2017.

Negli anni di presidenza di Ciampi il corredo di simboli e riti di un possibile patriottismo repubblicano si era andato dunque ridefinendo. Egli concorse anche a legittimare possibili rappresentazioni simbolico-rituali dell’identità europea, incentivando ogni 9 maggio le manifestazioni per la Festa dell’Europa (istituita nel 1985) nell’anniversario della presentazione, nel 1950 a opera di Robert Schuman, di un programmatico piano di cooperazione economica (Ceca), indicato come l’avvio del processo di integrazione europea; quando la ragione fondativa dell’Europa unita fu condensata dal motto “Mai più guerre tra di noi”. Patriottismo repubblicano e religione civile europea furono l’orientamento programmatico della sua presidenza: “essere italiani” e insieme “essere europei”: questo fu l’orizzonte perseguito, attraverso un ambizioso progetto di pedagogia civile. Fu un’eredità che i suoi successori hanno voluto confermare; in anni nei quali, dopo la crisi finanziaria del 2008 e le sfide dell’integrazione europea poste dall’immigrazione extracomunitaria, in diversi paesi crescevano l’euro-scetticismo e le manifestazioni di nazionalismo “sovranista-populista”,41 con il ritorno di un preoccupante linguaggio xenofobo e antisemita. Parve già allora chiaro che un progetto europeo poteva crescere solo in presenza di reti culturali e dialoghi di memorie che fossero effettivamente transnazionali. Solo una opinione pubblica avvertita e una volontà civile non nazionalista – aveva ammonito il filosofo tedesco Jurgen Habermas – potranno proiettare nel futuro un’idea e un’identità di “popolo europeo”: necessariamente su base plurale, con tradizioni, culture e lingue nazionali non omologabili, secondo il motto della UE, che dal 2000 recita “Unita nella diversità”.

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A. Bolaffi e G. Crainz (c. di), Calendario civile europeo. I nodi storici di una costruzione difficile, Donzelli, Roma 2019.

A quell’idea di “cittadinanza europea”, che soprattutto la Corte di giustizia della UE – costituita sulla base del Trattato di Roma – ebbe il compito di affermare, ciascuno di noi può fare riferimento, quando vi siano misure che lo riguardino in prima persona; i diritti dei cittadini europei sono tutelati attraverso il richiamo alle tradizioni costituzionali comuni ai paesi membri. Una superiore identità europea si alimentava quindi del riconoscimento delle identità nazionali: fosse per il diritto delle donne in Germania ad essere assunte nelle Forze armate, oppure per il diritto dei giovani lavoratori precari italiani a vivere una vita fatta solo di contratti a termine.

In Italia il Giorno della Memoria fu istituito nell’estate del 2000 (legge n. 211 del 20 luglio). La data fu scelta non senza contrasti, poiché vi era chi avrebbe preferito il giorno del 16 ottobre, anniversario della deportazione nel 1943 di oltre un migliaio di ebrei nella capitale; ovvero di un evento che, in modo più diretto, avrebbe riguardato uno specifico momento della storia italiana ed evidenziato le corresponsabilità del fascismo e quindi della Repubblica Sociale Italiana. Il testo dell’articolo 1 della legge così definì gli scopi del Giorno della Memoria:

La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

Quattro anni dopo, il parlamento approvò l’istituzione nel calendario civile di un Giorno del ricordo, nella data del 10 febbraio, in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo dalle terre giuliano-dalmate. La ricorrenza faceva riferimento al periodo che andava dall’8 settembre 1943 al 10 febbraio 1947, anniversario del trattato di pace di Parigi. Svincolata dagli eccidi delle foibe (nel settembre del 1943 e nel maggio del 1945), la data prescelta sembrò evocare più l’imposizione del pesante trattato subito dalla neonata Repubblica italiana che una critica memoria pubblica sui drammi delle violenze e degli esuli; quando l’esodo forzato delle popolazioni all’indomani della guerra fu un fenomeno diffuso nell’Europa centro-orientale (tra Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Ucraina ecc.). Così recita il testo della legge (n. 92, 30 marzo 2004):

La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Nella giornata [...] sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende […].

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano fu obbligato a dissipare le polemiche che un suo intervento nell’anniversario del 2007 aveva suscitato sia in Croazia sia in Slovenia (dove fu creata una “Festa del ritorno” ogni 15 settembre, antagonistica rispetto al “Giorno del ricordo”). Si giunse infine a un gesto simbolico di conciliazione, il 20 luglio 2010, con un incontro a Trieste tra i presidenti dei tre paesi che esplicitava la necessità di una “narrazione incrociata” e transnazionale delle diverse vicende postbelliche al confine orientale dell’Italia. Istituito nel 2007 (legge n. 56, 4 maggio 2007), il Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice investe invece di una chiara finalità simbolica la data del 9 maggio, nel nome di Aldo Moro e della sua morte nel 1978, nel momento di maggiore pressione del terrorismo.

