1.9 Il Partito radicale
Emerso dalla crisi della fine del secolo, quando diversi fattori contribuirono a rimettere in discussione la legittimità dei sistemi politici nazionali (anche in Italia), il consolidamento della prospettiva liberale e democratica spinse le formazioni radicali a dare seguito alle vocazioni governative. Dopo che in Francia nel 1901 era sorto il Parti républicain, radical et radical-socialiste, in Italia nel 1904 fu costituito il Partito radicale, cui seguirono in Spagna la nascita dapprima del Partido Radical (1908) e quindi del Partido Reformista (1912). Il processo di formazione risentì dei contrasti generazionali, esplicitati al vertice dalla contrapposizione tra un fautore della tradizione democratica come Giuseppe Marcora e un assertore deciso del rinnovamento ideologico, nell’accettazione del quadro costituzionale monarchico, come Ettore Sacchi. Egli aveva prefigurato in modo chiaro quale dovesse essere, nelle mutate condizioni dell’Italia del primo Novecento, «il concetto politico del partito radicale»:
noi crediamo possibili le riforme della Monarchia italiana. [...] Ecco perché noi radicali proclamiamo alto che nessun dato di fatto abbia mai dimostrato che l’abbattimento degli ordini plebiscitari sia condizione a qualsiasi riforma; ecco perché noi non abbiamo sottintesi né restrizioni mentali. Abbiamo per fine il benessere popolare e siamo avversari solo di chi lo combatte.24
In sostanza, mentre il positivismo di natura evoluzionistica continuava a essere l’ideologia quasi ufficiale dei radicali, rispetto a quando, nel secondo Ottocento, l’intransigenza ideale che aveva orientato il progetto di democratizzazione della società e dello Stato ne aveva fatto una forza di opposizione, con l’aprirsi del nuovo secolo l’affievolirsi della spinta riformistica e la configurazione notabilare-parlamentare del partito avrebbero fatto prevalere la vocazione governativa. Ci si illudeva di poter continuare a rappresentare gli interessi di ceti popolari e piccola borghesia; si pensi alla corrente di radicalismo sociale personificata da Meuccio Ruini. Inoltre, secondo un’opzione propria del radicalismo liberista di Antonio De Viti de Marco, non si mise a frutto il ruolo pur rivendicato di mediazione tra Stato e mercato capitalistico, da esercitare attraverso la promozione di una modernizzazione della pubblica amministrazione, cui guardava il radicalismo produttivistico di Francesco Saverio Nitti, con l’accesso nelle istituzioni di élite professionali e nuove figure burocratiche.
Fu nel 1904 che si ebbe la strutturazione dei radicali. Si trattò di un’istituzionalizzazione debole, poiché il Partito radicale risultò incapace di ricondurre i comitati locali a una centralizzazione e a un effettivo disciplinamento sociale. Nonostante l’alto grado di formalizzazione della vita organizzativa sancita dallo statuto,25 non si riuscì ad affermare una prassi partitica effettivamente diversa da quella notabilare e parlamentare che aveva connaturato l’identità dei radicali della generazione che aveva partecipato alle lotte risorgimentali. Rispetto al secondo Ottocento, era mutata però la configurazione geografica dell’insediamento territoriale, con uno spostamento dell’asse della forza politico-elettorale dalle originarie aree padane e centrosettentrionali alle regioni centromeridionali. Una reale forza organizzativa risultò limitata ad alcune aree, laddove si poteva contare sulla mobilitazione delle associazioni locali; dapprima a Milano con l’Associazione democratica guidata da Marcora e quindi a Roma con l’Unione radicale.