La Repubblica riconosce il 9 maggio, anniversario dell’uccisione di Aldo Moro, quale “Giorno della memoria”, al fine di ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice. 2. In occasione del “Giorno della memoria” di cui al comma 1, possono essere organizzate, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, manifestazioni pubbliche, cerimonie, incontri, momenti comuni di ricordo dei fatti e di riflessione, anche nelle scuole di ogni ordine e grado, al fine di conservare, rinnovare e costruire una memoria storica condivisa in difesa delle istituzioni democratiche.

Il nuovo Giorno della Memoria rappresentò anche la traduzione della sollecitazione venuta da parte del parlamento europeo, con l’istituzione nel settembre 2006 della “Giornata europea delle vittime del terrorismo” (l’11 marzo, anniversario dell’attentato terroristico a Madrid nel 2004). Il “pubblico riconoscimento” avvenne con la volontà di valorizzare la dimensione umana nel sacrificio delle vittime e nel ricordo che ne testimoniano sopravvissuti e familiari. Come è stato ben osservato:

Il significato del 9 maggio sta anche in questo recupero di una pietas condivisa, oltre le divisioni ideologiche, nell’alveo comune di istituzioni repubblicane, finalmente capaci di fare esplicitamente ammenda sulle aberrazioni compiute. […]

Il lato umano […] ha continuato ad avere un ruolo preponderante nelle celebrazioni, come risposta alla deumanizzazione messa in atto dalla violenza e dalla logica del nemico. Le persone colpite dai terroristi sono ridotte a simboli, obiettivi, numeri. L’atto della commemorazione deve dunque assumere forme che restituiscano loro la dimensione umana, della vita e degli affetti.42

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S. Tobagi, 9 maggio. Giorno della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice, in A. Portelli (c. di), Calendario civile, cit., pp. 91-107.

In una diffusa condizione di “vuoti di memoria”, tornano di attualità i caratteri identitari della Repubblica degli Italiani. Nel 2017 una legge del Parlamento ha introdotto la data del 21 marzo come “Giornata nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”. Promossa fin dal 1996 dall’Associazione “Libera” di don Luigi Ciotti, essa si svolge con manifestazioni che si sono diffuse in tutto il paese (non solo nel Sud) e nelle quali la ricostruzione della memoria avviene tramite un momento fortemente emotivo e coinvolgente: la pubblica lettura dei nomi delle “vittime innocenti” (oltre novecento persone spesso senza alcuna notorietà mediatica). La giornata sta diventando assai importante nello scandire le pratiche e i linguaggi del nuovo calendario civile, con un ritorno alla vita pubblica da parte dei giovani delle ultime generazioni, invece disillusi dalla politica tradizionale. Sussistono le premesse per un rilancio di un nuovo “sentimento repubblicano”, capace di scongiurare il rischio di giornate della memoria rinchiuse in uno spazio autoreferenziale e prive di un rapporto con la “storia vissuta” del Paese.

La data del 2 giugno sta tornando ad essere il centro di un interesse più largo verso le radici e gli ideali della cittadinanza repubblicana. Occorre ripensare e mettere in correlazione le diverse memorie delle culture politiche con le narrazioni civili, istituzionali e popolari insieme. Possiamo ripartire dalla storia di quel 2 e 3 giugno 1946, giorni in cui si ebbe l’“invenzione” della democrazia italiana. Il rinnovato calendario civile ravviva un patrimonio di memorie che le istituzioni repubblicane ben compendiano. Declassata nel 1977 e quindi ripristinata dal presidente Ciampi nel 2001, la data del 2 giugno scandisce il calendario civile italiano come identitaria festa nazionale. La sfida è quella di ritrovare una più larga sintonia tra le istituzioni e i cittadini, come pure negli anni fondativi della Repubblica si era avuta. Il 2 giugno ha una sua ricca storia, ma deve tornare a parlare al presente, divenendo parte di una “storia pubblica” capace di incontrare e suscitare le passioni civili e culturali.

La storia della politica ci aiuta a comprendere le sfide del tempo presente.

Calendario civile nell’Italia repubblicana

Festa nazionale

2 giugno

Nascita della Repubblica (dal 1947, sospesa nel 1977 e ripristinata nel 2000)

Giorni festivi

25 aprile

Anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo (dal 1946)

1 maggio

Festa internazionale del lavoro (dal 1890)

Feste civili

7 gennaio

Giornata nazionale della bandiera tricolore (istituita nel 1997)

9 maggio

Festa d’Europa (dal 1985)

4 novembre

Giorno dell’Unità Nazionale e Festa delle Forze Armate (dal 1949)

Giornate della memoria e del ricordo

27 gennaio

Giorno della memoria della Shoah (dal 2000)

10 febbraio

Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata (dal 2004)

17 marzo

Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera (dal 2012)

21 marzo

Giornata nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie (dal 2017)

9 maggio

Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice (dal 2007)