A ridosso del voto del 1913, con suffragio “quasi” universale, furono un intellettuale impegnato nella vita pubblica come Gaetano Salvemini e la sua rivista “L’Unità” (1911-1920) ad animare la discussione sul nesso tra partiti “democratici” (radicali e socialisti riformisti) e gruppi di interessi corporativi nella politica italiana. Si parlava diffusamente di “crisi” dei partiti, si ricercavano altre formule e soprattutto si additavano le responsabilità della classe politica:
In questa opera di critica e di ricostruzione, noi siamo portati a disturbare [...] gli equivoci democratici, cioè gli equivoci di quei partiti che si proclamano assetati di riforme, e fanno credere all’esistenza di un movimento riformatore curato da essi, mentre essi in realtà non curano che gl’interessi di piccoli gruppi di parassiti e non hanno voglia di riformar assolutamente un bel nulla. E nella campagna contro questi partiti, noi andiamo a cozzare non tanto contro le masse dei partiti medesimi [...] quanto contro i caporioni dei detti partiti.26
Dopo la contrattazione con il leader liberale Giovanni Giolitti e il sostegno al governo nelle elezioni politiche del 1913, un moto di orgoglio spinse il Partito radicale a recuperare la propria tradizione democratica a svantaggio delle tattiche parlamentari e dei rapporti di potere. Emergeva la latente opposizione a Giolitti di una parte consistente dei radicali; con la conseguenza che, venuto meno il supporto governativo (politico e materiale), si avviò il declino di un partito che continuava a essere privo di un’autonoma capacità di conquistarsi un largo consenso sociale e politico. Fu invece nelle realtà periferiche che alcune parole d’ordine della democrazia ebbero modo di divenire concreta azione politica. In diverse città, infatti, spesso con il collante delle frequentazioni massoniche, la classe politica radicale diede un concorso importante alla realizzazione dei programmi dei blocchi popolari, vale a dire all’alleanza di forze democratiche, repubblicane e socialiste tenute insieme soprattutto dalla comune spinta anticlericale. Fu il caso sia di città importanti nel Centro-nord (tra le quali Parma e Roma), sia in realtà urbane del Mezzogiorno (Catania e Messina fra le altre), dove il “popolarismo” ebbe il concorso attivo del socialismo riformista e questi non svolse solo un ruolo comprimario di supporto anticlericale alla strategia dei democratico-radicali, impegnati a fare del controllo delle amministrazioni locali un’arma di pressione sul governo. Altrove, in aree con una forte presenza mazziniana e repubblicana – come la Romagna –, prese forma un “radicalismo di massa”, nel senso di una mobilitazione ampia assicurata dall’associazionismo politico e socioeconomico a sostegno di élite democratiche capaci non solo di garantirsi il controllo dei collegi elettorali, ma anche di esercitare un ruolo guida alla testa delle amministrazioni locali, impegnate nella modernizzazione della vita comunitaria.
Nella capitale, in particolare, come sempre crocevia di forti contrapposizioni tra il mondo cattolico e l’universo anticlericale, ebbe un valore anche fortemente simbolico l’ascesa, nel 1907 e fino al 1913, di una giunta popolare guidata da Ernesto Nathan, già custode della memoria mazziniana ma anche Gran Maestro della massoneria. Se essa era sospesa tra la sfera pubblica (le sue origini concorsero ad affermarla già nel tardo ’700) e la dimensione segreta e iniziatica, la sua valenza etica e culturale è essenziale per lo studio della religione civile nell’Italia liberale. Forte rimase la divaricazione tra l’effettiva presenza associativa (4-5 mila affiliati e circa 100-150 logge associative a fine ’800, divenuti rispettivamente 20 mila e 300-400 nel primo ’900) e la percezione presso l’opinione pubblica della sua influenza, la quale parve pervasiva in molte delle molteplici associazioni di matrice socio-culturale e solidaristica, supplendo alla mancata strutturazione partitica della borghesia laica e liberale italiana, in competizione sul terreno della propaganda educativa e della comunicazione politica con i mondi cattolico e socialista. Esplicita fu la funzione politica della massoneria negli anni dei blocchi popolari amministrativi (1909-1912), offrendo la propria rete associativa come collante alle forze liberali, democratiche e socialiste che si riconoscevano nel tema unificante dell’anticlericalismo. Se intanto nel 1908 il continuo riemergere del conflitto tra le due anime del Grande Oriente provocò la separazione tra l’obbedienza originaria di Palazzo Giustiniani (di rito simbolico e su posizioni democratiche) e la Grande Loggia di Piazza del Gesù (cosiddetta di rito scozzese e su posizioni moderate), sarebbero state infine le tensioni nazional-patriottiche a provocare la rottura con l’organizzazione socialista (dopo che diverse affiliazioni individuali alla Massoneria si erano avute in particolare nella corrente riformista).